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Categoria: Ciofi, scritti e interventi

La Repubblica fondata sul lavoro non è "espressione di una 'retorica costituzionale', né si risolve in un'esercitazione teorica" perché "il valore sociale e normativo del lavoro non è scisso dalla classe dei lavoratori, e anzi fa leva sul loro protagonismo". Il diritto al lavoro viene collocato in una posizione centrale, e diventa preminente "rispetto agli interessi degli altri fattori della produzione, in quanto mezzo necessario all'esplicarsi della personalità e, perché tale, in nessun modo surrogabile" . In altre parole, il lavoro assume il rilievo di "fondamentale criterio di valutazione sociale".
E ciò è l'effetto di un "grandioso moto storico di emancipazione".
"La trama dei diritti che tutelano il lavoro è assai fitta, tanto da costituire un vero e proprio tessuto connettivo dei rapporti etico-sociali, economici e politici, indicati nella prima parte della Costituzione. Si va dal diritto 'ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro', in ogni caso sufficiente ad assicurare 'una esistenza libera e dignitosa', al diritto al riposo settimanale e alle ferie annuali retribuite cui non si può rinunciare (articolo 36), alla parità di retribuzione tra donne e uomini per pari lavoro (art. 37), al diritto alla pensione e all'assistenza sociale (art. 38), alla tutela della salute 'come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività' (art. 32)".
"La Costituzione della Repubblica si configura dunque come un impianto del tutto nuovo rispetto al passato e in grado di contrastare l'assolutismo padronale del presente, impostata com'è sopra un'ampia e moderna visione dei diritti, non più limitata all'ambito dei tradizionali diritti civili di stampo liberale, oltre che su una diversificazione delle forme di proprietà e d'impresa.

La Carta fondamentale non è più un compromesso – poi travolto dal fascismo e dalla guerra - tra popolo e sovrano, per garantire i diritti di quello e limitare l'arbitrio di chi regna, ma un patto tra diverse classi sociali, e diverse correnti politiche, che riconosce nel lavoro il fondamento dello Stato, e nei diritti sociali la nuova dimensione della cittadinanza".
"I lavoratori-cittadini conquistano contemporaneamente il diritto di organizzarsi liberamente nei sindacati e nei partiti, perché ai nuovi diritti sia data attuazione. Non più deleghe al sovrano (per casato o per censo), o a ristrette élites politiche: la politica acquista essa stessa una dimensione sociale. Scendono in campo i partiti di massa, 'la democrazia che si organizza'. Se dunque il lavoro costituisce l'idea-forza, ma anche la forza materiale, che trasforma l'intero ordinamento e apre un'altra fase nella nostra vita civile e democratica, non è retorica sostenere che la Costituzione rappresenta un trapasso di civiltà, e proprio perciò ha piantato radici tali nella storia del Paese che non possono essere strappate senza conseguenze incalcolabili"
da "Il lavoro senza rappresentanza", pp. 83, 84, 85.

Una sinistra fondata sul lavoro

"La rappresentanza del lavoro rimane in ogni caso un passaggio ineludible perché quando essa viene oscurata o addirittura cancellata, come è accaduto nel "socialismo realizzato" e come accade nella globalizzazione capitalistica, il lavoro medesimo viene oppresso, reso subalterno e nell'ipotesi peggiore considerato una mera appendice del capitale, alla stregua di una protesi inanimata. Ma la valorizzazione del lavoro, che costituisce il motivo conduttore e il profilo programmatico della nostra Carta fondamentale, è la base materiale e culturale per la valorizzazione della persona, la premessa della libertà e dignità di ogni essere umano. Perciò, dopo la catastrofe del "socialismo reale" e in presenza dello sfruttamento senza limiti imposto dal turbocapitalismo, si rendono necessarie una nuova teorizzazione del lavoro, una teoria e una pratica della politica che facciano asse sul lavoro".
"Alla domanda stringente, e non certo rinviabile ad altra epoca storica, su come si possa oggi costruire un'autonoma e libera rappresentanza del lavoro in Italia, la risposta mi sembra semplice e chiara: assumendo senza esitazioni la Costituzione come piattaforma per un movimento politico di massa, e per la definizione di un programma di riforme antiliberiste"

da "Il lavoro senza rappresentanza", p. 283 della prima edizione.