Nella distribuzione del reddito si è compiuto tra gli anni ottanta e novanta un cambiamento di fondo. "Alla fine degli anni novanta, secondo i calcoli di Alvi, la quota di reddito nazionale destinata ai salari, pari al 56,4 per cento nel 1980, scende al 40,1 per cento con una picchiata di oltre 16 punti, stimata in cifra assoluta intorno ai 300 mila miliardi di lire. Di contro, la quota di profitti e rendite sale nello stesso periodo dal 43¸6 per cento al 59,9 per cento. Agli inizi degli anni novanta i salari erano a quota 47,3 per cento, con i profitti e le rendite al 52,7 per cento".
"Prendiamo nota di questo dato: oltre il 70 per cento degli occupati, dopo il terremoto che ha semplicemente capovolto gli equilibri nella distribuzione del reddito, riceve solo il 40 per cento della ricchezza prodotta. In altri termini, i lavoratori dipendenti in crescita si vedono attribuire una quota continuamente decrescente del reddito nazionale. Può riprendersi l'economia, quando la distribuzione del reddito è così iniqua, e il potere d'acquisto della maggioranza delle persone che lavorano si riduce?"
Nello stesso tempo si sono formati enormi patrimoni, ma "un'economia dei patrimoni come quella italiana somiglia a una lotteria assistita"
............... (Il lavoro senza rappresentanza, pp. 46-47, 49-50, 69).