berlusconi-condannato-4-anni_140La resistibile ascesa di Silvio Berlusconi non è stata un'anomalia, ma l'espressione nazionale, seppure segnata in modo indelebile da connotati estremi, di un fenomeno globale: l'affermazione su scala planetaria della nuova classe di proprietari e speculatori. Nelle condizioni dell'Italia, il Cavaliere si è in vario modo rappresentato come una maschera dai mille volti di una classe predatoria, che prosciuga la linfa vitale del Paese. Fin dalle origini, l'attività del libero prenditore Berlusconi ha fatto leva sulla combinazione di diversi fattori paraimprenditoriali e paraecono-mici, parapolitici e parastatali, che configurano in Italia la forma "immateriale" del capitalismo della decadenza, galleggiante sulla mercificazione universale a cominciare dal lavoro, e sull'acquisi-zione spregiudicata delle risorse pubbliche.

Le rocambolesche vicende dell'«uomo che si è fatto da sé» sono arcinote, ma si tende a dimenticarle. L'indebitamento e la finanza ombra, tra banche svizzere e banca Rasini (diretta dal padre di Silvio, Luigi, e definita da un esperto del ramo, Michele Sindona, la banca della mafia), costituiscono all'inizio le basi dell'«accumulazione originaria» del capitalista Berlusconi impegnato nell'edilizia. E rappresentano una costante. Al momento della «discesa in campo» del boss, nei primi anni 90, la Fininvest, ossia la cassaforte da cui dipendono tutte le attività del gruppo, oggi una tra le più importanti holding finanziarie del Paese con oltre 200 mila azionisti, controllava 168 società, ed era la seconda impresa più indebitata d'Italia: 6.000 miliardi contro 1.200 miliardi di patrimonio netto.

Se la rendita immobiliare e quella finanziaria sono state fin dall'inizio due colonne portanti su cui è stato edificato l'impero berlusconiano, ha assunto poi un ruolo decisivo la rendita di posizione, derivante da condizioni di privilegio, di monopolio o quasi monopolio, acquisite in ragione di concessioni dello Stato e dell'uso privato di beni pubblici e comuni. Evidentemente in nome di un «diritto spirituale» come la libertà economica, Berlusconi è riuscito a far deviare le rotte degli aerei che sorvolavano i terreni da valorizzare acquistati a Segrate. E soprattutto a convincere il «caro Bettino» a emettere un decreto che lo ha intronizzato, a dispetto della Costituzione e della legge, come unico concessionario delle frequenze televisive necessarie per trasmettere sull'intero territorio nazionale, al pari del servizio pubblico Rai.

Sebbene la Corte costituzionale avesse sentenziato sulla necessità di imporre dei limiti all'estensione assunta dalle reti Mediaset, e nonostante la bocciatura della legge Gasparri nel 2006 da parte dell'Unione europea, che chiedeva una nuova regolamentazione pena una multa di 300 mila euro al giorno, il gruppo berlusconiano ha continuato a trasmettere con concessioni di validità temporanea. E così lo Stato italiano ha regalato al concessionario Berlusconi il 99 per cento dei guadagni che questi ha intascato. Ma non c'è niente di strano: secondo i «diritti spirituali» da lui stesso enunciati, il cittadino Berlusconi capo del governo, in qualità di concessionario di un bene pubblico, ha pagato l'uno per cento di ciò che guadagnava da

questa graziosa concessione disposta per se medesimo. Poi ci sono i benefici acquisiti extra legem, per esempio gli appoggi e i finanziamenti ottenuti in qualità di iscritto alla Loggia P2 «al di là di ogni merito creditizio», come ha documentato la Commissione Anselmi.

Insomma, per dirla in breve, Berlusconi è il re dei "liberi" prenditori inutili, di quella forma del capitalismo speculativo e predone, che saccheggia la società e lo Stato, e che "produce" pubblicità e comunicazione (quindi, eventi e notizie) al fine di ottenere un profitto e di costruire le basi del successo commerciale e politico: l'immagine e la politica sono in uguale misura un "prodotto", che si vende al mercato. Su Berlusconi, sui suoi vizi privati soprattutto, giacché sconosciute sono le virtù pubbliche, si è detto e scritto molto, forse anche troppo. E molto si è dissertato sul conflitto d'interesse, sulla capacità del Cavaliere di manipolare l'opinione pubblica, e – al contrario – sulla sua inabilità come statista e uomo di governo.

