3. Il sovversivismo del miliardario: i danni di un’analisi insufficiente
Anche Berlusconi e quell’insieme di comportamenti e sentimenti denominato berlusconismo non sono una semplice anomalia italiana, ma un effetto collaterale, o meglio la versione tipicamente nazionale, del processo globale. La mezza vittoria ottenuta dal centro-sinistra nelle elezioni politiche è stata attribuita agli errori macroscopici commessi nella fase finale della campagna elettorale. Ma questi, a loro volta, derivano da un’analisi insufficiente del fenomeno Berlusconi, sempre in bilico tra la demonizzazione e la sussunzione dentro le regole dello Stato di diritto. In buona sostanza, è stato derubricato il sovversivismo movimentista dell’ultramiliardario, il cui fine ultimo è rovesciare l’assetto democratico-costituzionale uscito dall’abbattimento della dittatura fascista per costruirne un altro a sé confacente.
Si tratta di un obiettivo organico alla globalizzazione capitalistica, che deve eliminare, per essere pienamente vincente, tutti i condizionamenti e i limiti posti nel Novecento agli “spiriti animali” del capitale. L’autonoma e libera rappresentanza politica e sindacale del lavoro in primo luogo, e poi i vincoli istituiti dagli Stati nazionali, ossia i presupposti dello Stato di diritto. Perciò, come è stato giustamente osservato, oggi la globalizzazione si presenta prima di tutto come un gigantesco processo di subordinazione del lavoro al capitale, che oggettivamente confligge con i principi regolatori della Repubblica democratica, fondata sul riconoscimento pieno della dignità del lavoro.
Il sovversivismo berlusconiano consiste precisamente nel rovesciamento dei principi di uguaglianza e libertà costituzionalmente riconosciuti. Il fondamento del lavoro, che definisce il patto tra gli italiani, viene sostituito dalla stella polare della ricchezza e della proprietà, che dovrebbe illuminare il cammino di ogni individuo. Nella sua attività politica e di governo, il Cavaliere ha già sostituito il lavoratore cittadino cardine della Costituzione con il proprietario cittadino. E in nome della proprietà e del denaro sovverte l’ordine esistente. Con ciò egli identifica se medesimo in un diverso ordine simbolico e materiale, che propone come modello di un’altra società.
Il berlusconismo è un processo profondo promosso da un plurimiliardario eversivo che è anche il più grande pubblicitario del mondo. Siamo in presenza di una nuova forma di cesarismo mediatico che crea consenso, che pratica una feroce lotta di classe ponendosi al di sopra delle classi, e che perciò agisce su una vasta e composita area sociale. In altre parole, il sovversivismo berlusconiano si incontra con un consenso di massa. Ma il berlusconismo non si scalza col buonismo comportamentale, o con la legittimazione formalistica che lo sussume nelle “regole”, giacché la sua natura è proprio la rottura delle regole. C’è bisogno, invece, per recuperare almeno in parte la sua base di massa, di rinnovare i principi fondamentali di uguaglianza e di libertà, riempiendoli di contenuti nuovi, e mettendoli a confronto con le reali condizioni di vita di milioni di donne e di uomini.
In proposito, un’analisi pertinente è quella di Rodotà su la Repubblica del 24 maggio, che collega il tema della libertà e dell’uguaglianza alla condizione reale del lavoro e alla precarietà dei lavoratori, per denunciarne la “regressione paurosa”. Al fondo del berlusconismo c’è l’esaltazione della disuguaglianza e la mistificazione della libertà: libertà del proprietario come godimento della ricchezza; libertà dell’impresario come dominio incontrastato sul lavoro; libertà del lavoratore di vendere liberamente la propria la propria forza-lavoro. E’ l’idea, semplicemente reazionaria e presentata come innovazione a beneficio del capitale, che il massimo di libertà appartenga all’individuo solo, che si presenta nudo sul mercato come Adamo nel paradiso terrestre, privo delle protezioni sociali, spogliato del contratto collettivo e di un sistema di rappresentanza.
