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Categoria: Partiti e Movimenti
lavoroalfuturo 471 min

 
A S. Giovanni il lavoro al futuro

 

L’effettiva novità di questo inizio 2019, in controtendenza rispetto al declino dell’Italia verso una vera e propria involuzione storica che mette in discussione la stessa identità nazionale, è stata la straordinaria manifestazione unitaria promossa da Cgil, Cisl e Uil il 9 febbraio a Roma in piazza San Giovanni. Sia per la eccezionale partecipazione di massa senza molti precedenti, sia per la qualità dei contenuti è venuto alla luce un altro volto del Paese, in netto contrasto con gli stereotipi dominanti e con una politica sempre più autoreferenziale e “chiacchierata”, tutta concentrata sull’immagine dei leader (o presunti tali).
 
Un evento forse da molti inaspettato, che al governo ha posto il problema di un confronto sul tema cruciale del lavoro e della reale condizione del Paese. E che sul fronte opposto, nel vuoto della sinistra, ha riacceso l’attenzione sulla necessità di assicurare rappresentanza e rappresentazione alle lavoratrici e ai lavoratori del nostro tempo, oggi privi di un’organizzazione politica libera e autonoma che ancora si chiama partito. È evidente infatti che questa straordinaria manifestazione richiede una convincente risposta politica a tutto campo, pena l’irreversibilità della crisi democratica che devasta l’Italia. Sarebbe un errore esiziale ignorare la spinta a un vero cambiamento che viene dal mondo del lavoro, come già è avvenuto nel 2002 con conseguenze disastrose di fronte alla enorme mobilitazione del Circo Massimo organizzata dalla Cgil di Cofferati.
 
Oggi in gioco non è la democrazia in astratto, ma la nostra democrazia. La democrazia disegnata dalla Costituzione, che fonda sul lavoro la Repubblica democratica. Una conquista storica fondamentale, il punto più alto della lotta per l’uguaglianza e la libertà nella nostra storia di italiani, e la più avanzata in Europa. Che non si limita a stabilire le regole per l’esercizio del potere politico, ma progetta un modello di relazioni umane in cui la centralità del lavoro e il protagonismo della classe lavoratrice comportano l’affermazione della democrazia economica e sociale. Per cui la proprietà non è solo privata, ma anche pubblica e comunque orientata a svolgere una «funzione sociale», mentre l’iniziativa economica non può «recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».
 
Norme e principi oggi ignorati, dai quali i costituenti hanno fatto discendere l’ordinamento istituzionale in funzione dell’esercizio dei diritti. A cominciare dal diritto al lavoro - che vuol dire piena occupazione -, a una retribuzione in grado di assicurare «un’esistenza libera e dignitosa», all’insieme dei diritti sociali e civili. Secondo il principio che l’organizzazione dell’economia deve essere al servizio degli esseri umani, e non viceversa.
 
Ma proprio il capovolgimento di tale principio, che a fondamento dell’ordinamento pone non il lavoro ma l’impresa, ovvero il capitale con l’obiettivo del massimo profitto, è la causa fondamentale della crisi e dell’attacco sistematico alle conquiste della classe lavoratrice, di tutte le persone che per vivere devono lavorare. La crisi non nasce, come sostiene Baricco, dai comportamenti “anomali” delle masse incattivite che si rivoltano contro le élite. Ma, al contrario, dalle politiche delle classi dirigenti del capitale, che occultando mediaticamente le cause effettive della crisi del sistema, addossano agli sfruttati (autoctoni e migranti) la responsabilità della disgregazione della società. Mettendoli gli uni contro gli altri e aprendo così la strada a un regime reazionario di massa.
 
Dovrebbe perciò essere chiaro il valore discriminante della grande manifestazione del 9 febbraio, soprattutto a chi si dichiara di sinistra. Avendo come punto di riferimento la Costituzione e la lotta per la sua attuazione, lì è stata delineata una piattaforma programmatica e di movimento per far avanzare un diverso modello economico, sociale e ambientale, che faccia asse su alcune scelte concrete. La priorità al lavoro, e quindi la sua ricomposizione unitaria che non sia una semplice sommatoria di sigle, ma si dipani in basso, nelle fabbriche, negli uffici e nei territori, anche attraverso una nuova legge sulla rappresentanza e soprattutto un nuovo tipo di contratto che assicuri gli stessi diritti a chiunque lavori nella stessa filiera. Un piano di investimenti pubblici e privati, che punti sulla tutela dell’ambiente e sulla manutenzione del territorio garantendo l’occupazione, insieme alla programmazione dell’innovazione scientifica e tecnologica e alla qualificazione della formazione e dell’istruzione pubblica. L’obiettivo è di costruire un fronte comune delle lavoratrici e dei lavoratori in Europa, per rovesciarne gli indirizzi e gli strumenti.

 


 

Una sinistra forte, ma quale sinistra?
 
