piccolo belloTerza tappa - 1 giugno 2005

Arrivo a Vicenza dal Nord Ovest e mi rendo conto che il Nord Est, se vogliamo usare questa metafora, è un modello fragile. Fragile, perché il mito del "piccolo è bello dello stato nascente dell'impresa", "della gente che s'inventa il capitalismo in stalla, nell'orto, nel sottoscala, sotto una tettoia" - come scriveva uno smaliziato osservatore, Giorgio Lago - sta andando in pezzi, travolto dalla crisi. Fragile, perché la pratica delle delocalizzazioni impoverisce il tessuto economico e logora la coesione sociale, immettendo combustibile nel calderone di una crisi che non risparmia territori e settori produttivi, e che non ha alcun rispetto neanche per i marchi più illustri e titolati.
Sicuramente il lavoro, o la "cultura del lavoro" come dicono qui, è stato l'architrave del modello, ma la condizione del lavoro appare oggi molto difficile e pesante. La provincia di Vicenza, "cuore del Veneto", che nel passato aveva fatto da traino all'intero Nord Est arrivando a esportare più dell'intera Grecia, ora si trova nel centro della crisi: in un solo anno le esportazioni vicentine sono crollate del 21,4%. Le ore di Cassa integrazione sono invece aumentate di quasi un milione, passando da 1.985.185 a 2.800.712. Secondo una rilevazione della Cgil, Vicenza è oggi la provincia veneta con il più alto numero di lavoratori coinvolti in crisi aziendali: 4.457, di cui 1.858 tessili, 1.406 metalmeccanici e 1.193 di altri settori, mentre si estendono le aree di disagio e povertà.
L'idea che da queste parti siano tutti padroni e padroncini, e che gli operai non esistano più, fa parte dell'ideologia del moderno, ma è stata anche un'operazione mediatica - come quella del "marchio democratico" Benetton - che serviva a diffondere l'immagine di un Nord Est futurista e innovativo, a differenza del Nord Ovest passatista, classista e industrialista. Nella realtà, il Veneto (secondo dati Istat) con 775 mila tute blu è la seconda regione operaia in Italia, dopo la Lombardia e prima dell'Emilia Romagna. Perciò mi è sembrato necessario cercare di capire, prima di tutto, come vivono gli operai nuovi del Nord Est in condizioni di "normalità", cioè senza l'afflizione del licenziamento e della disoccupazione.
Nella sede sindacale delle Acciaierie Valbruna - 1000 occupati, produzione di acciaio speciale inox, un'azienda che "programma sul lungo" e che quindi, mi dicono, non dovrebbe avere problemi fino al 2010 - incontro D'Avanzo, veneto e delegato Fim, Alari, Debari e De Gaetanis, pugliesi e delegati Fiom, tutti trentenni. Qui gli operai per il 30% sono veneti e per il 70% meridionali, soprattutto pugliesi, perché il proprietario Amenduni, pugliese anche lui, ha privilegiato l'assunzione dei suoi conterranei.
Dalla discussione, cui partecipano anche Zanni segretario della Fiom e Ballan della segreteria Fim di Vicenza, insieme a Danilo Andriollo della Cgil, che è la mia guida solerte, emergono dati ed esperienze di vita illuminanti. I ritmi di lavoro sono molto intensi in azienda, ma non ci sono stati negli ultimi tempi incidenti gravi perché alla sicurezza oggi si presta più attenzione. Il salario va da i 1.000 euro (per 14 mensilità più un premio annuo di altri 1.000 euro) ai 1.300 euro, se lavori di notte e fai lo straordinario.
Se sei singolo, con un mutuo o un affitto sui 550 euro più le spese per la macchina, già c'è poco da scialare e a malapena arrivi alla fine del mese. Se sei sposato e hai un figlio a carico, proprio non ce la fai. Qualcuno ha pensato seriamente di tornarsene in Puglia, quando la moglie non lavorava. Ma se la moglie lavora devi prendere la baby sitter, perché qui i servizi sociali sono scarsi e costano un occhio della testa. Insomma, la vita è grama. Niente vacanze, solo qualche volta una pizza. Poche relazioni sociali, a trent'anni vivi quasi in isolamento. E in solitudine devi affrontare il problema della casa, dei trasporti, dei servizi sociali, perché non esiste per questo una politica.
Zanni mi fa notare che nel passato la famiglia operaia con un salario viveva dignitosamente e riusciva anche a risparmiare. Oggi, con un solo salario, si rischia di precipitare nella povertà. E Ballan aggiunge: "Noi veneti reggiamo perché abbiamo la rete di protezione della famiglia. Di norma, i nostri genitori hanno la casa di proprietà e dei risparmi, ci aiutano finanziariamente, ci invitano a mangiare, ci tengono i figli.... Invece i meridionali e gli extracomunitari, che la rete di protezione della famiglia non ce l'hanno, sono davvero in difficoltà".
