2. I giovani e il lavoro: un binomio che non c'è
3. In tale impianto concettuale, la precarietà che Veltroni dichiara di voler fermissimamente combattere (è questa “la grande frontiera” del Partito democratico) si manifesta non come effetto della frantumazione del lavoro tipica del modo di produzione capitalistico del XXI secolo e come conseguenza del dominio del capitale su scala globale che produce un enorme esercito di manodopera di riserva, bensì come un dato di origine incerta, difficile effettivamente da spiegare in una società dichiarata a priori “non classista”, se non come distorsione comportamentale dei capitalisti cattivi e, per altro verso, come condizione esistenziale dei subalterni, forse - direbbe Giddens – di natura psicologica. Resta il fatto che scompare anche l’ombra di una critica al moderno modo di produzione capitalistico, e tutto si stempera nelle nebbie di un “nuovo patto generazionale”, vale a dire in un’immagine peraltro non nuova evocata più di un decennio fa dall’avvocato Agnelli, che nasconde la più piatta e conformistica accettazione del modello esistente. Alla fine, come dichiara WV, la grande lotta alla precarietà si ridurrebbe alla “creazione di un efficace sistema di ammortizzatori sociali”. E’ la rinuncia conclamata a una politica per l’occupazione, la semplice conservazione dello status quo: poiché la piena occupazione è una chimera, ammortizziamo socialmente la disoccupazione. La montagna ha partorito il topolino.
Se si considera che la precarietà, in ultima analisi, è conseguenza del dominio e del modo di essere del capitale, risulta chiaro che per combatterla con efficacia è necessario limitare il potere del capitale medesimo, e ciò difficilmente si può ottenere se non si mobilitano e non si organizzano i lavoratori. La terapia sarà invece diversa se si sostiene, come fa Reichlin, che “il Paese si sta disarticolando” perché “una società di vecchi ha difeso corporativismi, rendite e privilegi ponendo sulle spalle delle nuove generazioni un debito immenso”. Se, insomma, i mali dell’Italia dipendono dall’egoismo dei vecchi che hanno sottratto il futuro ai giovani, allora, assumendo quest’analisi minimalista e superficiale che in sostanza manda assolti il nostro capitalismo e le nostre classi dirigenti, la soluzione c’è, ed è chiara, semplice, coerente: meno ai vecchi più ai giovani, secondo la nota ricetta di Nicola Rossi. Ma si tratterebbe di una semplificazione estrema, che disarticolerebbe ulteriormente il Paese, senza dare alcun contributo alla soluzione del problema della precarietà. Il contrario di una riflessione attenta sulla condizione reale dell’Italia e sulle moderne società “avanzate”, che non sono in grado di assicurare, insieme, futuro ai giovani e sicurezza ai vecchi. In buona sostanza, un’ennesima edizione della guerra tra poveri, che si vorrebbe coprire con la foglia di fico del “nuovo patto generazionale”.
D’altra parte, è arduo sostenere che le ingiustizie, le iniquità, le disuguaglianze della società in cui viviamo nascono non dalla natura del capitalismo – come argomentava tra gli altri il liberale Keynes e non solo il comunista Marx – bensì dalle protezioni dello Stato sociale e, in pari tempo, dichiarare che le protezioni stesse vanno estese (magari a discapito di chi già le ha) per assicurare maggiore sicurezza e libertà. Dalla premessa consegue soltanto che sicurezza e libertà, maggiore uguaglianza, minore ingiustizia e più equità si potrebbero ottenere solo attraverso il ridimensionamento dello Stato sociale, se non con la sua liquidazione. Un ideologismo lontano mille miglia dal vero, che certamente non aiuta a combattere le vere storture sedimentate nella concreta conformazione dello Stato sociale, con l’obiettivo di una sua effettiva riforma.
