Sesta puntata  - 11 giugno 2005

Vai alla Ducati di Borgo Panigale, nella "fabbrica leggera" beatificata dal sociologo Bonomi che "sa tanto di favola del capitalismo", e trovi il taylorismo. Una catena pesante, che cadenza i ritmi di lavoro secondo tempi e metodi rigidamente impostati. Una moto da assemblare in 40 minuti. Non è il luogo delle favole.
In officina, dove si fanno gli alberi motore, c'è un robot antropomorfo che si erge minaccioso e lavora a una velocità impressionante, come a dire che l'uomo potrebbe diventare superfluo. Sulla linea di montaggio, invece, il lavoro è quasi tutto manuale: non si usa la chiave inglese di Charlot in "Tempi moderni", ma le operazioni sono ugualmente molto stressanti. Poi ci sono le strozzature. "Per chiudere i carter i giapponesi hanno le presse, noi usiamo il martello. Più che operai industriali, sembriamo maniscalchi".
Il tema dell'organizzazione del lavoro e dell'intensità dei ritmi è quello maggiormente presente nella riunione con i rappresentanti sindacali Fiom, che si trasforma in una discussione vivace e aperta. Insieme a Beatrice Cenci, sindacalista bolognese, incontro una classe operaia giovane proveniente soprattutto dal Mezzogiorno, che s'innesta su un solido tronco emiliano.
Con circa 1.000 dipendenti, di cui metà operai e 150 addetti alle corse, il resto quadri, ingegneri e amministrativi, prevalentemente addetti al marketing (si vende di tutto, anche Chicco Ducati 999, "la moto radiocomandata fatta su misura per i bambini più piccoli"), Ducati produce 35 mila macchine, una quota insufficiente a reggere la concorrenza dei giapponesi, ma non solo. Un'azienda terziarizzata, che acquista fuori dalle mura il 70% delle merci, mentre dentro – esulta il sociologo – "si progetta, si verifica la qualità, si assembla, e soprattutto si vende". Una geniale modernizzazione, che da gran tempo hanno inventato i façonisti di San Giuseppe Vesuviano.
Cos'è la Ducati oggi? Tutta finanza e immagine, poca innovazione e qualità: la risposta è unanime. Da quando nel 1996, usciti i fratelli Castiglioni, l'azionista di controllo è diventato il fondo americano TPG (Texas Pacific Group), la Ducati ha avuto inizialmente un exploit, ma oggi i segni di difficoltà sono evidenti. "Paghiamo la logica del fondo- sottolinea Lina - che è quella della valorizzazione del titolo in Borsa per incamerare rendite tramite la popolarità del marchio. Quindi molta pubblicità e immagine, a scapito degli investimenti nella ricerca e nel prodotto".
Nel primo trimestre del 2005, rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, Ducati Motor Holding ha avuto un decremento dei ricavi pari al 15,1%, un calo delle immatricolazioni globali del 16% (Italia e Germania –23, Giappone –31, Gran Bretagna- 36%), una perdita di un milione di euro pre tasse. Al 31 marzo il debito netto aveva raggiunto la vetta di 122,3 milioni di euro, pari all'82% del patrimonio. Sono cifre che parlano da sole.
Gli operai sono scontenti. Scontenti per i ritmi e per lo stress. Scontenti per la bassa qualità del lavoro e l'elevata percentuale degli scarti. Scontenti per la loro condizione materiale: come di consueto, i 1.000 euro sono il compenso mediano, e se non hai la famiglia alle spalle non ce la fai.
Sono scontenti della politica. "La gente è stanca, la destra è un disastro, ma la sinistra non è un granché". "I lavoratori - osserva ancora Lina - non associano il lavoro alla politica. Per loro, lavoro e politica sono due termini separati". Qualcuno aggiunge che i giovani non sono consapevoli dei loro diritti, e si accende una forte discussione: sono i giovani disinformati e individualisti, o è del tutto insufficiente la trasmissione della memoria storica? Comunque non si forma un giudizio comune sui processi di questi anni e sulle conquiste storiche del movimento operaio.
L'unica cosa di cui sono contenti, a quanto pare, è il sindacato. Qui - sottolineano - ci sono state "megavertenze" importanti, e l'accordo integrativo aziendale, firmato unitariamente da Fiom, Fim e Uilm, viene portato ad esempio per il ripristino di corrette relazioni sindacali, e per i contenuti in materia di formazione, e di diritti individuali e collettivi. Ma anche perché ai sindacati e alle Rsu viene riconosciuta una specifica funzione nel ciclo produttivo, dove si segnalano alcune novità: riallocazione dentro le mura di alcune attività terziarizzate, trasformazione del rapporto a termine in tempo indeterminato, informazione preventiva su tempi e metodi con possibilità di controdeduzioni da parte delle Rsu.