Ma è rimasta costantemente in ombra – secondo una tradizione italiana dura a morire – la ragione di fondo da cui soprattutto è derivato il suo potere: l'essere cioè il Cavaliere un esponente di primo piano del capitalismo dei proprietari universali, che mira a travolgere tutte le regole per crearne di nuove a sé confacenti. In altri termini, Berlusconi non rispetta le regole non perché è un anomalia, un mostro di Loch Ness che compare nelle acque incontaminate del capitale globale. Al contrario, proprio perché nuota abitualmente in queste acque torbide e inquinate, tende a instaurare un potere assoluto del denaro e piega a questo scopo le istituzioni e il potere politico, usandoli per fondare altre istituzioni e altri ordinamenti.

E poiché l'onnipotenza del denaro prende forma non nello spirito dell'imprenditore puro, ma nella carne debole dell'affarista transnazionale e mediatico, vale a dire nell'impura materialità del Cavaliere, questo spiega la tendenza permanente del Cavaliere stesso a entrare in conflitto con leggi e regolamenti. Come dimostra l'incardinamento dei processi passati, presenti e futuri. E come lascia supporre la notevole presenza di attività coperte all'estero, testimoniata da ben 64 società off-shore rilevate nella galassia Fininvest tra il 1989 e il 1996.

Nell'intreccio inedito e persino incestuoso di finanza e media, spettacolo e sport, economia e politica, impresa e partito, potere di condizionamento e capacità illusionistiche che danno forma al berlusconismo, tutto si regge su un fattore primario e decisivo: il capitale. È il capitale, che ha consentito al nuovo proprietario di «scendere in politica» e di fondare un partito a tempo di record, trasformando i dipendenti di Publitalia in funzionari di partito. Ed è in ragione della potenza del capitale che si è venuto delineando un diverso assetto istituzionale del Paese. Ossia una diversa forma dello Stato nella quale i principi del diritto sono attenuati e indeboliti per fare spazio a un potere inedito del capitalismo della decadenza, che non tollera compromessi con il lavoro, emargina i veri imprenditori, non sopporta alcun condizionamento.

Con Berlusconi si afferma una visione dell'impresa e del capitale diversa dal passato, che cerca direttamente il consenso, e che perciò usa la politica per controllare la società, e l'appa-rato dello Stato per rafforzare il proprio potere, senza mediazioni e senza limiti. Quando in una sola persona si concentrano i tre poteri economico, politico e culturale-mediatico, che in uno Stato di diritto e secondo la nostra Costituzione dovrebbero essere rigorosamente divisi e separati, siamo andati ben oltre il conflitto di interessi. Siamo entrati in un territorio nel quale vengono lesi i principi di uguaglianza e di libertà dei cittadini.

Di qui al superamento della separazione dei poteri il passo è breve: come ci indica la cosiddetta cultura del fare. Ossia l'applicazione della cultura d'impresa alla politica e all'intera società, che vede nel Parlamento, nella Magistratura e negli organi di garanzia gli ostacoli che si frappongono all'operatività dell'Esecutivo, vale a dire del proprietario governante, e che perciò devono essere superati e resi subalterni al governo. Di fatto, il principio della rappresentanza democratica viene sostituito con il principio autoritario del comando, posto in capo al proprietario eletto direttamente dal popolo: chi detiene il capitale e la ricchezza può tutto.

Il Cavaliere è riuscito a unificare per una certa fase il grande padronato e la Confindustria, i suoi esponenti storici e le nuove leve emergenti intorno a una linea politica presentata come espressione della libertà. E a cementare un sistema di alleanze articolato su un blocco sociale allargato alla piccola e media borghesia imprenditoriale, con adesioni maggioritarie tra gli operai e i ceti subalterni.

Secondo l'avvocato Agnelli, la vittoria di Berlusconi nelle elezioni del 1994 dimostrava che per la prima volta in Italia l'impresa aveva ottenuto un consenso di massa. Un'operazione fondata sulla convergenza tra grandi padroni e padroncini, tra grande impresa e piccola impresa, tra finanza internazionale e produzione molecolare legata al territorio, vero architrave su cui si è retto il blocco sociale di maggioranza, che si agglomerava sul presupposto universalmente riconosciuto dell'azzeramento dell'antagonismo lavoro-capitale: fino all'identificazione del lavoro nel capitale, espressione massima del dominio di una sola classe.

