caritas_130quIntervento di Paolo Ciofi al convegno della Caritas "Memoria e futuro. Le prospettive sociali del Paese" svolto il 14 ottobre 2011.*


                                

Innanzitutto, essendo il tema delle povertà e delle prospettive sociali del Paese assai ampio e complesso, è opportuno delimitare il campo del mio intervento, anche per evitare il rischio della dispersione e di una visione frammentaria che non va al cuore dei problemi. Concentrerò dunque l'attenzione su una questione che in questo momento appare ineludibile: come si pone oggi, nel pieno di una crisi economica e sociale duratura, profonda e universale, il tema della povertà e dei poveri, dell'impoverimento sociale e personale? Muovendo da qui, nel tempo breve che mi è concesso, mi soffermerò poi su quella che mi appare la principale linea di contrasto in Italia.

Ma preliminarmente vorrei svolgere due considerazioni, che servono da premessa. La prima è la seguente.

La ricerca e la pratica della Caritas costituiscono, non vi è dubbio, un punto di riferimento del quale non si può fare a meno nel mettere a fuoco il tema della povertà e dell'esclusione sociale, emerso drammaticamente nell'epoca della globalizzazione capitalistica e delle sua crisi. E non solo perché la Caritas ci ha costantemente allertato, se così si può dire, su questo aspetto cruciale della vita sociale. Ma anche perché, di fronte alla debolezza dei pubblici poteri e alla insensibilità della politica, ha svolto un ruolo di coscienza critica e spesso anche di supplenza operativa. L'ho potuto constatare io stesso, quando qualche anno fa nel corso di un'inchiesta sul lavoro in giro per l'Italia, accanto ai disoccupati e ai cassintegrati, ai giovani precari, alle donne sole e ai vecchi abbandonati, soprattutto nel bresciano e nel vicentino, ho visto la presenza di due sole entità, le Caritas parrocchiali e le Camere del lavoro, nella totale assenza dei partiti.

In secondo luogo, l'esperienza dimostra che le ragioni della politica e quelle di un organismo ecclesiale come la Caritas possono tanto più con maggiore efficacia confrontarsi, e poi agire nell'ambito delle loro competenze e responsabilità, quanto più limpide e forti sono le motivazioni e le ispirazioni ideali che le guidano. Naturalmente, alla condizione che le une e le altre si riconoscano nei principi basilari che reggono la Repubblica democratica. E che si prenda atto che anche coloro i quali non sono credenti e non seguono la dottrina sociale della Chiesa possono contribuire all'affermazione piena della giustizia.

Consentitemi, in proposito, un ricordo personale, che forse può servire ad illuminare qualche sentiero verso il futuro. Alla metà degli anni settanta, da segretario regionale del Pci, diventato allora forza di governo a Roma capitale dello Stato e del cattolicesimo, fui richiesto di un incontro dal cardinale vicario monsignor Ugo Poletti, il quale era desideroso di conoscere la posizione dei comunisti romani in merito alla progettata costruzione di nuove chiese nelle periferie della città. Io allora dissi al cardinale che per noi valeva un'unica regola: il rispetto delle norme urbanistiche e delle leggi dello Stato. E credo che con reciproca soddisfazione, nel rispetto delle regole e delle competenze di ciascuno, fu possibile portare a termine - sindaci Argan, Petroselli e Vetere - quella grande opera di incivilimento e di liberazione della persona che va sotto il nome di risanamento delle borgate di Roma, in cui imparammo a conoscere la straorinaria figura di don Luigi Di Liegro.

Questo squarcio di memoria mi conforta nella tesi della utilità, e anzi della necessità, non solo di un confronto bensì anche di un apporto plurale, che nella Costituzione è sancito, volto ad affrontare quella che oggi si presenta come la questione cruciale del nostro tempo. Ma - ecco il punto su cui intendo attirare l'attenzione - la questione della povertà e dei poveri, dell'impoverimento sociale e personale, si pone oggi in termini molto diversi e nuovi rispetto al passato, quando nella sostanza si manifestava come effetto secondario di un'economia in espansione che diffondeva benessere. Oggi, come la crisi in atto ha messo in evidenza, il modello economico, costruito sotto la spinta dei "liberi mercati" anglosassoni, invece di benessere genera malessere, fino a degradare a pura merce la persona e la natura.

Disoccupazione e precarietà al posto della piena occupazione. Invece di alti salari, remunerazioni basse e insufficienti per vivere, soprattutto per giovani e donne. La recente tragedia di Barletta ha gettato un fascio di luce su una realtà di degrado e di impoverimento che colpisce soprattutto le donne, e che la politica continua colpevolmente a sottovalutare. Donne costrette a lavorare per meno di quattro euro l'ora, senza sicurezza, senza tutele, senza servizi. Poi ci si meraviglia che il Paese invecchia perché non si fanno figli. E si dimentica, per altro verso, che questo modello sociale è in grado di offrire lavoro a poco più del 50 per cento delle donne italiane. Mentre la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 30 per cento, con punte molto più alte nel Mezzogiorno.

