di Paolo Ciofi - E' possibile una ripresa della sinistra senza una sua connessione organica – politica e culturale, oltre che sociale - con le lavoratrici e i lavoratori dipendenti del XXI secolo, con la nuova classe operaia del mondo globale e della rivoluzione tecnico-scientifica? Ed è possibile, in assenza di questa condizione e con un sindacato messo alle strette perché assuma il ruolo di agenzia di servizi «complice» del capitale, come dicono il governo e Marcegaglia, difendere e allargare i diritti del lavoro? Riconoscere l'autonoma e libera funzione sociale e politica dei lavoratori, che è l'asse portante della Costituzione?
E' pensabile, d'altra parte, la ripresa dell'Italia continuando a svalorizzare, svilire, sperperare e persino umiliare l'unica vera grande risorsa di cui dispone il Paese: il lavoro, appunto, in tutte le sue forme, da quelle manuali a quelle "cognitive" e scientifiche più sofisticate? I fatti parlano chiaro, e con inaudita brutalità in questa fase di recessione e di crisi finanziaria segnata dal fallimento del "libero mercato", che doveva allocare razionalmente le risorse e a tutti assicurare benessere, e invece sta sconvolgendo il pianeta.
Nella giornata di discussione promossa congiuntamente il 3 ottobre a Brescia dall'Ars e dal Crs con la collaborazione del manifesto, della quale presto sarà reso noto il programma, vorremmo accendere i fari sulle lavoratrici e i lavoratori del Nord, stretti tra globalizzazione e comunitarismo identitario, nell'intento di portarne alla luce - con la loro diretta partecipazione - la condizione materiale insieme alle culture di riferimento, come pure le loro idee sulla rappresentanza sindacale e politica. E' nel Nord infatti, la parte più europea e industrializzata del Paese, che si riscontrano la più alta concentrazione operaia, le più significative trasformazioni del lavoro e al tempo stesso il più alto grado di egemonia della destra - come dimostrano anche i risultati elettorali di Lega e Pdl - e le più organiche forme di dominio del capitale sul lavoro.
Siamo in presenza di un apparente paradosso, tipico di tutte le società dell'Occidente "avanzato", dove, di fronte all'impressionante crescita delle disuguaglianze e della precarietà come condizione "naturale" dei lavoratori dipendenti, non si assiste alla maturazione di un conflitto durevole, incardinato sull'asse della nuova questione sociale. Cosicché la modernità dovrebbe consistere nel ritorno all'orario settimanale di 75 ore, accompagnato dal contratto individuale come nell'Ottocento.
In Italia il paradosso è persino clamoroso, perché più pesante e più difficile è la condizione delle persone che lavorano.
Secondo i dati più recenti, i lavoratori italiani non solo guadagnano il 19,5 per cento in meno rispetto alla media Ocse e il 17 per cento in meno rispetto all'Europa. Sono anche i più sfruttati, giacché l'intensità del lavoro è aumentata di 28 punti percentuali, l'incremento più forte di tutta l'Ue. Il malcontento è grande, il malessere diffuso ma tutto ciò non si trasforma in coscienza collettiva, in proposta alternativa, in movimento di lotta capace di durare.
E' evidente che in questo stato delle cose, oltre alle condizioni oggettive, pesano fattori soggettivi che richiedono una valutazione analitica adeguata. Come osservava Dino Greco qualche anno fa, se il giovane operaio bresciano pensa se stesso come uno sfortunato perché non dispone della stessa quantità di denaro di chi lo ingaggia, il suo rapporto con il padrone per un verso è conflittuale, in quanto vuole strappare una parte della ricchezza che quello trattiene per sé, ma dall'altro finisce per considerarlo un modello perché "ce l'ha fatta". In questa ottica, non c'è nessuna contraddizione tra l'iscrizione alla Fiom di quell'operaio e il suo voto per la destra.
Emerge però con tutta evidenza un vuoto culturale e politico della sinistra, nel quale, spostando l'asse del conflitto sulla questione fiscale ed esonerando l'impresa da ogni responsabilità sociale, si cementa un blocco di lavoro e capitale, di padroni e subalterni, che trasferisce tutte le contraddizioni all'interno del mondo del lavoro: tra "garantiti" e precari, tra insiders e outsiders, tra italiani e stranieri. E si alimenta l'incertezza e la paura, rafforzando in ultima istanza il dominio del capitale e della destra. Così i lavoratori finiscono per diventare i "becchini" di se stessi.
«La lotta di classe c'è stata e l'hanno stravinta i capitalisti», annunciava in prima pagina la Repubblica del 3 maggio. Visti i risultati, adesso sarebbe ora di attrezzarsi perché la vincano i lavoratori: è possibile che gli operai e il vasto mondo dei lavoratori dipendenti, costruendo su basi moderne - sociali, culturali e morali - le condizioni di aggregazione di una nuova classe, diventino - al tempo stesso - padroni del proprio destino e protagonisti di un processo di cambiamento della società?
Il lavoro dipendente cambia, si diversifica, si frantuma, in pari tempo si diffonde. E su scala globale diventa davvero universale. Tendenzialmente assume una nuova centralità nella produzione e nei servizi privati e sociali, ma sul terreno politico, cioè nelle scelte di fondo che riguardano l'assetto della società, non conta nulla. E' su questa frattura che occorre indagare ed agire. E se, come è stato detto, il capitalismo è Proteo in ragione del suo perenne trasformismo, per poterlo cambiare bisogna essere Antèo, il gigante che traeva la sua forza dall'esser piantato solidamente sulla terra.
Se dunque ci troviamo di fronte a una questione di portata strategica, la soluzione adeguata non sembra quella di mettere in moto «una gamba laborista» dentro l'attuale schema politico-partitico (anche perché per camminare ci vogliono due gambe, oltre al cuore e al cervello). Né, tanto meno, quella di «fare attenzione ai poveri perché non ci hanno votato», come sostengono autorevoli commentatori: apprezzabile proposito, che però non sposta di millimetro il problema. Bisognerebbe cominciare a ragionare esplicitamente e pacatamente sul lavoro non come dato statistico-elettorale e neanche come una disgrazia da alleviare, ma come soggetto degno della massima attenzione anche per la tenuta della democrazia, e sulle condizioni sindacali e politiche che lo rendono libero. L'argomento è diventato stringente, ed è tempo di metterlo a tema.
Paolo Ciofi
Articolo scritto per ilmanifesto del 18 settembre 2008
La lotta del gigante Antèo
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- Scritto da Paolo Ciofi
- Categoria: Ciofi, scritti e interventi