Questa è la condizione degli operai occupati. E di quelli che perdono l'occupazione, e patiscono direttamente le conseguenze della crisi? L'incontro con le lavoratrici e i lavoratori della Fiamm avviene a Montecchio Maggiore sotto il segno della preoccupazione e dell'incertezza. Sono tanti e io non posso citarli ad uno ad uno. D'altra parte, il quadro che descrivono è univoco: 200 "esuberati", uno stabilimento venduto, Cassa integrazione straordinaria, mobilità volontaria.
Poi ci sono gli effetti sull'indotto, in un tessuto di microimprese già logorato dalla crisi del tessile. Il gruppo Fiamm, 800 dipendenti nel vicentino, tra i primi al mondo nella produzione di batterie e avvisatori acustici per auto, e con altre produzioni meno significative, delocalizza in Cina e in India, ma soprattutto sembra soffrire dell'assenza di una strategia, tra continue ristrutturazioni e buchi di bilancio. L'avvenire è oscuro e senza prospettive dopo l'annuncio che gli stabilimenti di Montecchio e Almisano saranno chiusi.
I lavoratori hanno risposto con uno sciopero massiccio. Mi dicono che è la situazione peggiore degli ultimi vent'anni, e che forse all'esterno non si avverte perché le persone cercano di viverla con grande dignità. Ma al mercato sono sempre di più quelli che vanno a pescare nei rifiuti alimentari: e non, come una volta, per il cane o per il gatto. C'è chi chiede prestiti perché non arriva alla fine del mese, chi va a mangiare alla Croce verde, chi si rivolge al Comune o al parroco per pagare le bollette.
La solidarietà? Mi raccontano che un operaio, "nostro ex Rsu", ha costituito un gruppo di 70 persone per raccogliere viveri da distribuire in parrocchia, e che le persone che li chiedono sono in continuo aumento. I partiti di tutto ciò non si interessano. L'unico punto d'appoggio è il sindacato, ma ci vorrebbe più calore - aggiungono - e una rete che rafforzi la solidarietà nel territorio. La vicinanza delle parrocchie è importante, ma non basta.
Il problema del rapporto con i poteri pubblici, e quindi con la politica, sta diventando per diversi aspetti centrale nella crisi che percuote il Nord Est. Da più parti, tutti chiedono interventi: ormai è chiaro che il "libero mercato", figliando disoccupazione e precarietà, da solo non ce la può fare. A un salto da Montecchio c'è Arzignano, capitale del distretto della concia che raggruppa 10 Comuni, e qui si vede benissimo la necessità di "fare sistema", superando l'individualismo esasperato.
Il piccolo è bello della fase nascente del capitalismo sembra ormai un ricordo del passato per la moltitudine di 650 aziende conciarie che danno lavoro a 7.000 persone ("ma non si sa mai con certezza quante sono", osserva Dal Zovo della Filcea, che incontro con Orlandi e Boschetto, Rsu della Italian Leather e della Faeda). Per la maggior parte, le piccole imprese sono soffocate da una terziarizzazione esasperata, mentre un pugno di società leader, che hanno in tasca le chiavi della finanza, delocalizzano in Brasile e in Cina. Il contratto regionale per i dipendenti delle ditte artigiane non si rinnova da quattro anni, e sui lavoratori che non hanno tutele si scaricano licenziamenti e flessibilità.
L'esigenza di un intervento pubblico all'altezza di queste emergenze cresce. Da una parte, sono necessarie politiche strutturali, che all'interno del distretto riconnettano il processo produttivo come un continuum unitario, diffondendo tecnologie e conoscenze, alzando il livello della formazione e della qualità nella salvaguardia rigorosa dell'ambiente. Dall'altra, emerge la necessità di ridefinire la centralità del fattore umano.
Mi fanno notare che nella concia siamo in presenza di un problema di enorme portata: la classe lavoratrice non è più italiana. "Gli stranieri mandano avanti le nostre aziende, ma non sono cittadini. E' la cosa più amara e più grave". Una nuova cittadinanza per tutti, questa è davvero una necessità primaria. E non solo nell'interesse delle persone che lavorano, ma anche per ricostruire l'unità complessiva del lavoro, e per contrastare il degrado della società e del territorio.
Cosa possiamo dire, a questo punto, del modello Nord Est? Innanzi tutto questo: che se il lavoro è stato il seme che lo ha generato, la svalorizzazione e la penalizzazione del lavoro non potevano che portarlo al collasso. La monocultura dell'impresa capitalistica nascente, nella fase del capitalismo globale, più che una novità sembra un interessato non sense, o un ritorno al passato. Per il resto, alla prossima puntata.

