La parola è: strage. La strage della ThyssenKrupp, nel cuore dell’Europa civilizzata, in una delle multinazionali più potenti del mondo. E poi altri due operai morti, a Cassino e in Irpinia.
Notizie così chiamano alla ribellione e alla lotta, perché la rassegnazione produrrà soltanto altre notizie così. E la pietà non basta. Il 26 novembre 2006 c’era stata l’esplosione della Umbria Olii SpA a Campello sul Clitunno, e i morti bruciati tra le fiamme erano stati quattro. Oggi a Torino - purtroppo - c’è l’inevitabile conferma: ci troviamo di fronte non a semplici “incidenti”, bensì agli effetti disumani e mortiferi di un modo di produzione che svalorizza e vilipende il lavoro, di un meccanismo infernale di sfruttamento, che considera le persone che lavorano semplici accessori del capitale da cui estrarre il massimo profitto.
Le parole del presidente della Repubblica sono state pesanti come pietre, ma non sono bastate a incrinare la muraglia di interessi, di conformismi, di assuefazione e di incultura oltre la quale vive e viene oscurata la realtà vera del Paese, la condizione reale dei lavoratori. Quando gli infortuni sul lavoro sono circa un milione l’anno e i morti più di mille vuol dire che in Italia non viene rispettato un fondamentale diritto umano, il diritto alla vita e alla sicurezza nel lavoro, che trascende i diritti del lavoro.
Dove sono gli intransigenti cultori dei diritti umani, sempre molto attivi, che in questi casi non hanno occhi per vedere e orecchi per sentire, e neanche la voce per la denuncia e la condanna? E le istituzioni, anche locali, perché non promuovono campagne di conoscenza e di informazione? Perché non sollecitano la partecipazione dell’opinione pubblica e degli stessi lavoratori? Perché non si costituiscono parte civile di fronte a clamorose e ripetute violazioni delle leggi? I silenzi sono troppi, e dicono molto di più delle parole. Anche i silenzi del sistema informativo, che restituisce agli operai il privilegio della vita solo quando sono morti.
E la sinistra? Deve fare di più, ha detto con ragione Pietro Ingrao. Anche perché la sinistra non è e non sarà tale se – prima di tutto – non muoverà dalla condizione materiale in cui vivono (e muoiono) le persone che lavorano in questo Paese: a cominciare dagli operai, classificati come una specie in via di estinzione, e che invece sono oggi ben otto milioni. E se non cambierà il suo modo di essere e la sua pratica politica, rendendo partecipi e protagonisti i nuovi lavoratori del XXI secolo.

Paolo Ciofi