In una società degli individui privi di qualità sociale e di legami di classe, in cui il lavoro non è considerato fattore costitutivo della persona e fondamento della Repubblica bensì semplice accessorio dell’impresa, il sindacato (cioè l’organizzazione dei lavoratori dipendenti che in Italia sono circa 16 milioni e producono più dell’80 per cento della ricchezza materiale e immateriale della nazione) non conosce la confederalità e il contratto nazionale, viene frantumato nelle corporazioni delle categorie e nella difesa pure legittima di interessi puntuali, e alla fine declassato a pura e semplice consociazione lobbistica. Emerge un’ulteriore contraddizione: da una parte si spinge verso il sindacato corporativo e di mercato, tentando di sormontare l’ostacolo costituito soprattutto dalla Cgil, dall’altra al medesimo sindacato si chiede di farsi carico dell’“interesse generale”, che prioritariamente - per chi è schierato dalla parte del lavoro - dovrebbe essere quello dell’intera classe dei lavoratori dipendenti. Ma poiché in natura non esiste un sindacato corporativo che possa tutelare l’interesse generale, allora si deve concludere che ciò che effettivamente si vuole è un sindacato posto al servizio dell’impresa, i cui interessi (di classe) vengono elevati al rango di “interesse generale”.
Tipico, al riguardo, è proprio l’impianto del “nuovo patto generazionale”, che si fonda sull’idea, condita con tante salse su un’unica pietanza, non di una generale redistribuzione del reddito a vantaggio del lavoro dipendente in modo da non penalizzare effettivamente le generazioni più giovani, bensì di una redistribuzione tutta interna ai redditi da lavoro, con uno spostamento verso i giovani della quota oggi assegnata ai vecchi. Un’operazione che non tiene conto: a) che l’ammontare del reddito nazionale attribuito ai lavoratori è diminuita dal 59 al 49 per cento negli ultimi tre decenni in presenza di un aumento dei lavoratori medesimi, mentre contestualmente profitti e rendite sono cresciuti dal 41 al 51 per cento; b) che i salari reali sono rimasti sostanzialmente fermi e sono tra i più bassi d’Europa, portando alla luce una drammatica questione salariale; c) che il tasso di occupazione in Italia è di quasi 10 punti più basso rispetto alla media europea (58,4 contro 67,5 per cento).
In conclusione, il problema non si risolve redistribuendo la povertà all’interno del lavoro dipendente (a bassi salari in condizioni di precarietà e a bassi tassi di occupazione inevitabilmente corrispondono basse pensioni), ma redistribuendo la ricchezza della nazione a vantaggio del lavoro dipendente medesimo, e spostando verso gli investimenti una quota consistente di profitti e rendite. Poiché il modello distributivo attuale privilegia la finanza, la speculazione e l’impiego improduttivo del profitto, non ha alcun senso continuare a sostenere, come fanno Veltroni e Rutelli in perfetta sintonia con Montezemolo, che il problema è la crescita e non la redistribuzione della ricchezza. Al contrario, il luogo comune secondo cui se non c’è crescita non c’è niente da distribuire viene rovesciato da una condizione nella quale appare sempre più evidente che se non si modifica il modello distributivo il Paese decade e non è pensabile lo sviluppo, cioè un nuovo sviluppo. In altri termini, non c’è possibilità di alzare il tasso occupazione e il livello dei salari, e di conseguenza le pensioni di oggi e di domani, né di combattere efficacemente la precarietà, al di fuori di una diversa distribuzione della ricchezza, di un progetto di rilancio dell’Italia come nazione su nuove basi economico-sociali (oltre che ambientali), che Veltroni non propone e che la sinistra dovrebbe proporre.
Gli appelli reiterati lanciati a sinistra e ai sindacati contro l’odio di classe e l’egoismo sono male indirizzati e mancano i bersagli reali, vale a dire coloro che dalla fine degli anni ottanta hanno scatenato una nuova e inedita lotta di classe contro il lavoro e i diritti del lavoro per liberare l’impresa da ogni vincolo e condizionamento, in nome della primazia del mercato e del dio denaro. E’ stato il dominio della cultura d’impresa, elevata a metodo di governo del Paese, a spaccare la società, ad alimentare tutti gli egoismi, ad accrescere il tasso di ingovernabilità. Gli operai e i lavoratori italiani, che con il loro lavoro hanno tenuto a galla il Paese in questi anni difficili, e che hanno pagato doppiamente per l’ingresso dell’Italia in Europa e per il (mancato) risanamento dei conti pubblici, invece di essere premiati e gratificati, sono stati resi totalmente subalterni e precari nel rapporto di lavoro, e posti ai margini della società, della cultura e della politica. Il dominio della cultura d’impresa e la pratica senza principi di un capitalismo finanziario aggressivo, speculativo e arruffone hanno prodotto un effetto micidiale: la devastazione dell’unica vera grande risorsa di cui il Paese dispone, il lavoro e la creatività degli italiani.
