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Categoria: Ciofi, scritti e interventi

3. Un'altra politica, un'altra società

5. Come rispondere? Occorre “dimostrare la possibilità di essere efficaci nella democrazia rappresentativa oltre che nel conflitto sociale”, osserva Bertinotti. E “rendere percepibile al popolo il fatto che non esiste solo l’alternanza, ma che esiste anche l’alternativa, e che tu non stai chiedendo il consenso per una testimonianza minoritaria, né scegli semplicemente la via della protesta, ma scegli la via della ricostruzione di un protagonismo della politica attraverso un soggetto che sia un grado di competere con il campo riformista sul terreno del consenso e quindi guadagnando la possibilità di essere ritenuto efficace nella difesa dei tuoi interessi”. In altre parole, si tratta di ripensare non solo la pratica, ma il senso stesso della politica, come l’abbiamo conosciuta e praticata in questi anni.
Dunque è necessario voltare pagina, affermando una visione della politica medesima capace di tenere insieme e di praticare nella quotidianità la prospettiva del cambio di società con la concretezza delle risposte da dare ai problemi delle donne e degli uomini in carne e ossa, facendo avanzare un reale processo di trasformazione attraverso l’espansione continua di una partecipazione consapevole e informata. Nel manifesto di Orvieto, elaborato dall’Ars insieme a Uniti a sinistra e all’associazione Rosso verde, il “nuovo socialismo” è inteso sì come trascendimento del capitalismo, ma anche come concreta messa in opera dei principi di uguaglianza, libertà e solidarietà nella società in cui oggi viviamo, nel vivo delle contraddizioni che essa produce.
Nel momento in cui emerge la necessità urgente di un nuovo soggetto politico della sinistra, capace – come è stato detto – di fare “massa critica”, e dotato di “cultura critica” della realtà, poiché nel mondo contemporaneo “non c’è nessun’altra possibilità che la ricostruzione di soggetti politici organizzati” per trasformare la società colmando il fossato che la separa dalla politica, preliminarmente occorre rispondere alla domanda fondamentale: quali interessi, quali esigenze, quali aspirazioni si intendono rappresentare? In altre parole: qual è la classe sociale di riferimento? E’ questo il vero punto dirimente su cui fare chiarezza, prima ancora del programma e della forma partito. Soprattutto quando la borghesia liberal-liberista sta tentando una complessa operazione di riconfigurazione generale della rappresentanza per conformarla organicamente ai suoi interessi.
Una critica al capitalismo che non sia costruita sopra una forza sociale organizzata in forma politica rimarrebbe un flatus vocis, un filo di fumo che galleggia tra le nuvole sulle nostre teste. Perciò non si può evitare di misurarsi sul ruolo del lavoro nella modernità, sul suo peso e significato in questo capitalismo del XXI secolo. Ha osservato Rossana Rossanda che, contrariamente a quanto “vanno ripetendo da dieci anni a questa parte soggetti sociali e politici della più varia provenienza, compresi quelli che si definiscono più radicali”, è proprio il lavoro “il problema dirimente perché nel riconoscimento o non riconoscimento dei suoi diritti, cioè nel non essere una merce come le altre, fungibile all’impresa e al mercato, sta un diverso e opposto modello di società. Sta la ragione di esistere di una sinistra, e perfino la possibilità di una direzione politica del Paese o del continente europeo”.
E’ per lo meno singolare - a riprova della prevalenza di un politicismo senza frontiere - che il dibattito sul nuovo soggetto politico della sinistra finora abbia saltato a piè pari il tema dell’insediamento sociale di tale soggetto, e del ruolo del mondo del lavoro. Ed è ancor più preoccupante che né gli operai né i lavoratori dipendenti manuali e intellettuali siano stati in qualche modo coinvolti in un processo che, al contrario, li dovrebbe chiamare ad essere protagonisti. Anche se si trattasse solo di un difetto di comunicazione – e non lo è – prevale comunque una visione difensivista, che concepisce il nuovo soggetto della sinistra come un salvavita di fronte al pericolo rappresentato dalla costituzione del Pd. Ma posto in questi termini, il tema dell’unità delle sinistre non ha nessun appeal. A meno che non si considerino del tutto irrilevanti la presenza del mondo del lavoro e la contraddizione lavoro-capitale nell’assetto globale della nostra epoca, caratterizzata da nuove e vecchie contraddizioni tutt’altro che estinte, come quella di genere.
In realtà, mai come in questa fase storica i lavoratori salariati sono stati così numerosi in Italia, in Europa e nel mondo, e mai sono stati così deboli (ad eccezione forse dell’America latina), avendo perso (o non avendo conquistato) un’autonoma e libera rappresentanza politica. E’ una contraddizione nuova, che mina la democrazia e alimenta un capitalismo particolarmente instabile e aggressivo, fino al punto da mettere a rischio la sopravvivenza del pianeta per effetto di un unico meccanismo di sfruttamento umano e ambientale. La catastrofe planetaria come possibile esito finale, la guerra preventiva, la cancellazione della politica come mezzo per la trasformazione del mondo, di cui il terrorismo è l’espressione più aberrante, sono oggi manifestazioni drammatiche del dominio globale del capitale.