I dati ci confermano che le principali cause della povertà sono la mancanza di lavoro e l'insufficienza delle retribuzioni. Si è poveri o perché manca il lavoro, o perché la remunerazione del lavoro non è adeguata. Ma nel fenomeno della precarietà questi fattori si combinano, generando degrado, insicurezza nel presente, paura del futuro. Si sono diffuse due preoccupanti novità: la crescita dei lavoratori poveri (i poveri che lavorano) e l'esclusione dal lavoro di intere generazioni, espressioni moderne dell'ingiustizia, dello sfruttamento, della discriminazione sociale. In queste condizioni la lesione della dignità della persona è massima.

Ritengo del tutto pertinente il giudizio dell'ultimo Rapporto Caritas e Fondazione Zancan, secondo cui la disuguaglianza dei redditi «costituisce l'elemento strutturale che incide pesantemente sull'impoverimento». Ricordo al riguardo due soli dati. Dagli anni novanta ad oggi i redditi da lavoro hanno subito un salasso di ben 11 punti di Pil rispetto a rendite e profitti. Si è trattato di un trasferimento di ricchezza di dimensioni gigantesche. Del resto siamo, credo, l'unico Paese sviluppato al mondo, nel quale il capo del governo, non certo in ragione dell'indennità dovutagli per la sua funzione pubblica, ha incamerato nel 2009 un reddito pari a 11.490 volte quello di un operaio in Cassa integrazione.

C'è da chiedersi come possa reggere e progredire un Paese nel quale le disuguaglianze, le distanze sociali e le ingiustizie sono così clamorose. Per questo motivo - cito ancora dal Rapporto - «un piano di lotta alla povertà sarà efficace se non si limiterà a piccoli ritocchi di carattere assistenzialistico, ma avrà anche il coraggio di rivedere l'intero modello di sviluppo, che è alla base di queste disuguaglianze». Il modello di sviluppo è esattamente il centro del problema, e dovrebbe costituire il centro dell'impegno delle forze politiche e sociali, come del resto mettono in evidenza le esperienze di questi anni.

Non mi riferisco soltanto al sostanziale fallimento della cosiddetta social card, che ricorda vagamente la tessera annonaria del tempo della guerra, a dimostrazione dell'inefficacia degli interventi dettati dall'emergenza al di fuori di una generale visione strategica. Ho in mente anche la legge di riforma dell'assistenza 328/2000, che pur contenendo molti criteri innovativi è rimasta sostanzialmente a mezz'aria, sia perché non sono stati fissati i «livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali», sia perché non è stata corredata dei mezzi finanziari necessari, sia anche a causa del rimpallo di responsabilità e di funzioni tra i diversi livelli centrali e decentrati dello Stato, che la confusa riforma del titolo V della Costituzione ha alimentato. Nell'insieme, al contrario di ciò che si annunciava, è aumentata la disuguaglianza tra e nelle diverse aree del Paese. Cosicché l'esercizio concreto dei diritti sta diventando in Italia una variabile dipendente dalla ricchezza personale e dalle risorse disponibili nei diversi del territori. In altre parole, si va diffondendo una concezione costituzionalmente abnorme: i diritti ad assetto variabile, che di fatto abbattono il principio di uguaglianza, e perciò frantumano la società e disarticolano il Paese.

A questa condizione ha spinto anche il modo con il quale la sussidiarietà è stata impiantata nel nostro ordinamento con la legge Bassanini del 1997. All'enunciazione del principio del pluralismo dei soggetti pubblici e privati, che supera la presenza totalizzante dello Stato centralizzato, non ha fatto seguito la qualificazione degli apparati pubblici al più alto livello delle conoscenze scientifiche e tecnologiche. Si è assistito invece al decadimento e alla deresponsabilizzazione dell'amministrazione pubblica, impantanata in una mistura indistricabile di privato e pubblico nella quale il bene comune annega.

Nel 2009 sono state distribuite all'esterno della Pubblica amministrazione 210.000 consulenze per la modica cifra di 1.560 milioni di euro, secondo i dati che ci ha fornito il nostro collega Falomi. Interi settori sono stati privatizzati e dati in appalto. La sussidiarietà di fatto in diversi campi è stata convertita in privatizzazione. Ma se le politica e lo Stato, nelle sue diverse articolazioni centrali e periferiche, abdicano alla loro funzione in nome del privatismo assoluto e della mercificazione di ogni aspetto della vita, allora la stessa sussidiarietà cambia natura, e può diventare il veicolo dello smantellamento dei diritti.

L'effetto complessivo conduce al capovolgimento del fondamento costituzionale, che ispirato a un umanesimo integrale pone l'economia al servizio dell'uomo, non viceversa. Ecco perché occorre recuperare e ridisegnare la sovranità pubblica sul bilancio dello Stato. E nello stesso tempo allargare l'orizzonte dell'impegno politico e sociale a livello europeo, allo scopo di determinare a questo livello indirizzi comuni di politiche economiche e fiscali, come pure comuni standard sociali e retributivi.

