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Categoria: Ciofi, scritti e interventi
1. Il sogno di un altro partito pro business

1. Prima ancora del Partito democratico, del suo programma e della sua forma nella loro consistenza reale, esiste Walter Veltroni, che del partito è il deus ex machina e che al partito dovrà dare il soffio della vita. La virtualità della politica ha toccato un altro picco, dopo l’ineguagliabile exploit di Berlusconi, che costruì il suo partito privato, appartenente a un uomo solo. Il Pd istituzionalmente non c’è, ma grazie al suo facitore ha occupato pressoché per intero il palcoscenico della politica e ha invaso il sistema dei media ancor prima di costituirsi. Al contrario, il dibattito a sinistra e la sperimentazione di una sinistra unita e nuova languono, e sembrano usciti di scena. Ci sarebbe bisogno di uno straordinario impegno culturale e ideale, di un cambio di passo che invece non c’è. Come era prevedibile, l’incubazione del Partito democratico non ha generato di per sé l’aggregazione di una sinistra rinnovata, di cui ha bisogno prima di tutto il Paese. Non esistono automatismi nei processi politici e sociali, e tanto meno sono esistiti nella storia della sinistra.
La formazione del Partito democratico è il punto terminale di un intero ciclo della cosiddetta seconda Repubblica, segnato dalla perdita di rappresentatività e di autorevolezza dei partiti e dallo svilimento della politica, che ha sospinto l’Italia verso una crisi democratica e sulla soglia della sua stessa tenuta come nazione. Ma le modalità di costruzione del nuovo soggetto politico, tutte centrate sulla preminenza del leader rispetto alla forma del partito (che resta ignota) e sul carisma di chi impugna lo scettro del comando rispetto al fascino del progetto e alla coerenza del programma (che in un secondo tempo forse saranno definiti), non fanno altro che accentuare il personalismo e il leaderismo come tratti dominanti dell’agire politico, dando luogo all’insediamento di un partito personale posto al servizio del capo, non viceversa. Lo strumento detto delle primarie, a differenza di quanto avviene negli Usa, non serve in questo caso per scegliere il candidato da proporre per la guida del governo, ma per insediare direttamente il segretario di un partito, che perciò del partito sarà il dominus incontrastato. Una forma di cesarismo plebiscitario, che contiene in sé i germi del declino della politica che si vorrebbe contrastare.
D’altra parte, dopo oltre tre lustri dall’abbattimento del vecchio sistema dei partiti, è tempo di prendere atto che nella crisi complessiva della rappresentanza è diventato pienamente visibile anche il problema della debolezza e precarietà di entrambe le “due sinistre”, quella “riformista” e quella “radicale”. E’ fallito, dal Pds in poi, in una società ritenuta non più divisa in classi – come ha dichiarato ancora di recente WV – bensì costituita da una somma indistinta di individui, il disegno perseguito con diverse modalità di farsi interpreti e rappresentanti di una borghesia modernizzante che non si riconosce in Berlusconi. Il Pd è l’ultimo tentativo, e a differenza del passato non fa più asse su un’alleanza con il centro moderato: al contrario, l’ex Pds e poi Ds si mescola con esso nell’intento di dare vita a nuovo partito della borghesia liberale, voluto tenacemente anche da De Benedetti e Scalfari, oltre che da Montezemolo e da una parte della gerarchia.
Strategicamente, è un disegno orientato al taglio delle “estreme”, in questo caso della sinistra “radicale”, che a sua volta, essendo priva di una distinta e rilevante rappresentanza dei lavoratori e delle lavoratrici, non è riuscita a competere sul terreno dell’egemonia e a guadagnare un consenso di massa, né a diventare maggioritaria tra gli operai e i dipendenti. Anche tra quelli che si battono per la costruzione di una sinistra nuova, di fronte a Veltroni che “nell’interesse generale” si carica il fardello di una difficile leadership, vi è chi assume come metro di giudizio il paradigma (tipicamente veltroniano) che fa della immagine e dei sentimenti categorie politiche a se stanti indipendentemente dai contenuti (Berlusconi docet), e che dipinge il sindaco di Roma come un italiano super partes, al di là di un’analisi circostanziata dei propositi dichiarati, della pratica politica concreta, dei modelli culturali evocati, soprattutto dei ceti e delle classi sociali di riferimento,
Non mi pare aderente alla realtà il giudizio di Pietro Folena, secondo cui il “fenomeno Walter”, figlio della migliore televisione, non è di centro e neanche di sinistra. Trattandosi semplicemente di un liberal con “venature mai liberiste”, secondo questa valutazione Veltroni non può essere considerato un avversario. Al contrario, “rimane il migliore alleato di una sinistra nuova, postnovecentesca, autenticamente e radicalmente democratica”. Forse con ciò si vuol dire che come futuro capo di governo WV sarebbe un amico, più vicino di Prodi alla sinistra o – supponiamo – di D’Alema. Ma è un giudizio opinabile, comunque da verificare alla prova dei fatti. In ogni caso, siamo nel campo delle congetture, o delle speranze, che nulla ci dicono sulle caratteristiche di un partito e di un leader i cui scopi dichiarati sono quelli di realizzare una totalizzante egemonia liberaldemocratica, con la prospettiva di mettere fuori gioco la sinistra: una sinistra - beninteso - che non sia quella del capitale, ovvero della Confindustria, come soleva dire un prestigioso dirigente del vecchio Pci, per lunghi anni a capo del Dipartimento economico del partito.