Da una parte, la piena libertà dell’impresa. Dall’altra, la totale subalternità del lavoro. Dunque, la cancellazione dei diritti e di storiche conquiste dei lavoratori. In queste condizioni lo scontro sulla validità della contrattazione nazionale, sulla gestione dei tempi di lavoro e sulla democrazia, cioè sul diritto di chi lavora di decidere sul proprio destino di lavoratore, assume un valore che va al di là dell’ambito sindacale. Analogamente alla questione decisiva della precarietà, qui entriamo nel campo dei diritti fondamentali, che attengono all’uguaglianza e alla libertà. Vengono attaccati i diritti dei lavoratori. Dunque, in discussione - bisogna dirlo con nettezza e senza un filo di retorica - sono i fondamenti della Repubblica democratica. Per la stessa ragione, e anche questo bisogna affermarlo con chiarezza e senza retorica, ha grande importanza e un significato simbolico di valore generale il contratto nazionale strappato dai metalmeccanici al prezzo di una difficile lotta. In qualche modo, è un segnale in controtendenza.
Ma se nel sistema politico attuale la centralità del lavoro (cioè del lavoratore cittadino riconosciuta dal nostro ordinamento) non ha rappresentanza, d’altra parte si riscontra un’oggettiva convergenza tra le istanze del berlusconismo e quelle del sistema delle imprese per lo meno su un punto cruciale, a proposito del quale si è espresso senza equivoci anche Montezemolo: la centralità - non solo economica, ma culturale, sociale e politica – del capitale, ossia delle imprese medesime. Il governo è già un campo di battaglia, perché la Confindustria vuole imporre le sue scelte. Ed è significativo il fatto che il capo degli industriali, nella recente assemblea di Roma, adombri con un linguaggio soft ciò che Berlusconi aveva già detto brutalmente a Parma nel 2001, vale a dire che la Costituzione della Repubblica non tutela adeguatamente l’impresa e perciò va cambiata.
La questione attraversa gli opposti schieramenti. Su questa linea è Il Riformista. E il Corriere della sera si schiera rozzamente quando, per la penna dell’ex direttore Ostellino, propone il seguente sillogismo. Siccome la merce lavoro è il cardine del liberalismo, e siccome viviamo in un’economia di mercato, il lavoro non può essere un diritto, bensì - appunto - una merce. Ma poiché la Costituzione dichiara che la Repubblica è fondata sul lavoro, ciò significa che la nostra Carta è solo un pastrocchio illiberale, da cambiare nella sua interezza. Segue una tirata d’orecchi al “riformista” Napoletano, il quale nel suo messaggio al Paese si era permesso di affermare che “il valore del lavoro come base della Repubblica democratica, chiama più che mai il riconoscimento concreto del diritto al lavoro”. E infine, l’appello esplicito al Presidente perché si metta mano alla “riforma” anche della prima parte della Costituzione.
Nessuno a sinistra ha risposto in modo adeguato a questa forma di revisionismo costituzionale che attacca esplicitamente i fondamenti. E che non riguarda la storia, ma i principi cui la società deve essere conformata. Si ha l’impressione che si sia perduta la nozione del rapporto stretto che intercorre tra la concreta condizione di vita delle persone e i principi fondanti che determinano la loro posizione nella società. E’ vero che la Costituzione, proprio per i principi innovatori che contiene, è sempre stata un terreno di lotta. Ma oggi, a differenza del passato, si presenta un interrogativo che non può essere rimosso. Ha senso una Repubblica fondata sul lavoro, in assenza di una libera e autonoma rappresentanza politica del lavoro? Può vivere una Repubblica che proclama il lavoro come suo fondamento e poi lo cancella dal sistema politico? >>> segue
*Saggio di Paolo Ciofi pubblicato su “Mondo Nuovo” edito da La Città del Sole. I titoli dei capitoli sono di questa edizione online