4. Il recupero del senso di appartenenza e dell’unità nazionale, su cui WV ha particolarmente insistito, appare assai problematico in queste condizioni, e in assenza di un autonomo e libero punto di vista del lavoro sul presente e il futuro della società italiana. Come ha fatto notare quel tale, gli operai torinesi che hanno salvato gli impianti industriali dai nazisti alla fine della guerra si sono dimostrati i veri eredi del conte di Cavour, a differenza della borghesia che ha l’abitudine di trasferire all’estero i gioielli di famiglia. A maggior ragione appare poco fondata l’impostazione riproposta al Lingotto da Veltroni, il quale da un lato lancia accorati appelli all’unità nazionale e dall’altro persiste nell’ostracismo nei confronti di una cultura politica che - a cominciare da Gramsci - ha dato un contributo decisivo al costituirsi dell’Italia come nazione, alla formazione della sua cultura, all’impianto dello Stato democratico.
Trovando il modo di non citare a Torino il rivoluzionario e comunista Antonio Gramsci, il democratico e l’antifascista, il pensatore italiano del Novecento più tradotto e conosciuto nel mondo che fa onore all’Italia e agli italiani, WV ha praticato una conventio ad excludendum delle idee che non è un buon viatico per il conclamato pluralismo del Pd e per l’annunciata “mescolanza” delle sue culture. Sarkozy ha fatto meglio, nel suo trasformismo proteiforme. Per il resto, con tutto il rispetto per le persone che comunque non possono compensare un vuoto così grande, i numerosi riferimenti a Mario Draghi, che al Lingotto è stato il più citato in pubblico, e il deferente omaggio a Giovannino Agnelli, che WV ha voluto ricordare in privato, sono la conferma sia pure indiretta che il Pd si colloca dalla parte dei poteri forti, o meglio del comando capitalistico: dalla parte del capitale nella sua configurazione liberal, con l’intento di renderlo amichevole e gradito a una vasta platea di fans soprattutto giovani.
Dunque, un partito che non è di sinistra ma che ai giovani può apparire di sinistra, e che al suo interno può contenere componenti denominate di sinistra. Un partito, per altro verso, temuto dalla destra perché, ponendosi sul suo stesso terreno, esplicitamente intende sottrarre ad essa argomenti e programmi, secondo lo schema classico della democrazia americana. In sintesi, un partito pigliatutto: che sta dalla parte del business e intende presentarsi anche come partito del lavoro; che nei contenuti si configura moderato e centrista ma nell’immagine si autopromuove di sinistra; che si propone di cambiare la Costituzione e tra suoi promotori chiama un padre costituente come Scalfaro, nume tutelare della nostra Carta fondamentale, presidente del Comitato per la difesa della Costituzione nel recente referendum. Un gioco di specchi tra fiction e realtà, tra forma e contenuto che va ben oltre il trasformismo storico, e che è reso possibile oggi dalla pervasività della comunicazione. Un trasformismo mediatico, dell’immagine e dell’immaginario, che fa apparire l’appiattimento sull’esistente come evocazione della modernità.