6. Come fermare questa deriva? Come mettere in moto un movimento reale per contrastare lo stato delle cose presente? Come fare, se non dare voce, organizzazione, rappresentanza politica ai salariati, ai subordinati, agli sfruttati, ai viventi in condizione di perenne precarietà? A tutti coloro che per vivere sono costretti ad alienare le capacità intellettuali e fisiche della propria persona al servizio del capitale? Ma ciò non sembra oggi all’attenzione della sinistra. Eppure, una sinistra che non voglia ridursi a “sinistra del capitale” deve necessariamente misurarsi con le radicali trasformazioni del lavoro indotte da una delle più rilevanti rivoluzioni tecnico-scientifiche della storia, con le caratteristiche inedite assunte dal conflitto tra le classi, con il compito arduo ma inevitabile della ricomposizione unitaria del lavoro industriale e agrario, dei servizi e della ricerca, della formazione e dell’informazione, del lavoro migrante come di quello autoctono, di quello individuale come di quello collettivo. Politicamente, ciò significa porre mano alla costruzione di una moderna e unitaria rappresentanza del lavoro, che oggi in Italia non c’è.
E’ esattamente il tema cruciale di una sinistra nuova, che non può essere rinviato a domani, dopo il consolidamento del Partito democratico. Potrebbe essere troppo tardi, di fronte al rischio della cancellazione definitiva di una sinistra autorevole ed efficace, non marginale e non imbozzolata nella gestione politico-amministrativa del capitale. Come abbiamo scritto nel manifesto di Orvieto, “ritornare a pensare nei termini di oggi alla liberazione del lavoro, alla libertà concreta dei lavoratori e delle lavoratrici – cioè della stragrande maggioranza delle persone – è la prima radice di una sinistra nuova”. Giustamente Aldo Tortorella sottolinea che “pregiudiziale a qualunque autentica sinistra possibile è una vera conoscenza, una piena scoperta, una nuova narrazione – come quella iniziata da gruppi di donne – del lavoro di oggi”. Ma precisa in pari tempo che “anche la lettura e la corretta interpretazione dell’attualità del lavoro e dei movimenti che si manifestano nelle forze tradizionali e nelle nuove generazioni di lavoratrici e lavoratori precari non avranno molto da edificare se non si incontreranno con una cultura che tenda a comporre una nuova immagine della centralità del lavoro in tutte le sue forme nel processo sociale e nella costituzione stessa dell’individuo”.
Un’operazione politico-culturale di ampia portata dunque, che riportando alla luce il lavoro sociale come principio unificante della società ed essenziale fattore costitutivo della persona, contribuisce in modo determinante al rafforzamento della democrazia e al suo rinnovamento. E’ infatti l’assenza di un principio coesivo nella società che ha portato alla frantumazione del sistema politico con le sue 81 liste, mentre l’egemonia della cultura d’impresa e del mercato, alimentando l’egoismo sociale, ha prodotto ulteriori divisioni e fratture nel campo della stessa nuova borghesia, dimostratasi inadatta a dare risposte adeguate alla delegittimazione della politica e alla sua autoreferenzialità.
Siamo al di là della “democrazia senza consenso”. La radice più profonda della crisi della democrazia, che si manifesta peraltro come fenomeno globale e non solo italiano, non sta in un deficit di decisionismo come sostiene WV - sebbene il problema della decisione democratica non possa essere sottovalutato -, bensì nell’amputazione della stessa democrazia, giacché una parte fondamentale e maggioritaria della società, il lavoro alle dipendenze, è stata espropriata della rappresentanza di se medesima. Se il Pd, da un punto di vista liberaldemocratico, riuscirà ad andare oltre la contraddittoria povertà di progetti e di ideali che ha segnato in modo indelebile il ceto politico neoborghese, potrebbe venirne un contributo per il contenimento della crisi democratica che fiacca il Paese. Ma la crisi stessa non avrà uno sbocco avanzato e veramente innovativo in assenza di una forte e autorevole rappresentanza politica del lavoro, su cui dovrebbe prioritariamente cimentarsi una sinistra nuova.
Per affrontare un percorso inesplorato alla sinistra serve una bussola. Sono convinto che questa bussola c’è, ed è la Costituzione nei suoi principi fondamentali. Recentemente Stefano Rodotà ha osservato che la nostra Carta costituzionale è “una bussola moderna”, giacché conferma la sua “vitalità nelle aree più sensibili della vita sociale, nelle materie in cui più acute si manifestano le esigenze individuali”, rivelandosi in pari tempo “uno strumento potente per affrontare e risolvere problemi difficili dell’organizzazione sociale, della stessa vita quotidiana”. In particolare la Costituzione italiana manifesta la sua straordinaria modernità laddove, in presenza delle più rilevanti innovazioni tecnologiche del nostro tempo, sancisce una “dimensione complessa dell’eguaglianza, non riducibile alla parità delle condizioni di partenza”, secondo lo schema dell’articolo tre. Ad esempio, dovrebbe essere ormai di solare evidenza che per “l’accesso alla conoscenza reso possibile da Internet non basta affermare in astratto il pari diritto di ciascuno, se poi le condizioni materiali e culturali creano condizioni di disuguaglianza e di esclusione”. In altre parole, le innovazioni tecnologiche della nostra epoca reclamano a gran voce l’uguaglianza come risultato, che la nostra Carta costituzionale sancisce.
In sintesi: la Costituzione bussola moderna perché segnala come si possano ridefinire e riqualificare i principi di uguaglianza e libertà nelle condizioni del nuovo secolo, mantenendo un felice equilibrio tra diritti individuali e diritti collettivi, tra individualismo e solidarismo, tra personalismo e socialismo. E come la valorizzazione del lavoro, che della Costituzione è il filo conduttore, rappresenti la base materiale e culturale della valorizzazione della persona, il fondamento della libertà e dell’uguaglianza tra gli esseri umani. Di cosa parliamo, se non di alcuni elementi fondanti di un nuovo socialismo? Nuovo socialismo, sinistra nuova. Perché la sinistra presente continua a sottovalutare i principi fondamentali della Costituzione della Repubblica, e non li assume come bandiera?
Paolo Ciofi