Quando in un Paese come l'Italia solo il 13,66 per cento del debito pubblico è detenuto dalle famiglie, contro l'86,34 per cento nelle mani di banche, assicurazioni, altre istituzioni finanziarie in gran parte straniere, ciò vuol dire il bilancio dello Stato non serve più a promuovere servizi sociali e investimenti produttivi, quindi a generare benessere, ma viene convertito in stabilizzatore del valore monetario della ricchezza a vantaggio della rendita e della speculazione, e quindi genera malessere. E il peso della rendita schiaccia il Paese, togliendo il futuro ai giovani.

In conclusione, alla domanda del che fare risponderei che in questo momento difficile prima di ogni altra cosa occorre recuperare i valori basilari della nostra Costituzione fondata sul lavoro, e lottare per farli vivere nella quotidianità, soprattutto per quanto attiene ai rapporti economici e sociali (titoli II e III). E' infatti dentro questa cornice, fortemente innovativa e carica di futuro, che si può mettere mano a un diverso modello di sviluppo in grado di contrastare le disuguaglianze che stanno logorando il Paese.

Non c'è contraddizione tra centralità del lavoro e centralità della persona. Di più: senza centralità del lavoro non c'è dignità per l'essere umano. E la valorizzazione del lavoro, che costituisce il filo rosso di un patto sociale veramente innovativo, diventa così la base materiale e culturale della valorizzazione della persona, la premessa dell'uguaglianza e perciò anche il riferimento per la finalizzazione del profitto. La proprietà, privata e pubblica, redistribuita per «renderla accessibile a tutti» e limitata per «assicurarne la funzione sociale», e il mercato, regolato per soddisfare le esigenze umane e ambientali attraverso l'intervento pubblico e la presenza di soggetti sociali organizzati, promuovono insieme - nell'impianto costituzionale - l'uguaglianza come giustizia sociale, non come cancellazione dell'individualità e delle differenze.

La questione è posta in modo esplicito nell'articolo tre. Nel quale, come è noto, dopo aver dichiarato che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge», si afferma un principio straordinariamente innovativo e attuale: «E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Dove è chiaro, come sosteneva uno dei padri costituenti, Costantino Mortati, che il lavoro assume il rilievo di «fondamentale criterio di valutazione sociale», e diventa preminente «rispetto agli altri fattori della produzione, in quanto mezzo necessario all'esplicarsi della personalità».

Dentro questo impianto, la questione da dirimere in questo momento è quella decisiva del reperimento e della destinazione delle risorse, e quindi dell'abbattimento del debito. Su un versante, occorre avere la forza e la volontà politica di applicare in modo rigoroso l'articolo 53, secondo cui «tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva». Sull'altro, si tratta di operare una scelta di fondo. Continuare a patrimonializzare rendite e profitti, o invece finalizzare le risorse alla costruzione di un modello economico-sociale antropologicamente e ambientalmente sostenibile, al cui centro vi sia lo sviluppo della persona umana? Questo è il problema.

Personalmente sono convinto che le diverse ispirazioni politiche e sensibilità ecclesiali, che abbiano a cuore il destino dell'uomo, la sua dignità e la sua liberazione dall'oppressione della povertà, possono trovare e innovare motivi di confronto, e anche d'impegno pratico rispettoso delle diverse funzioni, per aprire al nostro Paese prospettive concrete di avanzamento sociale e civile. Si tratta di impiantare nuovi diritti in conseguenza dei modi nuovi di produrre, di consumare, di vivere. E in pari tempo di operare ciascuno nel proprio ambito, per rendere effettivi il diritto al lavoro e a un'adeguata remunerazione, alla salute e all'istruzione, all'assistenza sociale e alla pensione. Senza di che non fermeremo la discesa verso l'inferno dell'impoverimento e della disgregazione sociale.

Dovremmo prendere nelle nostre mani la Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro, e farne la bussola che in ogni circostanza orienti le nostre azioni. Il compito più gravoso spetta alla politica, che deve recuperare credibilità e radicamento sociale. Anche nel senso di evitare una guerra tra poveri e di restituire alla politica stessa una base popolare e di massa tra i nuovi lavoratori del XXI secolo. Per fortuna, nel buio della crisi c'è la luce della Costituzione.

 

* Il convegno "Memoria e futuro. Le prospettive sociali del Paese" è stato organizzato dalla Caritas Italiana e dalla Associazione ex Parlamentari. Si è svolto il 14 ottobre 2011 a Roma nella Sala delle Colonne presso la Camera dei Deputati. Il convegno è stato aperto dalle introduzioni di Gerardo Bianco, presidente dell'Associazione ex Parlamentari e di monsignor Vittorio Nozza, direttore di Caritas Italiana. Dopo la relazione di monsignor Arrigo Miglio organizzatore delle Settimane sociali dei cattolici italiani sono seguiti gli interventi degli onn. Paolo Ciofi, Maurizio Eufemi e Giancarla Codrignani. Ha Concluso l'on. Domenico Rosati vicepresidentedell'Associazione ex Parlamentari. (leggi la locandina)