Un'approfondita inchiesta della Cgil sul lavoro minorile in Italia pubblicata nel 2000 getta un fascio di luce in una zona d'ombra mai illuminata della nostra società, e ci costringe a fare i conti con forme particolarmente odiose di sfruttamento, negatrici in radice dei diritti della persona.

Da "Il lavoro senza rappresentanza".

Il lavoro minorile
... "Troppo spesso si continua ad associare il lavoro minorile con le forme estreme di sfruttamento presenti nei Paesi in via di sviluppo. Bisogna invece comprendere che il problema della negazione dei diritti dei minori non riguarda soltanto Paesi lontani, ma tocca anche noi" .
Escludendo le attività stagionali e agricole, come pure tutte quelle che in qualche modo hanno a che fare con la criminalità, risulta che i bambini italiani con meno di 15 anni che lavorano illegalmente sono circa 400 mila (12,85 per cento della popolazione in età). Una quantità impressionante, che tuttavia costituisce solo un segmento della più vasta area del lavoro, del disagio e dello sfruttamento, cui a diverso titolo sono sottoposti bambini e adolescenti in uno dei Paesi più ricchi ed evoluti del mondo. Di questi 400 mila, circa la metà è occupata per otto e più ore al giorno, mentre il 40 per cento dichiara di lavorare prima delle sette del mattino e dopo le 20 di sera, e di questi oltre il 60 per cento conclude la giornata lavorativa tra le 21 e le 23. Il salario mensile varia da meno di 100 mila lire (14 per cento) a più di un milione (quattro per cento), ma il 70 per cento dei bambini lavoratori riceve una retribuzione non superiore alle 600 mila lire mensili.
In altre parole, abbiamo a che fare con uno sfruttamento particolarmente pesante e con condizioni di vita spesso al limite della sopportabilità, le cui conseguenze sulla salute, lo sviluppo, l'educazione e la formazione di questi bambini sono facilmente immaginabili: come mette in luce l'inchiesta della Cgil, "l'esistenza del lavoro minorile rappresenta il sismografo, l'indicatore di una nuova questione sociale". E non è solo il peggior cascame della micro-impresa che non riesce a crescere, bensì l'espressione del dominio della grande impresa che usa largamente il lavoro minorile in forma indiretta. Basta pensare – per restare a un esempio di casa nostra senza chiamare in causa i casi classici della Nike e dell'Adidas - al sistema-moda e all'economia dei vicoli napoletani, dove industria del lusso e sfruttamento illegale costituiscono un unico inestricabile intreccio.
Si tratta, dunque, non di un arcaico sedimento del passato, ma di un fenomeno della modernità, poiché la diffusione dello sfruttamento minorile e dei fenomeni ad esso connessi sta in rapporto diretto con l'accresciuto dominio del capitale, che si muove in tutte le direzioni nel mondo alla ricerca del profitto, e con la contestuale subordinazione del lavoro su scala globale. Ma, d'altra parte, la diffusione del lavoro minorile è un'ulteriore riprova che il capitale non può essere lasciato al libero dispiegarsi dei suoi "spiriti animali", giacché produce danni irreversibili alle persone oltre che all'ambiente. (51,52)

