articolo di Paolo Ciofi scritto per il numero due (19 febbraio 2007) della "Rivista aideM" * Negli ultimi mesi è cresciuta l'attenzione dei media verso i problemi del lavoro. E se qualcosa è cambiato, sicuramente ciò è dovuto anche all'effetto traino che le reiterate denunce del Presidente della Repubblica hanno avuto. Bisogna guardare "con particolare sensibilità - aveva dichiarato Giorgio Napolitano già nel suo messaggio di fine anno - a chi lavora in condizioni pesanti e per salari inadeguati, a cominciare dagli operai dell'industria. E non si può tollerare la minaccia e la frequenza degli infortuni cui è esposta la sicurezza, e addirittura la vita, di troppi occupati, specie di chi, italiano o straniero, lavora in nero".
Parole chiare, su cui si potrebbe costruire un intero progetto culturale e politico. E tuttavia non si può dire che il tema del lavoro, e del lavoro operaio in particolare, sia al centro dell'attenzione del circo mediatico nazionale. Né che costituisca materia viva da indagare per nuove analisi della società reale. O per nuove narrazioni che ci parlino della vita, delle azioni e dei pensieri delle donne e degli uomini che praticano un lavoro manuale o intellettuale, e che di questa società sono parte decisiva.
Una volta, ai tempi d'oro di Santoro, gli operai, per dimostrare di esserci, si arrampicavano sulla torre dell'Alfa Romeo o si seppellivano per mesi nelle miniere del Sulcis. Adesso non basta. E anche se volessero mettere sul mercato i propri affetti, richiamare all'ordine i propri partner via Ezio Mauro, dichiararsi follemente innamorati a mezzo stampa, gli operai e le operaie oggi non ce la farebbero. Non hanno i soldi, non sono portatori sani (e sorridenti) del Dio denaro, e non hanno come confidente Maria Latella. Forse, come nel celebre film di Peter Cattaneo, dovrebbero mettersi in mutande e presentarsi in tal guisa a Bruno Vespa. Ma non è detto che anche così riuscirebbero a bucare lo schermo.
Naturalmente, non tutto nel mondo della comunicazione è al servizio dei potenti. Spazi di libertà ancora esistono come dimostrano, per esempio, le inchieste di Report. E tuttavia, gli operai trovano visibilità e vanno in prima pagina soltanto in circostanze particolarmente negative e tristi. E' penoso rilevarlo, ma paradossalmente il sistema dei media fa vivere gli operai solo (e non sempre) nell'attimo in cui la morte li ghermisce: come è successo nel novembre scorso a Campello sul Clitunno, in circostanze insolitamente crudeli, violente e spettacolari. Oppure quando si scopre, grazie all'inchiesta dei giudici di Milano, che le reclute delle nuove brigate rosse, cresciute non in un buco nero della società ma nel centro delle modernità "postfordista" lungo l'asse Torino-Milano e nel mitico Nord Est, sono principalmente operai di fabbrica iscritti alla Fiom Cgil, che è la punta più avanzata del sindacalismo industriale. E sono giovani.
Stupore, sconcerto, banalità, tante chiacchiere al vento dei dichiaranti e presenzialisti di professione. Ma soprattutto strumentalizzazioni a mani basse. E una difficoltà vera ad analizzare e a capire la società reale e le sue pulsioni: ancora una volta, politica e sistema dei media si sono date la mano dentro l'autoreferenzialità di un accattivante mondo di cartapesta che non è quello dei governati e dei subalterni, del Paese reale.
Hanno fatto bene la Cgil e la Fiom a non alimentare alcun equivoco e a dichiarare a testa alta che non accettano lezioni di democrazia da chicchessia, essendo esse stesse un pilastro della democrazia, come dimostra tutta la loro storia. La condanna del terrorismo e dell'omicidio come pratica politica doveva essere -ed è stata - netta, limpida, senza appello. Perché si tratta di un arretramento di civiltà, anzitutto. E poi perché il terrore è il contrario del conflitto, che ha bisogno di partecipazione e protagonismo: sindacato e brigatismo sono semplicemente inconciliabili.
Ditelo anche a La Malfa junior, che vuole sciogliere la Fiom a maggior gloria dell'impresa e a danno certo della democrazia. E fatelo sapere a Mario Pirani, che nel chiuso della sua autoreferenzialità ha partorito un pensiero di valore assoluto, quando ha scritto che il nuovo brigatismo rosso ha le sue radici nell'"ideologia" del "precariato come condizione generale del mondo del lavoro".
Dovremmo sentirci tutti più tranquilli, soprattutto per i nipoti, da quando Pirani ha scoperto che il precariato è solo un prodotto immaginario del pensiero. Ma non c'è solo Gianni Rinaldini, segretario della Fiom, a denunciare la realtà vera del lavoro. E' stato Gianni Billia, compianto presidente dell'Inail, a osservare che molti imprenditori ragionano così: "Se ho la flessibilità e uso una persona per due giorni, perché la devo denunciare?". E aggiungeva, constatando un dato di fatto: "La continua ricerca di flessibilità ed efficienza della produzione dà al nostro Paese il primato degli incidenti sul lavoro a livello europeo".
E' solo una parte, per troppo tempo misconosciuta e tollerata, della dura realtà del lavoro. Poi c'è tutto il resto, e la presenza di una nuova, giovane classe operaia che ormai costituisce l'ossatura del sistema industriale del Paese. Chi sono questi sconosciuti? Cosa pensano? Che idea hanno della politica e della democrazia? Perché sono questi giovani operai, tra i 20 e i 30 anni, perlopiù con regolare contratto di lavoro, a scegliere la strada del brigatismo, della clandestinità e della lotta armata? In proposito Pirani e tanti altri guru non sanno, non indagano e non hanno nulla da dichiarare. Lo chiamano giustificazionismo, e invece proprio qui sta il centro del problema.
La verità è che le nuove generazioni operaie sono lontane dalla politica (e spesso la disprezzano) perché la politica le ignora e le esclude. Il loro pensiero è che per mezzo di questa politica non si possa cambiare nulla della loro penosa e ingiusta condizione di lavoro e di vita. L'ho potuto constatare io stesso, quando sono entrato in diverse fabbriche del Nord Est per un'inchiesta del manifesto.
I partiti? Mai visti in fabbrica. Assenti e lontani, ti chiedono solo il voto tramite i media per la gestione del loro potere. Il sindacato? C'è e cerca di fare, ma non basta. E allora? Allora si può aprire un vuoto di proporzioni gigantesche. Perché i giovani operai si sentono (e sono) emarginati ed esclusi: come i casseurs che hanno incendiato le periferie parigine, come tanti ultras che sfasciano gli stadi.
Dice il Presidente che occorre dedicare particolare attenzione a chi lavora in condizioni pesanti e per salari inadeguati. Ha ragione. Ma se al centro della politica deve stare il lavoro (come prescrive la Costituzione), allora non basta qualche cosa in più: semplicemente, bisogna rovesciare i canoni della cultura dominante e della comunicazione. E rivoluzionare il sistema politico.
* Pubblicazione trimestrale di critica della comunicazione diretta da Giulietto Chiesa e Adalberto Minucci