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Categoria: Ciofi, scritti e interventi

Qualcuno lo aveva previsto*

regionelazio_130Ci sono tanti modi per mandare in pezzi l'Italia, abbatterne i fondamenti sociali e liquidare il patto costituzionale tra gli italiani, fino a oscurare l'identità culturale e storico-politica del Paese. C'è l'attacco frontale al lavoro – fondamento della Repubblica – e ai diritti del lavoro, cui corrisponde lo strabordante potere del denaro e del capitale; c'è il cosiddetto federalismo propugnato dalla Lega, che frantuma la cittadinanza nel territorio nazionale e quindi il principio di uguaglianza tra i cittadini; c'è il revisionismo storico, che considera incongrua se non addirittura dannosa la lotta partigiana, e dunque l'antifascismo.

Ma c'è anche un altro modo, forse più subdolo e più pericoloso perché avviene nel silenzio e nell'indifferenza dell'opinione pubblica e della stampa (salvo qualche lodevole eccezione, come il manifesto), ed è quello di introdurre negli Statuti regionali norme e principi che semplicemente radono al suolo i fondamenti della Costituzione democratica. E' chiaro che se un certo numero di regioni approva Statuti di questo tipo, la Costituzione possiamo considerarla demolita.

Da questo punto di vista, il nuovo Statuto del Lazio, già approvato dalla competente Commissione del Consiglio presieduta da un esponente dei Ds, è emblematico. Mi riferisco non tanto alle singole norme, all'ordinamento, o anche ai conflitti di competenza che inevitabilmente si accentueranno tra i diversi livelli istituzionali, ma esattamente ai principi fondanti della cittadinanza, cui fanno riferimento i primi dodici articoli della Costituzione.

E' su quest'aspetto centrale che vorrei richiamare la vostra attenzione, piuttosto che esercitarmi nella disamina dettagliata del testo del nuovo Statuto, che in alcuni passaggi entra in conflitto non solo con la Costituzione, ma anche con la lingua italiana. Per brevità, e per comodità di esposizione, sintetizzo il mio giudizio in tre punti.

Punto primo. Il fondamento della Repubblica democratica, che la nostra Carta costituzionale indica nel lavoro, qui non esiste più: viene semplicemente cancellato. Tutti noi ricordiamo benissimo l'articolo uno della Costituzione, ma non sempre abbiamo presenti i principi che ne derivano, fissati per esempio nell'articolo due (laddove si fa riferimento ai "doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale") e soprattutto nell'articolo tre (dove si afferma che "è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese"). O anche nell'articolo quattro: "La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto".

E' chiaro che tutto questo è stato per anni anche un terreno di lotta, ma ora, di tutto questo, nel nuovo Statuto non trovate menzione. Più precisamente, questi principi vengono rovesciati nel loro contrario. Al centro del sistema istituzionale non c'è più il lavoro, ma l'impresa, cioè il capitale. Il capitale e l'impresa sono assunti come assi portanti dell'intera società, e a loro vengono resi subalterni il potere pubblico e le istituzioni: questa è la sostanza del discorso. La Regione – si legge nell'articolo sette del nuovo Statuto - dà priorità al mercato e "prevede l'intervento pubblico" solo nei casi e nelle situazioni "in cui l'iniziativa privata non sia in grado di fornire adeguate prestazioni di interesse generale". Linguaggio ambiguo e anche contraddittorio, che però sancisce senza equivoci la dominanza dell'impresa sul lavoro, e del privato imprenditore sulle istituzioni pubbliche. Come diceva un mio amico socialdemocratico tedesco, le istituzioni vengono trasformate in pronto soccorso al servizio del capitale.

Ricordo che nella Commissione che elaborò il primo Statuto della regione tra il 1970 e il 1971 – e il Lazio fu tra le prime, se non la prima regione ordinaria a darsi lo Statuto – noi eravamo animati dalla volontà di attuare concretamente i principi costituzionali, cercando di tradurli in norme capaci di mettere in moto un circuito efficace tra società e istituzioni decentrate, sollecitando una partecipazione diffusa. E quando dico noi ho in mente non solo i comunisti del Pci che di quella Commissione facevano parte (Modica, Gigliotti, io stesso), ma anche i socialisti – sebbene già allora Giuliano Amato, presente in qualità di esperto, dimostrasse forti propensioni presidenzialiste – e i cattolici democratici come Rupeni, che dettero una forte spinta.

Della volontà rinnovatrice di allora sono espressione i Titoli VII e V del vecchio Statuto, dedicati alla programmazione democratica e alla partecipazione popolare. Noi, allora, volevamo dare attuazione alla democrazia repubblicana. I presentatori del nuovo Statuto, oggi, vogliono cancellarla: questa è la differenza. E infatti, nel testo di oggi, non si parla più né di programmazione democratica, né di partecipazione popolare. Questi capitoli sono stati semplicemente eliminati. E qui vengo al secondo punto del mio intervento, la liquidazione della partecipazione sociale come metodo di governo della regione.

Questo è l'altro asse portante su cui si regge il nuovo Statuto: le forze sociali e i sindacati, che nello Statuto della fondazione venivano considerati soggetti protagonisti, oggi nel processo di formazione delle politiche regionali scompaiono e dunque non contano nulla, e la politica torna ad essere un privilegio di gruppi ristretti. Del resto, c'è un nesso ben visibile tra la distruzione del lavoro come principio fondativo della democrazia repubblicana e la cancellazione della partecipazione sociale. Se il lavoro viene cancellato e reso invisibile, non ha ragion d'essere la democrazia come partecipazione. Anche la rappresentanza politica del lavoro, a questo punto, ha poco senso. La politica torna ad essere un affare dei ricchi, un prodotto succedaneo del mercato, una funzione tecnica del capitale: allo stesso modo del lavoro, considerato una semplice appendice dell'impresa.