I pensionati di oggi e di domani.
Tutti coloro che lavorano hanno diritto a una vecchiaia serena. Ma il presupposto perché il sistema funzioni è che gli incrementi di produttività si trasformino in investimenti, che il lavoro sia disponibile e si mantenga un equilibrio tra le classi di età della popolazione. Se la base produttiva si restringe, i giovani non lavorano e la popolazione invecchia, la catena si spezza e il sistema entra in crisi. Tuttavia questa non è una ragione per rendere più difficile la vita ai vecchi allo scopo di concedere qualche sussidio ai giovani. Al contrario, dovrebbe essere uno stimolo per aprire una riflessione di fondo sulla società in cui viviamo: che società è mai quella che non garantisce sicurezza ai vecchi e non dà lavoro ai giovani? Nella quale aumentano i vecchi, e i giovani non si sposano, rimanendo a lungo nell'ambito della protezione familiare? Tanto per fare un esempio, alla metà degli anni novanta, in una metropoli come Roma, il 30 per cento dei giovani non aveva mai lavorato.
In realtà, i provvedimenti adottati con la "riforma Dini", tra i quali il metodo di calcolo contributivo, che lega la pensione dei singoli ai contributi versati, risolve nel complesso il problema dei costi del sistema, ovvero della sua sostenibilità finanziaria, poiché con la riforma a regime, nel momento in cui andranno in pensione i trentenni di oggi, la curva della spesa scenderà drasticamente rispetto al Pil. Ma la soluzione del problema dei costi - come ha osservato l'ex presidente dell'Inps professor Massimo Paci, alla cui analisi faccio riferimento - apre nel contempo un enorme problema umano e sociale, dal momento che i trattamenti pensionistici individuali saranno per milioni di persone molto più bassi rispetto a quelli attuali.
Se si prendono in considerazione i lavoratori "atipici" con contratti di lavoro a tempo determinato, si calcola che il loro trattamento pensionistico oscillerà tra il 30 e il 45 per cento del reddito finale, vale a dire sarà del tutto insufficiente per vivere. Siamo molto lontani dalla pensione pari all'80 per cento del reddito medio degli ultimi anni, possibile con il vecchio sistema, e sorge a questo punto la domanda: come risolveranno il loro problema di sopravvivenza gli anziani di qui a 30-40 anni? Essendo chiaro che in queste condizioni si creeranno bacini di nuovi poveri di dimensioni mai viste prima.
Di fronte a questa preventiva condanna alla povertà, in teoria sarebbe possibile l'integrazione della previdenza privata complementare. Ma come potranno accumulare i risparmi necessari questi giovani, ai quali sono riservati lavori intermittenti e a tempo parziale, e che perciò avranno una pensione pubblica assai bassa? Il trattamento di fine rapporto non è per loro una risorsa di entità rilevante su cui poter fare affidamento. Resta la strada della beneficenza compassionevole dei privati e dell'estensione dell'assistenza pubblica, con sovvenzioni, integrazioni, sussidi e così via. Così la questione della spesa, cacciata dalla porta, rientra dalla finestra. Tuttavia c'è da domandarsi: quale sarà il prezzo che la collettività dovrà pagare per assicurare a questi giovani precari una vecchiaia grama? Non in termini puramente finanziari, bensì anche in termini di costi sociali, di identità storico-culturale, di coesione nazionale? Il prolungamento dell'età pensionabile, come prolungamento di una condizione penosa della vita, non appare in questo contesto una soluzione.
Se per i pensionati del futuro l'avvenire non è roseo, la condizione dei pensionati del presente non può certo dirsi brillante. Su 14.437.325 pensioni erogate dall'Inps all'inizio del 2002, 1.918.098 sono inferiori a 250 euro mensili, 6.018.267 si situano tra i 250 e i 500 euro, 2.929.532 tra i 500 e i 750: in totale, 10.865.897 pensioni sono al di sotto dei 750 euro mensili. Quindi, oltre il 75 per cento dei pensionati oggi in Italia fruisce di trattamenti che con un eufemismo potremmo definire inadeguati.
E' questo un dato che colpisce: da un lato, una relativa generosità secondo le norme del vecchio regime; dall'altro, una quota largamente maggioritaria di pensioni con importi insufficienti. Ma c'è da aggiungere che un altro milione e cinquecentomila pensioni sta al di sotto dei mille euro mensili: cosicché coloro che hanno una pensione superiore a mille euro si riduce a una quantità veramente esigua. In definitiva, oltre 12 milioni di pensionati Inps, su un totale di poco superiore ai 14 milioni, e cioè quasi l'86 per cento, riceve un trattamento che non varca la soglia dei mille euro il mese.
Al di là delle sperequazioni tra le diverse categorie e del relativo alto livello dei trattamenti considerati speciali (1.389 euro il mese), è ben visibile il basso livello delle pensioni medie. Per i lavoratori dipendenti (9.863.745 su 14.437.325, pari al 68,3 per cento) la pensione media mensile è di 640,38 euro. Un dato che è ancora peggiore per le donne, e che si traduce nel fatto che su otto milioni e mezzo di pensionate più di sette milioni e mezzo ricevono un trattamento insufficiente, senza che ciò abbia suscitato, come del resto in altri casi, apprezzabili reazioni dei movimenti femminili e femministi.
Il vecchio sistema pensionistico, ritenuto troppo generoso, risulta in realtà schiacciato verso i trattamenti d'importo più basso sia per gli uomini che per le donne, ma in modo più marcato per queste ultime. C'è, quindi, un gran numero di italiani e di italiane che ha bisogno già oggi di una maggiorazione sociale, vale a dire dell'intervento pubblico a sostegno di un reddito pensionistico troppo basso. Nel complesso, abbiamo due milioni e mezzo quasi di pensioni con maggiorazione sociale, di cui un milione e mezzo fanno capo al fondo pensioni lavoratori dipendenti.
Dunque, siamo in presenza di un sistema profondamente iniquo, perché una larga maggioranza di anziani pensionati e pensionate è situata su livelli d'importo medio mensile insufficienti per vivere una vita dignitosa. Ma la conclusione che si è tratta da questo stato di fatto è opposta a quella che si dovrebbe razionalmente ipotizzare: non un innalzamento del livello medio delle pensioni nel futuro, bensì – al contrario – una loro riduzione, con in più l'incerta prospettiva dei fondi pensione integrativi, dipendenti dall'azzardo dei corsi di Borsa. (58, 59, 60)

la numerazione fra parentesi si riferisce alle corrispondenti pagine della prima edizione del libro