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*Questo saggio di Paolo Ciofi è anche sui seguenti siti: ARSinistra.it, aritcoluno.orgEdicolaciociara.it, MegaChip.info. Qui segnaleremo anche  la presenza sulla carta stampata.

 

Nota

Pietro Folena, Non sottovalutate Walter Veltroni è un liberal ma non è di destra, Liberazione, 8 agosto 2007

Barbara Spinelli, L’homo novus, La Stampa, 28 giugno 2007

Francesco De Gregori, Intervista al Corriere della sera, 19 agosto 2007

Walter Veltroni, la Repubblica, 3 luglio 1995

Massimiliano Smeriglio, Sinistra, attenta a Veltroni è un conservatore (e oligarca), Liberazione, 12 agosto 2007

Walter Veltroni, “ Non ci sono due Italie…ce n’è una sola”, l’Unità, 28 giugno 2007

Goffredo Bettini, Strategia della demolizione, l’Unità, 26 agosto 2007

Dario Di Vico,  Dopo lo strappo la coerenza, Corriere della sera, 28 giugno 2007

Newsweek, da l’Unità, 6 agosto 2007

Alberto Orioli, Veltroni e le virtù dei ricchi, Il Sole-24ore, 3 luglio 2007

Walter Veltroni, Corriere della sera, 30 marzo 1998

Walter Veltroni, l’Unità, 21 febbraio 1997

Alfredo Reichlin, Nell’agenda di Veltroni, l’Unità, 22 luglio 2007

Geminello Alvi, Una Repubblica fondata sulle rendite Come sono cambiati il lavoro e la ricchezza degli italiani,  Mondatori, Milano 2006

Massimiliano Smeriglio, cit., Liberazione, 12 agosto 2007

Fausto Bertinotti, Intervista a la Rinascita della sinistra, 9 agosto 2007

Fausto Bertinotti, Liberazione, 26 febbraio 2007

Rossana Rossanda, il manifesto, 6 giugno 2002

Aldo Tortorella, Sui principi e sui valori di una nuova sinistra in Sinistra nuova nuovo socialismo, Il manifesto di Orvieto, testo e interventi di vari autori, edizioni Dedalo, Bari 2007

Stefano Rodotà, La bussola moderna della nostra Costituzione, la Repubblica, 21 agosto 2007

 

5 settembre 2007