Questo ci dice a chiare lettere lo Statuto che il Consiglio regionale dovrebbe approvare. Fate attenzione alle parole che usano (o non usano) gli estensori di questo testo: la parola lavoratori non c'è nel nuovo lessico istituzionale della regione Lazio. E' la controprova che il lavoro è stato cancellato, in forza di un'operazione ideologica a vantaggio del potere economico. Ma non esiste più, nei 72 articoli che compongono il testo lasco di cui discutiamo, neanche la parola cittadini. E' paradossale, ma è così. E questa è la controprova che chi governa considera gli abitanti del Lazio non già dei soggetti protagonisti, cioè dei cittadini, bensì dei sudditi: nuovi sottostanti, i quali al massimo possono aspirare ad essere destinatari del messaggio televisivo. Ma nella sostanza, quanto al peso dei cittadini stessi nelle decisioni politiche, stiamo tornando allo Statuto albertino.

Questa è la destra sociale di Storace, che in vaste aree popolari di Roma e del Lazio ha eroso consensi alle sinistre. Diciamo le cose come stanno: in quest'impasto di demagogia e autoritarismo, che è il marchio del nuovo Statuto, si pongono le basi per il sovvertimento della democrazia repubblicana, della democrazia sociale fondata sul lavoro. Ma di tutto ciò una parte della stessa sinistra non sembra rendersi conto.

Vengo così al terzo, e conclusivo, punto del mio intervento. Alla fine del percorso, si perviene a una forma di governo centrata sul plebiscitarismo e sulla figura dominante del capo. Se il nuovo Statuto venisse approvato, ci troveremmo di fronte a un potere senza limiti del presidente della giunta, una specie di nuovo re sole (o meglio, un vero governatore con tutti gli attributi) che fa e disfa senza reali contrappesi, e che assume su di sé anche il potere di sciogliere il Consiglio. Il quale Consiglio assomiglia molto da vicino a un'Assemblea puramente consultiva di sessanta persone, al di fuori e al di sopra della quale stanno i poteri reali (il presidente più sedici assessori), senza reali controlli.

In definitiva, nello Statuto del Lazio si vede in trasparenza ciò che può accadere con la Costituzione. Si cancellano il lavoro come principio fondativo e i diritti sociali come base della cittadinanza; si esclude la partecipazione dei lavoratori; la politica torna a essere un puro gioco di potere per gli addetti ai lavori. Da qui al plebiscitarismo autoritario il passo è breve, e questo Statuto ne è un esempio convincente.

Ma proprio perciò la lotta contro questo sovvertimento dei diritti sociali e della Costituzione non può essere condotta solo all'interno dell'assemblea regionale e nelle commissioni, e non può essere vinta solo in nome delle regole. Bisogna riconnettere la politica con la società, ricostruire con urgenza un'autonoma e libera rappresentanza del lavoro, reinsediare la sinistra tra i lavoratori, giovani e anziani, donne e uomini. E assumere i loro interessi materiali, le loro esigenze e le loro aspirazioni per dare una nuova rappresentanza di massa alla sinistra.

Qualcuno si può chiedere: ma che c'entra tutto questo con lo Statuto del Lazio? C'entra e come! E non solo perché ormai, con la riforma del titolo V della Costituzione, gran parte delle materie sociali passa attraverso le Regioni. C'entra soprattutto perché non si può vincere una battaglia istituzionale di questa portata prescindendo dalle condizioni materiali sempre più difficili in cui vivono milioni di persone. C'è il problema del salario, dell'occupazione, della casa, della scuola, della sanità e così via. A che servono le istituzioni e la politica, se non sono in grado di misurarsi con i problemi reali delle donne e degli uomini in carne e ossa? D'altra parte, le istituzioni stesse non possono essere difese e rinnovate, se le forze sociali, i lavoratori in primo luogo, non le sentono come proprie.

Perciò l'opposizione contro il nuovo Statuto regionale, padronale e antidemocratico, e per una vera riforma della regione, deve uscire fuori dall'aula consiliare, investire la società e l'opinione pubblica. Alla lotta, nelle forme che riterranno opportune, vanno chiamate le forze del lavoro, le associazioni, i sindacati, i singoli cittadini. La posta in gioco a mio parere è molto alta. Qui, nella regione Lazio, stanno facendo le prove generali per qualcosa di più grosso, che riguarda l'intero Paese. In ogni modo noi stiamo qui, e qui dobbiamo batterci. Perciò credo che sia necessario porre questo tema non solo nella campagna elettorale, ma anche come momento di mobilitazione e di lotta nella società. Contro l'offensiva della destra, c'è bisogno di un movimento politico di massa, che dia alle istituzioni e alla politica un respiro e una dimensione nuovi.

Paolo Ciofi

*Intervento pronunciato il 21 aprile 2001 a un convegno del PdCI in cui si analizza il vero e proprio capovolgimento dello Statuto fondativo della Regione Lazio ad opera della giunta Storace con la proposta di un nuovo Statuto, promulgato l'11 novembre 2004. Le modifiche introdotte nel nuovo Statuto rispetto alla proposta iniziale non ne hanno modificato la sostanza, confermando la valutazione espressa in questo testo.

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