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Categoria: Politica e Istituzioni
Lavoro nella CostituzioneIntervento di Paolo Ciofi al seminario sul tema "Riunificare il mondo del lavoro è possibile oggi?" promosso da Ars, Crs, Network per il Socialismo europeo, Fondazione Luoghi Comuni della Fp-Cgil. Gli atti raccolti in volume da Ediesse (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.) sono disponibili anche presso l'Associazione per il rinnovamento della sinistra.

"Lavoro e Costituzione" è il tema che mi è stato assegnato per un contributo a questo seminario. Indubbiamente un tema complesso, dalle molteplici sfaccettature e implicazioni, che attiene alla natura della società e dello Stato, ben al di là dei pur rilevanti profili sindacali. Vengo dunque subito all'essenziale, a quella che mi appare la questione di fondo da mettere in luce nel breve tempo a disposizione.
Il lavoro posto dai costituenti a fondamento della Repubblica democratica segna un passaggio storico, una scelta rivoluzionaria - la parola mi sembra del tutto appropriata - spesso sottovalutata anche a sinistra. Al centro dell'architettura dello Stato e della società non c'è più il decrepito principio della proprietà sacra e inviolabile, vale a dire il proprietario cittadino, vero pilastro del costituzionalismo antecedente all'irruzione sulla scena del movimento operaio e dei lavoratori. Ma la nuova figura della modernità capitalistica: la persona che lavora disponendo solo di se medesima, l'uomo e la donna proprietari solo delle loro abilità fisiche e intellettuali, della loro manualità e intelligenza, della loro forza-lavoro. Ossia, il lavoratore cittadino, la classe dei lavoratori dipendenti o comunque eterodiretti, che in Italia sono oggi più di 16 milioni. La stragrande maggioranza anche in Europa e nel mondo.
Proprio in ragione di questa innovazione storica, la nostra Costituzione è un progetto di nuova società, che spalanca le porte al futuro e indica oggi un percorso adatto a farci uscire dalla crisi. Bene hanno fatto i promotori della manifestazione del 12 ottobre a sottolinearlo. Il lavoro non è più una semplice merce che si scambia sul mercato, diventa diritto. E poiché lo sfruttamento del lavoro umano nasce dal capitale come rapporto sociale, il lavoro posto a fondamento della società e dello Stato apre la strada a una civiltà più avanzata, in cui l'economia sia al servizio dell'uomo e non viceversa.
Ecco perché la Carta costituzionale è un progetto vivo e straordinariamente vitale, di cui è necessario liberare tutte le potenzialità, che parla alle lavoratrici e ai lavoratori del nostro tempo, figli della globalizzazione capitalistica e della rivoluzione digitale e scientifica, qualunque sia la forma in cui si manifesta (o non si manifesta) la loro attività lavorativa, manuale o intellettuale. Ed è anche un punto di riferimento per costruire una nuova classe lavoratrice oltre il movimento operaio novecentesco: il nuovo lavoro come classe per sé, direbbe Luciano Gallino citando Marx. A mio parere, da qui occorre muovere per analizzare i grandi mutamenti intervenuti nella composizione di classe, nelle condizioni materiali di vita, negli orientamenti ideali, nella formazione del senso comune.
Il disegno costituzionale è peraltro estremamente coerente. Dal fondamento del lavoro si innalzano i nuovi diritti della persona, i diritti sociali. Ma attenzione: per dare attuazione alla fitta trama dei diritti sociali e del lavoro, che qui non sto a ricordare, non basta che tutti concorrano «alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva» (articolo 53). È necessario - ecco il punto - che l'iniziativa economica privata non si svolga «in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». Di conseguenza, alla proprietà privata vengono posti determinati «limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti». Di più: «ai fini di utilità generale» la legge può trasferire «allo Stato, a enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti» imprese che si riferiscano a servizi pubblici, a fonti di energia o a situazioni di monopolio.

I beni comuni sono oggi un tema di attualità. Ebbene, gli articoli 41, 42, 43 della Costituzione, che sopra ho citato, valgono molto più di mille articoli di giornale. Per attuarli però bisogna avere la forza. La forza non solo sindacale, ma politica. Come dimostrano i casi dell'Ilva, della Telecom, dell'Alitalia. E, su altri versanti, il referendum per l'acqua pubblica e la coraggiosa e vincente iniziativa della Fiom, che nell'ignavia dei partiti ha dovuto ricorrere alla Corte costituzionale per vedere riconosciuto un diritto costituzionalmente garantito.
Manifesta, dunque, è la straordinaria modernità e potenza della Costituzione. E, specularmente, la regressione e degenerazione dell'intiero sistema politico, corroso dal vuoto di rappresentanza del lavoro. Per cui, seppure una manutenzione intelligente sia utile, come già aveva proposto ai tempi suoi Enrico Berlinguer senza ottenere risposta, è evidente che da cambiare non è la Costituzione, bensì il sistema politico e la natura dei partiti.
Il fallimento delle classi dirigenti, che in questi anni hanno avuto nelle loro mani l'economia e le istituzioni, è stato clamoroso. Quando il 75 per cento del corpo elettorale, tra astensioni e adesioni al partito di Grillo, rifiuta le forme attuali della politica vuol dire che la crisi democratica sta toccando il fondo. E dovrebbe essere a tutti chiaro che i diritti del lavoro non possono essere attuati, e una Repubblica fondata sul lavoro alla lunga non può reggere, se i lavoratori sono esclusi di fatto dal sistema politico. Un concetto elementare, che era ben presente ai costituenti. I quali, nel famoso articolo tre, mettono in chiaro che l'uguaglianza davanti la legge non basta: è necessaria, ma non sufficiente.
Il relatore alla Costituente sui principi sociali, Palmiro Togliatti, osservava che sarebbe stato inutile aver inscritto in Costituzione i nuovi diritti «se poi la vita economica continuerà ad essere retta secondo i principi del liberalismo». Perché tali diritti siano garantiti occorre rimuovere gli ostacoli economici e sociali, che impediscono il pieno sviluppo della persona e la partecipazione dei lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese, come l'articolo tre prescrive.
Dove appare chiaro che non si tratta solo di giustizia distributiva, ma della necessità di intervenire nel rapporto di produzione capitalistico, ossia nel rapporto di proprietà, per garantire libertà e uguaglianza, e dunque il pieno sviluppo della persona, in una sintesi inedita di classismo e solidarismo che non contrappone la classe all'individuo. L'elevazione dei lavoratori a classe dirigente nella società e nello Stato è il corollario di tale impostazione.
Oggi è sempre più evidente che per uscire da una crisi generale che dura ormai da sette anni occorre portare il lavoro al centro della politica, in Italia e in Europa: esattamente come la Costituzione prevede. Senza di che non c'è avvenire per chi vive del proprio lavoro, e dunque per l'intiera comunità. Questo è il vero nodo da sciogliere. Per cui, come ha sottolineato Alfiero Grandi nella sua introduzione, è necessaria la presenza di un nuovo soggetto politico, o di uno profondamente rinnovato, che si candidi a rappresentare e organizzare il lavoro del nostro tempo, oggi escluso dal sistema della democrazia rappresentativa.
La mobilitazione per la Costituzione deve crescere e diventare ancora più ampia. Ma se i lavoratori coalizzati non irrompono sulla scena politica, e non diventano protagonisti nella lotta per l'applicazione della Costituzione, non c'è alternativa allo stato delle cose presenti. E l'unificazione del lavoro resterà appesa in aria, nel cielo delle nobili e irraggiungibili utopie, mentre continuerà il disfacimento del Paese.
 
Paolo Ciofi