Un'operazione che però non ha cancellato il conflitto, le contraddizioni tra Nord e Sud d'Italia con il riemergere della questione meridionale, e tra cosmopolitismo della finanza e della grande impresa, da una parte, e territorialità esasperata del microcapitalismo fatto in casa, dall'altra. Significativo è il fatto che la Lega di Bossi si sia rappresentata proprio come forma politica della reazione alla globalizzazione del grande capitale e delle paure che la competizione globale induce, identificando nel territorio il luogo dove si supera il contrasto lavoro-capitale, e che individua nell'estraneo e nello Stato centrale i nemici da abbattere.

Contraddizioni che si è tentato di comporre agitando il mito dell'arricchimento facile e generalizzato. Ma che riemergono quando le risorse scarseggiano, e i "mercati" impongono la dura legge del taglione. Arricchitevi e moltiplicatevi! Con questa parola d'ordine i conflitti emergenti nel blocco sociale di maggioranza hanno trovato sbocco e una momentanea composizione nell'assalto generalizzato alle risorse pubbliche, a tutti i livelli. Fino alla delineazione di un federalismo competitivo ed egoista, che può preludere alla disarticolazione del Paese.

Il capitalismo della decadenza in salsa italiana ha combinato la spregiudicata aggressività dei parvenus con la finanza e con l'assalto ai beni pubblici e comuni. Ma non con l'alta tecnologia e l'innovazione scientifica che richiedono forti investimenti, come è avvenuto negli Usa, in Estremo Oriente e in Germania. E se gli sviluppi tecnologici e le nuove frontiere della scienza richiederanno un lavoro sempre più qualificato e aggiornato in permanenza, come pure una più alta qualità culturale, ci troveremo invece di fronte a scelte che renderanno impossibile ai figli degli operai e di gran parte dei lavoratori dipendenti l'accesso agli studi superiori, per non parlare dei più alti livelli della cultura e della scienza. Ma siamo nella norma, obietta Berlusconi, perché il figlio dell'operaio non è uguale al figlio del professionista.

Tutto ciò ha reso la crisi più profonda. Mentre il dominio di Berlusconi sulla comunicazione e sulla formazione culturale di massa ne ha rappresentato un'aggravante per molti aspetti decisiva. Infatti tale dominio riguarda quella sfera assai sensibile al confine tra politica, psicologia delle masse e potere, che attiene alla formazione delle idee dominanti e del senso comune. Nell'enorme spazio politico-mediatico conquistato dal Cavaliere, le sue gesta sono state narrate in modo da sollecitare il qualunquismo imitativo dei tifosi trasformati in sudditi e da stabilire un rapporto diretto tra il magnate-politico e le masse catalogato come populismo. Dove si rintraccia anche una tradizione storica dura a morire della borghesia italiana, che invece di partecipare in prima persona alla edificazione della democrazia nel nostro Paese, l'ha piuttosto subita sotto la pressione del movimento operaio e popolare.

Al vertice c'è la costruzione dell'immaginario, la narrazione che crea l'evento e di conseguenza trasforma la politica in fiction, cioè in antipolitica, in modo che i poveri votino per i ricchi, gli operai per i padroni, i precari per chi li ha resi tali, le donne per chi le sfrutta e le considera poco più di un oggetto. Berlusconi, più che un interprete passivo dello spirito della nazione, è stato un costruttore di senso comune. Una combinazione di fattori diversi che nella realtà ha poi generato un assetto politico-affaristico nel quale è sempre più difficile separare il privato dal pubblico, gli affari dalla politica, l'illecito dal lecito. Da un lato, l'economia al comando rende subalterna la politica e la usa per accrescere profitti e potere. Dall'altro, la politica diventa mezzo di arricchimento e adopera le istituzioni per acquisire ricchezza e consenso. La compenetrazione è diventata sempre più organica, e ha dato luogo a una figura mista, tecnicamente mostruosa, che non è quella dell'imprenditore e neanche quella del politico, ma quella del faccendiere-politicante e del politicante-faccendiere.