Invece alla Ognibene di Reggio Emilia, una fabbrica metalmeccanica di 300 addetti a conduzione familiare con una presenza prevalente di operai meridionali ed extracomunitari, e con manodopera femminile al 50% e un 20% di interinali, l'azienda non dà alcuna comunicazione sui sistemi tayloristici recentemente introdotti, né istituisce corsi di formazione. L'ideale è l'operaio disinformato, che fa operazioni di cui non conosce la ratio a ritmi sempre più intensi determinati dalle macchine robotizzate. Il sindacato e la Rsu fanno fatica, come emerge dall'incontro con Miria, Carmine, Lino, Afro e altri insieme a Valerio Bondi della Fiom. In questa condizione, osserva Tiziano Rinaldini, "è indispensabile il recupero di una cultura sull'organizzazione del lavoro e sul taylorismo, che il sindacato non ha più, e che invece è essenziale per salvaguardare il potere contrattuale".
E' chiaro che molto dipende dai rapporti di forza reali, e dalla capacità di misurarsi concretamente con l'organizzazione del lavoro che il grande ritorno del taylorismo induce nelle nuove forme di produzione e nella fabbrica moderna. Se il rapporto di lavoro viene decontrattualizzato, il sindacato perde di peso, ma soprattutto il lavoratore perde il controllo sui tempi e sulla remunerazione del suo lavoro, ciò che si ripercuote sull'intera sua vita e sulla sua posizione nella società. Per altro verso, l'innalzamento delle tutele sociali e della qualità della vita nel territorio rafforzano la posizione del lavoratore rispetto al capitale nel cuore del processo produttivo. Tra rapporti di produzione e rapporti sociali i nessi sono sempre più stretti.
Alla Coop Consumatori Nord Est, 4000 dipendenti, radici a Reggio con ramificazioni in Veneto, Lombardia, Friuli ed anche in Sicilia e all'estero, l'organizzazione interna del lavoro provoca effetti sconvolgenti sulla vita dei dipendenti. Sia per l'orario spezzato, che impedisce di svolgere altre attività, ma maggiormente perché l'uso discrezionale del part time e la variazione continua degli orari condiziona in modo determinante la vita delle persone, soprattutto delle donne. In pratica la vita umana diventa una variabile dipendente dal mercato e dalla discrezionalità dell'impresa. La denuncia delle Rsu e dei lavoratori che incontro in proposito è forte: "Loro decidono i tuoi tempi di lavoro e per conseguenza ti devi organizzare la vita", "Se due lavorano nella distribuzione non possono fare figli", "Con questo tipo di part time vanno a picco i diritti, e noi non riusciamo a frenarlo "...
In una realtà come quella emiliana, nella quale storicamente la contrattazione di tutti gli aspetti del rapporto di lavoro tendenzialmente ha spinto l'impresa verso l'innovazione e l'alta qualità, ma ha anche contribuito alla diffusione di un "welfare territoriale" che ha contenuto l'egoismo e la disarticolazione sociale, oggi si ragiona e si sperimenta intorno a modelli contrattuali che tengano insieme in una nuova progettualità il luogo di lavoro e il territorio, la società e l'ambiente, l'individuo e la classe, il ruolo dell'impresa e la funzione del pubblico. Mi pare una delle poche cose veramente nuove in giro per l'Italia.
Non si tratta di indebolire il contratto nazionale come perno della solidarietà e dell'unificazione dei lavoratori, che al contrario va rafforzato di fronte a un processo complessivo globale-nazionale qual è la svalorizzazione del lavoro, ma di arricchirlo di altre potenzialità. Da questo punto di vista mi pare utile segnalare che nel contratto della Ducati si formula l'ipotesi di finanziamenti aziendali al Comune di Bologna per il potenziamento degli asili nido. E' una scelta che sta dentro l'esigenza di costruire un Fondo per le politiche sociali (l'uno per cento sul valore aggiunto) alimentato anche con risorse provenienti dalla contrattazione di secondo livello.
Cesare Melloni, segretario della Camera del Lavoro di Bologna, me ne dà conferma e precisa: "Nella nostra elaborazione, abbiamo individuato nella socialità, nel lavoro e nell'ambiente le determinanti dello sviluppo come qualità. Perciò le nostre risposte vanno definite a livello territoriale, ma debbono vivere dentro i processi contrattuali reali che si svolgono in azienda e nel territorio. E questo lo puoi fare solo se sei portatore di un interesse di parte che non si piega agli imperativi aziendali, ma li condiziona a partire da un punto di vista non subalterno". Effettivamente, c'è materia su cui lavorare.

