4. Lavoro, uguaglianza, libertà: nuovi principi per una Sinistra nuova
L’esigenza di una sinistra nuova nasce anche da qui: dalla necessità di contrastare sul terreno politico-culturale- sociale una subalternità al capitale e all’impresa che già sta producendo un’involuzione di portata storica in termini di diritti e di democrazia. All’interrogativo indicato sopra, e che è opportuno porre senza infingimenti, si può dare risposta non abrogando la Costituzione, ma rinnovando la Repubblica mediante la costruzione di una sinistra nuova che faccia asse sul lavoro. Anzi, si può con certezza sostenere che questa sinistra nuova trova nella prima parte della Costituzione i riferimenti decisivi, e straordinariamente attuali, per la definizione di un suo programma fondamentale.
Al sovversivismo globale del neoliberismo di destra non si risponde con il liberismo temperato, e tanto meno con il neocentrismo liberale alla Blair, andato anch’esso in crisi. Ma non si può rispondere neanche con una guerra di posizione sulle vecchie trincee del movimento operaio. E neppure con la difesa statica dei principi costituzionali, pur straordinariamente moderni. Perciò, alla domanda del che fare, si può dire che c’è bisogno di una grande innovazione innanzitutto sul terreno culturale, capace di riqualificare e di ridefinire, muovendo dalla Costituzione, i grandi principi di uguaglianza e di libertà nelle condizioni del nuovo secolo e nella dimensione europea, con l’obiettivo di rilanciarne il modello sociale. Per dirla in breve, è giunto il momento di una vera e propria controffensiva culturale-ideale, che recuperi e rilanci il valore del lavoro sociale e la funzione del pubblico, anche per salvare il mondo dalla guerra e dal degrado ambientale.
Ma la dimensione culturale-ideale non basta. Una soggettività politica che pesi nella società nasce solo se è in grado di dare risposte anche ai bisogni materiali degli uomini e delle donne in carne ed ossa, di innervarsi nella quotidianità senza rinunciare a obiettivi di trasformazione. Insomma, se è in grado di sperimentare una nuova pratica politica, che eviti il doppio rischio dell’astrattismo predicatorio e del concretismo senza sbocchi, entrambi incapaci d’intaccare la sostanza del sistema di potere. Perciò sarebbe necessario agire in sinergia dall’alto e dal basso. Soprattutto, mi pare essenziale, in questa fase, sperimentare nuove pratiche politiche e di movimento nei territori, che aggreghino forze, indichino obiettivi concreti, costruiscano vertenze e forme di alleanze tra lavoro e sapere, in modo da spezzare le rigidità e il verticismo della politica tradizionale facendo avanzare un protagonismo nuovo.
L’idea di fondo è quella della ricomposizione unitaria del lavoro in tutte le sue forme stabili e precarie, del lavoro industriale e agrario, della tecnica e della scienza, della scuola, dell’informazione, dei servizi. Un’operazione difficile e di lunga lena, in cui non si può sottovalutare l’importanza delle forme della politica e dell’assetto della democrazia. Gramsci ci ha insegnato che, al dunque, i partiti politici sono una nomenclatura delle classi sociali. Ma ci ha anche avvertito - contro ogni visione meccanicistica e finalistica della storia - che la sovrastruttura culturale e ideale della società, cui la politica appartiene, non è un semplice “riflesso” passivo della sua struttura. Al contrario, essa svolge una funzione attiva essenziale nel determinare gli assetti economici e gli equilibri sociali.
Dunque, ritengo che in questa fase, proprio per affrontare i nodi strutturali della nostra economia e della nostra società, e anche per dare all’Italia una prospettiva sicura come nazione nella dimensione europea e mondiale, in primo piano vengano i nodi della democrazia e del sistema politico. La necessità di una sinistra nuova, innervata sulla rappresentanza del lavoro subalterno e dipendente si situa esattamente in questo crocevia. Ma la questione democratico-istituzionale assume oggi un rilievo speciale anche per altre ragioni.
Innanzitutto, perché il riconoscimento del lavoro come fondamento della Repubblica attribuisce ai lavoratori e alle loro lotte una dignità e una legittimità formali che altrimenti non avrebbero. Viceversa, la cancellazione della prima parte della Costituzione renderebbe tutto più difficile e segnerebbe la vittoria definitiva del modello anglo-americano. E poi perché - ed è questo, a mio parare, un passaggio cruciale nella costruzione di una sinistra nuova - dentro il disegno costituzionale di democrazia, di libertà e di uguaglianza, è segnato il percorso della trasformazione in senso antiliberista e socialista della società italiana.
E’ un aspetto, questo, che merita di essere ampiamente discusso contro ogni sottovalutazione, anche perché una sinistra nuova non può rifarsi a modelli vecchi e fallimentari. Ad est è finito nel disastro il cosiddetto “socialismo reale”, ad ovest si è esaurita nel neoliberismo la spinta propulsiva della socialdemocrazia. In tale contesto, e in una prospettiva storica, mi appare sempre più nitido il valore generale della pratica e della cultura politica del comunismo italiano, fondato sulla democrazia politica, sulle lotte di massa e sulla partecipazione come mezzi per la trasformazione della società. E’ un patrimonio che va recuperato e criticamente valutato in questa fase, allorché, insieme alla sperimentazione di una nuova pratica politica dal basso, c’è bisogno di un’elaborazione non congiunturale intorno ai fondamenti, che allarghi il proprio sguardo all’Europa e alla condizione dei subalterni e degli sfruttati nel mondo.
Paolo Ciofi
*Saggio di Paolo Ciofi pubblicato su “Mondo Nuovo” edito da La Città del Sole. I titoli dei capitoli sono di questa edizione online