 

Vicenza e provincia, i numeri della crisi scheda della terza puntata

Con una popolazione di 819.297 residenti al 31 dicembre 2003 (di cui 111.409 nel Comune capoluogo), la Provincia di Vicenza si configura come una realtà sociale in evoluzione (basti pensare al forte saldo migratorio), in presenza di una struttura economica molto articolata in cui spiccano però due caratteristiche di fondo. In primo luogo, la prevalenza del manifatturiero (con il 49,2% degli addetti) sul terziario (47,8% degli addetti), con una posizione residuale dell'agricoltura (solo il 3%). In secondo luogo, la presenza di due comparti specifici, l'orafo e il conciario, in cui i vicentini eccellono e che hanno un particolare peso nella struttura delle esportazioni, subito dopo il settore metalmeccanico e il tessile- abbigliamento. I quattro settori insieme coprono l'83,4% dell'intero export vicentino, così suddiviso 45,1% Europa, 17,1% America settentrionale, 13,2% Asia, 24,5% resto del mondo.
La disaggregazione settoriale del Pil della provincia conferma il peso notevole dell'industria (42,7%), analogamente alla provincia di Treviso (40,9%), mentre nel Veneto le attività industriali pesano solo per il 23,7% a causa dell'esorbitante quota che i servizi hanno a Venezia.
Caratteristica del "modello Nord Est" è l'alto tasso di occupazione complessivo (Vicenza 65,4%, Veneto 63,0%, Italia 55,4) come pure di quello femminile (rispettivamente, 55,9% , 50,7%, 42,0%). Ma sulla crisi del modello influisce evidentemente la conformazione delle imprese per classi di addetti: 71,9% da 1 a 2 addetti; 20,4% da 3 a 9; 6,8% da 10 a 49; 0,8% da 50 a 249; 0,1% oltre 250 addetti. La fragilità di questa conformazione è confermata dal fatto che l'87% delle imprese, che copre il 20,8% del business vicentino, fattura in media meno di 5 milioni di euro l'anno, mentre tra i 5 e i 10 milioni di euro si situa l'11,2% delle imprese, che generano il 41,2% del fatturato. Solo l,1% delle imprese vicentine ha un business superiore ai 50 milioni di euro, ma copre il 31% del fatturato complessivo.
Vicenza, con un export sceso a 9.266 milioni di euro, si conferma la terza provincia esportatrice italiana dopo Milano e Torino, ma lascia sul terreno oltre un quinto del suo export. Nel 2003 le esportazioni in Usa sono calate del 25,8%, quelle in Germania addirittura del 36,4% a dimostrazione che evidentemente il problema non è l'euro. Nel frattempo, tra il 2000 e il 2004 le ore di Cassa integrazione sono aumentate del 276,5%. Secondo la Fondazione Nordest, "l'esigua dimensionalità appare più come un limite che come l'irrobustirsi di una chanche".

(scheda a cura dell'Associazione "articolouno")