 

Ceti medi e tute blu scheda

L'Emilia-Romagna, considerata la regione classica dei ceti medi, con 620.000 tute blu è la terza regione operaia del paese.
L'Emilia-Romagna, considerata la regione classica dei ceti medi, con 620.000 tute blu è la terza regione operaia del Paese, dopo Lombardia e Veneto, prima del Piemonte. E sebbene la Provincia di Bologna abbia un livello d'industrializzazione inferiore a quello di Modena e Reggio Emilia, tuttavia il numero di lavoratori dipendenti è nettamente superiore a quello degli autonomi: 331.376 contro 115.075, secondo l'Osservatorio regionale Ires Cgil. Nel decennio 1991-2001 i lavoratori dipendenti sono cresciuti di 24.500 unità in Provincia, mentre gli autonomi. solo di 2.074. Lo stesso andamento, con tassi d'incremento più marcati, si registra nell'intera regione.
Le peculiarità del sistema produttivo emiliano-romagnalo e bolognese hanno consentito una maggiore resistenza di fronte alla crisi. Pur in presenza di un incremento del 47% delle ore di cassa integrazione tra il 2004 e il 2003, soprattutto nei settori chimico, delle pelli e cuoio, del legno e nell'edilizia, uno studio della Camera di Commercio mette in evidenza "la sostanziale tenuta del sistema imprenditoriale bolognese", caratterizzato da una particolare connotazione delle piccole imprese, e dall'alta qualità delle produzioni. Se le imprese fino a 10 addetti sono circa il 90%, in pari tempo è piuttosto forte la tendenza a raggrupparsi per accedere ai mercati finali e delle forniture: i gruppi erano 2.011 nel 2.000, per il 40% degli addetti e il 47% del fatturato. D'altra parte, i punti di forza dell'apparato produttivo bolognese sono il terziario avanzato e il settore metalmeccanico, soprattutto i motori (oltre a Ducati, Lamborghini, Magneti Marelli, Malguti, Minarelli, ecc.) e le macchine automatiche con una posizione di leadership mondiale (Acma, Amotek, G.D.,Ima, Italmec, ecc.).
Alto è il livello della ricerca, come quello della formazione e dei servizi, costante e organico il rapporto con l'Università. Nel 2001, la Provincia di Bologna ha depositato presso l'European Patent Office (Epo) oltre 280 brevetti per milione di abitanti, rispetto ai 240 di Modena, ai 170 dell'Emilia Romagna, ai 90 nazionali. In generale, Bologna e la Regione si collocano ai livelli più alti negli indici economici e sociali dell'Europa.
La spiccata vocazione industriale della Provincia bolognese è caratterizzata da costi del lavoro mediamente più elevati di quelli nazionali, e da una presenza sindacale robusta e articolata. Da cui si potrebbe trarre la conclusione che il tessuto produttivo è più forte laddove il lavoro è valorizzato, e la presenza sindacale più consistente e diffusa.

(scheda a cura dell'Associazione "articolouno").