Si vorrebbe far passare per "libero mercato" esattamente la negazione del mercato e della libertà che il capitale riesce a imporre attraverso la migrazione delle proprie regole nell'ammi-nistrazione pubblica centrale e locale, rafforzando così diverse forme di vera e propria tirannia burocratica nei confronti di chi viene escluso dal potere. Non solo mediante l'assimilazione della cultura privatistica dell'impresa, che non sa cosa sia il bene comune. Ma anche attraverso un'azione sistematica di lobbing, volta a piegare ai propri interessi istituzioni amministrative che per loro natura dovrebbero essere indipendenti e imparziali. La lotta tra gruppi privati per appropriarsi dei benefici pubblici è diventata spietata, e porta alla paralisi. Così oggi soffriamo di una doppia inefficienza, poiché a quella indotta dai vecchi vizi vetero-burocratici e spartitori si somma quella della modernità capitalistica fuori controllo.

In ogni caso la Pubblica Amministrazione viene indebolita e destrutturata. Nel 2009 sono state distribuite all'esterno 210.000 consulenze, per la modica cifra di 1.560 milioni di euro. Interi settori privatizzati e dati in appalto. Consulenti, esperti e faccendieri che si moltiplicano. Opacità che si diffondono. Familismo e clientelismo che dilagano. L'effetto complessivo è stato l'aumento dei costi e dell'inefficienza, su cui germogliano il malaffare e la criminalità economica. Mentre i funzionari onesti sono stati emarginati e la stragrande maggioranza dei dipendenti pubblici è malpagata e deresponsabilizzata. In queste condizioni un vero e proprio esercito di roditori, grandi e piccoli, ha preso d'assalto il bene comune. L'effetto d'imitazione che viene dai piani alti ha prodotto conseguenze devastanti. Ma lo spettacolo cui abbiamo assistito non è il semplice risultato delle azioni imprevedibili di un padrone megalomane non più padrone di se stesso. È la manifestazione della crisi generale di un sistema, l'espressione desolante della caduta verticale dello spirito pubblico causata dal dominio del denaro, dalla dittatura del capitale.

A partire dagli anni 80 del Novecento, è stato svalorizzato, svilito, disperso e frantumato l'unico vero grande patrimonio di cui dispone l'Italia, costruito faticosamente nell'arco di quarant'anni di Repubblica democratica, e che di questa Repubblica costituisce il collante: il lavoro, l'attitudine creativa degli uomini e delle donne di questo Paese, che può contare solo sulle capacità e sull'ingegno delle persone che lo abitano, oltre che sui beni paesaggistici e culturali accumulati nei secoli. Non si possono incolpare di questo stato delle cose gli elettori, soste-

nendo che Berlusconi è stato l'interprete del comune sentire dell'Italia e il berlusconismo l'autobiografia della nazione.

Ciò non è vero innanzitutto perché il Cavaliere ha avuto sempre il consenso di una minoranza degli italiani e perché, più che rappresentare l'Italia, lui l'ha "costruita" nell'immaginario e nel senso comune. In realtà, ci troviamo in presenza di una crisi organica della funzione dirigente, del fallimento come classe dirigente della nuova borghesia proprietaria, che ha avuto nelle mani il monopolio del potere politico insieme alle leve decisive dello Stato, e che ha potuto esercitare un controllo pressoché totale sui fattori strategici della cultura e della comunicazione. Con il risultato di aver spinto il Paese verso lo sfascio.

Nonostante ciò l'Italia è attraversata da una molteplicità di lotte e di movimenti sociali che la scuotono. Il problema riguarda l'alternativa politica, l'impossibilità, per ora, di far pesare e di dare espressione politica in forma organizzata al disagio e alla protesta, che in queste condizioni non sappiamo quale direzione potranno prendere. Problema quanto mai acuto e urgente, nel momento in cui, sotto i colpi della crisi, i presupposti ideologici del berlusconismo vengono contestati dalla dura realtà dei fatti. L'illusione di un mondo immaginario che occulta e manipola la realtà è stata lacerata, e il mondo reale fa irruzione nell'immaginario mettendone a nudo la virtualità falsificante. La realtà dello sfruttamento del lavoro e dell'impo-verimento sociale, di un'intera generazione che viene amputata del futuro e defraudata dell'incivilimento si è fatta strada e ha cominciato a riconoscere se stessa.

Paolo Ciofi

(dal libro La bancarotta del capitale e la nuova società, Editori Riuniti univerity press)