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Categoria: Ciofi, scritti e interventi

1. Una novità senza precedenti

Ora che tutta la sinistra nelle sue diverse conformazioni siede al governo, è venuto il tempo di rifare la sinistra. Quest’affermazione può sembrare troppo cruda, ma la fase che si apre segnala che non si tratta di rinnovare quel che c’è, bensì di costruire una sinistra nuova. In altri termini: il tempo del rinnovamento è scaduto, incombe l’esigenza di una nuova costruzione
Il dato più rilevante, e che rappresenta una vera novità rispetto al passato (con l’eccezione della brevissima parentesi del secondo dopoguerra), consiste nella convergenza di tutte le sinistre su un programma comune di governo insieme ai centristi. E’ questo il passaggio significativo da cui muovere. Non la prospettiva del Partito democratico o del suo fantasma, in ogni caso rinuncia palese e conclamata alla trasformazione della società, da cui non può scaturire come effetto secondario la mirabolante apparizione di una sinistra nuova: anche perché è ormai da tempo in atto una deriva moderata e liberal-democratica della maggioranza Ds.
Con l’assunzione di responsabilità dirette di governo e con l’istituzionalizzazione di Bertinotti come presidente della Camera, si conclude un ciclo di Rifondazione comunista e della sinistra alternativa. Per la prima volta il partito della Rifondazione diventa parte integrante di un compromesso tra sinistre e centro, volto a riparare i guasti più profondi inferti al Paese da Berlusconi e dal berlusconismo piuttosto che a cambiare il modello dell’economia e della società. A fronte dell’accordo programmatico, e dell’apprezzamento del ruolo delle istituzioni da parte di Rifondazione, non si è attenuata tuttavia l’autoreferenzialità della politica, la sua separetezza dai ceti subalterni, che coinvolge tutte le sinistre.
Qui sta il limite vero dell’accordo di governo, la sua debolezza in presenza di un potere pervasivo e strabordante dell’economia e dell’impresa. Il fossato tra la politica e la società si è ulteriormente allargato, mentre i partiti tendono a trasformarsi in oligarchie, espressioni di un coacervo di tendenze e interessi tenuti insieme dal potere del leader. Qui sta anche la fragilità della vecchia sinistra nata dal crollo del muro di Berlino e dalla catastrofe di Tangentopoli, la sua palese difficoltà a insediarsi nella società. In queste condizioni, le pur numerose e significative presenze di esponenti di provenienza sindacale ai vertici delle istituzioni dello Stato e nel governo sono sì un fatto nuovo, ma anche, al tempo stesso, un indice della crisi del sistema politico e della frantumazione del lavoro.
Poiché i partiti, asserragliati nel Palazzo, diversamente da quanto previsto nell’impianto costituzionale del ‘48 non sono più il tramite tra la società e le istituzioni, il versante sociale della politica è rimasto sguarnito, e la politica stessa ha cambiato natura inclinando sul versante oligarchico-autoreferenziale. Da una parte, sono falliti i ripetuti tentativi dei Ds di accreditarsi presso i poteri forti come partito della modernizzazione neo-borghese. Dall’altra, di fronte all’enorme diversificazione, frammentazione e diffusione del lavoro dipendente manuale e intellettuale, la sinistra non è stata in grado di assumerne i bisogni, le aspirazioni, la rappresentanza, o ha semplicemente rinunciato a farlo. Il lavoro, come il capitale, è stato coinvolto in straordinarie e continue trasformazioni, ma la sinistra ha cessato di rappresentarlo.
Le ultime elezioni confermano che nel sistema politico italiano il lavoro dipendente e subalterno non dispone più di un’autonoma e libera rappresentanza politica. Ma senza una forte e autorevole rappresentanza politica del moderno mondo del lavoro non si può trasformare la società né, tanto meno, cambiare il mondo. Il rischio che si corre è di affondare nelle sabbie mobili della gestione, di imbozzolarsi nelle funzioni tecnico-pratiche del capitale. Sarebbe come se la sinistra, nella grande giostra della globalizzazione, dovesse limitarsi a fare bene i pit stop invece di cambiare la macchina, il pilota e il percorso. Proprio perciò è necessario costruire una sinistra nuova. Quella vecchia, nata dalle ceneri dell’89, appartiene al passato e va messa in archivio.
Rifondazione ha avuto il merito di resistere alla pressione inusitata del pensiero unico e alla stretta del potere “politicista”, ma non è stata in grado di dare luogo a una pratica politica diversa, capace di riconnettere politica e società, di rappresentare il lavoro, di vivificare i movimenti garantendo loro al tempo stesso autonomia e continuità. I movimenti sociali che dal 2001 (Genova, G8) al 2003 (Roma, Circo Massimo) hanno attraversato in lungo e in largo l’Italia praticando una critica di massa al berlusconismo e agli effetti della globalizzazione capitalistica non hanno avuto, per intensità e persistenza, paragoni in Europa e nel mondo. Ma sono emersi fuori della politica e in polemica diretta con i partiti, che si sono arroccati respingendone sostanzialmente le istanze di rinnovamento.
L’espansione e l’incisività dei movimenti ha raggiunto il culmine allorché si è realizzata un’alleanza di fatto tra lavoro e new global sui temi dei diritti e della pace. Quando è entrato in campo il lavoro, la carica di protesta e il bisogno di partecipazione, fino a quel momento dispersi e frammentati, hanno assunto una qualità e una potenzialità diverse, come hanno reso evidente i tre milioni scesi in piazza a Roma il 23 marzo 2003 per iniziativa della Cgil. E’ emersa in pari tempo alla luce del sole una realtà per troppo tempo sommersa e ignorata: la ricchezza e varietà del mondo del lavoro, una presenza straordinaria, diversificata e insieme unificante di ceti, culture e generazioni diverse, punto di riferimento insostituibile per la democrazia, che chiede diritti, dignità, rappresentanza. Quei milioni di donne e di uomini accarezzati dal sole di Roma non erano la costituente di una nuova sinistra, ma potevano costituirne l’anima e il corpo.
Essi esprimevano un bisogno potente di partecipazione e di rappresentanza, chiedevano una dimensione nuova della democrazia, che comportava una rottura del sistema politico incapace di rispecchiare la realtà sociale del Paese. Non aver compiuto questo passo coraggioso ha comportato un duplice effetto negativo. Su un versante, i movimenti hanno ripiegato su se stessi, inabissandosi nelle pieghe della società. Sull’altro, la politica ha accentuato la sua spinta autoreferenziale e oligarchica sovrapponendosi alla società per il tramite dei media e attraverso il potere istituzionale, che dispensa incarichi, prebende, risorse. Un sistema di potere che dalle istituzioni, anche a livello locale, si autoriproduce e perpetua se stesso: non per caso il lavoro precario è fortemente praticato e incentivato nelle amministrazioni pubbliche. >>>segue

*Saggio di Paolo Ciofi pubblicato su “Mondo Nuovo” edito da La Città del Sole. I titoli dei capitoli sono di questa edizione online