«Unire tutti i lavoratori italiani, unire tutti i lavoratori d’Europa»: è lo slogan lanciato da Landini a San Giovanni. E ciò vuol dire, nel rispetto dell’autonomia sindacale, mettere in moto un processo che necessariamente coinvolge la sfera politica. Indubbiamente «c’è bisogno di una sinistra forte», come ha detto la segretaria confederale della Cgil Tania Scacchetti. Ma quale sinistra? Non certo una sinistra del capitale, in cui si è identificato il Pd dando corpo a un sistema politico monoclasse che ha messo fuori gioco coloro i quali vivono del proprio lavoro, i subalterni e gli sfruttati uomini e donne. Ma neanche una sinistra che si autoproclama di classe all’insaputa della classe, fino a scomparire dalla rappresentanza parlamentare. Dunque c’è bisogno di una sinistra nuova, di una sinistra forte e di massa, che non c’è che stia senza se e senza ma dalla parte del lavoro
 
Per poterla costruire, prima di tutto, è necessario fare chiarezza su due precondizioni. La prima consiste nell’acquisire la consapevolezza, comprovata dai fatti, che l’esperienza socialdemocratica si è definitivamente conclusa e non è ripetibile. Il riformismo - come è stato autorevolmente sostenuto da un dirigente riformista e come già ho avuto modo di ricordare - è tralignato in una «malattia senile del socialismo», in «una parola malata», con la quale si sono messe in opera le peggiori controriforme. D’altra parte, se la crisi globale del mondo occidentale è organica alla natura del capitale, non si tratta di salvare il capitalismo, ma di fuoriuscire da un sistema dominante che nella sua decadenza mette a rischio la vita degli umani e dell’intero pianeta. Dunque, non il ritorno al passato, ma la conquista di una civiltà più avanzata, di un nuovo socialismo.
 
La Costituzione della Repubblica italiana, se coerentemente attuata, consente di avanzare verso una civiltà superiore, appunto verso un nuovo socialismo, diverso da ogni modello finora conosciuto. Una via inesplorata, ma che vale la pena di essere percorsa con coerenza e determinazione. Questa è la seconda precondizione: la società in cui viviamo non è la fine della storia; si può cambiare, e si può farlo con la Costituzione antifascista. Un obiettivo perseguibile non solo perché la nostra Carta fondamentale è una porta aperta sul futuro e rende possibile la conquista di nuovi diritti attraverso l’espansione della democrazia e della partecipazione, rovesciando il tradizionale paradigma liberale secondo cui i diritti della persona dipendono alla sovranità del mercato. Ma anche perché -sebbene di questa conquista di portata storica non vi sia ampia e diffusa consapevolezza - non sanziona il conflitto tra le classi, e anzi lo riconosce a vantaggio delle classi subalterne, che hanno conquistato il diritto di farsi classe dirigente per via democratica contro ogni tentativo reazionario e golpista.
 
Per costruire qualcosa di nuovo, che faccia piazza pulita dei soliti annunci fantasmagorici che promettono grattacieli e in realtà costruiscono solo vecchie soffitte come diceva Gramsci, è necessario un taglio netto con le pratiche correnti. Abbandonando ogni visione personalistica e leaderistica, ogni pratica privatistica e corporativa, elettoralistica e clientelare, e anche opportunistica e settaria, che guarda solo alle scadenze elettorali. Prima i contenuti e poi gli schieramenti. Questa rivoluzione copernicana è quanto mai urgente. Per restituire alla politica, di fronte alla frammentazione e alla solitudine di oggi, la funzione di azione collettiva e collegiale volta alla trasformazione della realtà. Un percorso possibile solo se gli sfruttati e i subalterni si riconoscono, si unisono e lottano in un partito.
 
Per avere una possibilità di successo è indispensabile abbandonare illusioni nostalgiche e posizioni puramente difensive rivolte al passato, e affrontare il problema di come possa nascere, vivere e lottare una forza politica che coalizzi le lavoratrici e i lavoratori del nuovo secolo al centro di un vasto sistema di alleanze, utilizzando le conquiste della scienza e le tecnologie della rete. A differenza del secolo passato, quando nella fase fordista la sinistra politica era prevalentemente fondata sul lavoro manuale manifatturiero, nel nostro tempo serve una visione diversa e allargata del lavoro, se così si può dire: unitaria ed estesa alle diverse figure indotte dalla rivoluzione scientifica e tecnologica, dalla potente diffusione del lavoro intellettuale, dall’estensione enorme dello sfruttamento e della precarietà.
 
In altri termini, si tratta di organizzare e di portare sul terreno del conflitto politico tutti coloro i quali, uomini e donne, giovani e anziani, autoctoni e migranti, in qualsiasi modalità diretta e indiretta al di là delle forme giuridiche, sono sfruttati dal capitale e nella condizione di dover combattere la dittatura del capitale. Dunque, non solo il lavoro dipendente e salariato in senso stretto, ma anche il lavoro autonomo formalmente riconosciuto, che il più delle volte è solo lavoro eterodiretto.
 
Serve una visione all’altezza delle trasformazioni in atto, capace di valutare il lavoro in tutti i suoi diversi aspetti: come primordiale condizione del vivere, anzitutto; ma anche come interscambio permanente tra gli esseri umani e la natura, che comprende il lavoro scientifico e di ricerca, e che oggi della natura e degli esseri umani comporta lo sfruttamento inscindibile; come forza produttiva della ricchezza reale, che si manifesta in mille forme diverse e da cui dipende il benessere della società; come fattore costitutivo della personalità nelle sue componenti culturali e morali, che esclude l’oppressione del capitale ma anche l’annullamento dell’individuo nella classe.
Fondamentali sono le conquiste del pensiero ecologista e quelle della differenza femminile per comprendere il mondo in cui viviamo. Tuttavia, senza un’analisi aggiornata dello sfruttamento capitalistico, della composizione di classe della società e del ruolo decisivo della proprietà, non è possibile individuare le forze sociali e le forme politiche indispensabili nella lotta per la conquista di una civiltà più avanzata.
Paolo Ciofi
www.paolociofi.it
I contenuti di questo articolo sono approfonditi nel libro di Paolo Ciofi La rivoluzione del nostro tempo. Manifesto per un nuovo socialismo di cui qui sono riportati alcuni stralci.