Alla sinistra perciò non può bastare la metafora del “modello Roma” come chiave critica per decodificare il sistema di potere del futuro “sindaco d’Italia”. Del resto, nella capitale, non siamo in presenza della pura spettacolarizzazione della politica e del potere, al panem et circenses che il sindaco, moderno Cesare, offre alla plebe consumatrice del XXI secolo nell’Auditorium di Renzo Piano, e non solo. E’ una semplificazione che non fa i conti con la complessità dei rapporti che coinvolgono economia e politica, cultura e società nell’età del capitale globale. In realtà, siamo di fronte a un sistema di potere strutturato, in cui il business della cultura e dello spettacolo e il ceto politico dirigente si compattano con le banche, i grandi manager privati e pubblici, gli operatori commerciali e turistici, la rendita immobiliare e finanziaria. In trasparenza si intravede il dominio del capitale del XXI secolo, che fonda un nuovo potere metropolitano sull’intreccio tra rendita e profitto, sull’egemonia culturale e la subalternità strutturale del lavoro.
Non è dunque adeguata una rappresentazione del sistema dominante come semplice “rifunzionalizzazione” “del vecchio potentissimo blocco di potere romano: costruttori, proprietari di giornali controllori delle cronache locali, proprietari dei crediti della sanità privata, Camera di commercio e Vaticano”. Sfuggono almeno due elementi chiave di un blocco di potere per molti versi diverso e nuovo, oggi determinanti per l’esercizio del dominio economico e dell’egemonia politica: la finanza e la cultura. Per altro verso, insufficiente è l’attenzione rivolta alle lavoratrici e ai lavoratori dipendenti, alle loro condizioni materiali e alle loro culture, alle loro necessità e alle loro aspirazioni, al loro senso comune e al loro immaginario. Non solo ai precari e agli emarginati: a tutti i lavoratori e le lavoratrici, nelle loro diverse infinite configurazioni nuove e vecchie, fino ai livelli più sofisticati del lavoro scientifico e culturale. Senza di che appare votata al fallimento l’impresa di costruire un “blocco storico” alternativo, in grado di progettare un’altra società e un’altra metropoli.
Se invece si ritiene che, “saltati gli spazi di mediazione politica (tra partiti) e istituzionale (il Consiglio comunale)”, il problema nella metropoli sia quello di “fare delle belle invasioni di campo, praticando il conflitto e provando a praticare il palcoscenico veltroniano per dare visibilità alla città di sotto”, “magari a partire dalla notte bianca e dalla festa del cinema”, allora mi pare che siamo piuttosto lontani dalla possibilità di costruire una sinistra della trasformazione imperniata su uno schieramento sociale alternativo, ampio e con capacità di governo. Il gesto dimostrativo (peraltro funzionale a una sorta di neocontrattualismo di matrice sindacale) può essere utile ma non basta, e rischia di restare fine a se stesso soprattutto se si accetta di praticare “il palcoscenico veltroniano”, vale a dire se si assumono gli stessi canoni della politica spettacolo del “sindaco d’Italia”, per gran parte mutuati da Berlusconi. Il problema non è l’invasione di campo, ma cambiare campo, costruire un altro campo. In altre parole: cambiare la pratica e i contenuti della politica attraverso il consenso, e uscire dal minoritarismo dimostrativo per guadagnare la maggioranza.
Un compito arduo, non c’è dubbio. Ma in regime di democrazia politica, e a maggior ragione se si impugna la bandiera della non violenza, questa è la via. E questa è la posta in gioco, l’Hic Rodhus hic salta con cui cimentarsi. Altrimenti a Veltroni e Montezemolo si può fare il solletico e magari provocare qualche eritema, ma non si incide nel sistema dominante, e anzi si può essere usati come copertura di una politica nella sostanza conservatrice. In realtà a Roma WV arbitro non lo è mai stato, giacché ha costruito metodicamente il suo sistema di potere, mentre a sinistra è mancato un legame forte, dialetticamente efficace tra società e istituzioni, tra movimenti e politica. L’egemonia l’hanno esercitata gli altri, fino al punto che oggi i nuovi dominanti sono diventati proprietari dell’immaginario e del senso comune, e su questo costruiscono una nuova condizione materiale di sfruttamento del lavoro e di dominio sulla città. Una forma forte e penetrante di privatizzazione della politica. >>>segue
*Questo saggio di Paolo Ciofi è anche sui seguenti siti: ARSinistra.it, articoluno.org, Edicolaciociara.it, MegaChip.info. Qui segnaleremo anche la presenza sulla carta stampata.
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