Né si può sostenere, come ha scritto Barbara Spinelli, che WV sia un homo novus perché vissuto lontano dagli apparati. Un novizio della politica? Non direi. Forse non sa, l’autorevole commentatrice, che l’ultracinquantenne Walter è un antico funzionario della politica, uno sperimentato apparatcnik del Partito comunista fin da quando ha cominciato come responsabile della propaganda nella Federazione di Roma nei lontani anni settanta. Ha ragione il suo amico Francesco De Gregori: “Veltroni è un uomo navigato. Ha percorso abilmente la politica italiana degli ultimi trent’anni”. E ha anche trovato il modo di far sapere di non essere mai stato comunista, dichiarandosi anzi “in un certo senso” “anticomunista”. Ma poiché non ho mai pensato che la politica sia un gioco per dilettanti allo sbaraglio, ciò non mi impedisce di apprezzarne le qualità personali di cui poco si parla: l’enorme capacità di lavoro, la prontezza dell’intelligenza, la rapidità nel decidere e – perché no? – l’abilità nel saper costruire un sistema di potere, il suo sistema di potere, autonomo e laterale rispetto a quello ufficiale del partito. Dunque, un politico abile e capace, che della politica conosce tutte le sottigliezze e le asperità, e anche gli anfratti meno nobili, messo alla testa di un progetto di ampio respiro con lo scopo di sparigliare le carte dell’intero sistema politico. Ma il problema non è quello di fantasticare sulle virtù dell’uomo Veltroni, bensì di analizzare e valutare la portata del progetto.
In questo senso, assumere il governo di Roma come paradigma della scelta di campo veltroniana può essere utile, ma certo non è sufficiente. Il segretario romano del Prc, in polemica con Folena, ha sostenuto che la sfida del leader in pectore del Pd consiste nel “cambiare la politica, fondare il campo democratico e spostare il Paese nel campo dell’alternanza neoliberista” . Non è cosa da poco. Aggiungerei che l’intero disegno è volto alla conservazione del sistema economico-sociale dominante attraverso una decisa “modernizzazione” dell’economia e un consolidamento dell’egemonia culturale, su cui modellare un assetto politico e istituzionale conforme. Quindi, per dirla in breve e secondo un canone ben noto nella storia d’Italia: cambiare tutto perché non cambi niente. La parola d’ordine è: “salvare il capitalismo!”. Non trasformare la società; non salvare l’umanità dalle catastrofi incombenti che questo capitalismo produce; non - come recita la nostra Costituzione – “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Ma salvare il capitalismo, che a quanto pare è il capolinea della storia, e dunque conservare - nella sostanza - lo stato delle cose presente.

2. A questo fine servono il Partito democratico e le sue “grandi riforme”. E’ un disegno “riformistico” ambizioso, che ha una sua grandezza e contiene in sé, al di là delle facili ironie e delle concrete condizioni della sua realizzabilità, un’intenzione di ampia portata: assicurare stabilità al sistema attraverso l’alternanza al governo del Paese di diverse componenti della borghesia. Dal manifesto veltroniano del Lingotto emerge con nitidezza una visione che esclude la presenza di un’autonoma e libera rappresentanza politica del lavoro, da valorizzare non solo come forza produttiva della ricchezza della nazione, ma anche come fattore costitutivo della persona umana e dell’incivilimento della società. Di conseguenza, con altrettanta nitidezza, emerge la volontà di dichiarare estinto il patto costituzionale, che sul lavoro fonda la Repubblica democratica.
Goffredo Bettini lo ha scritto in modo esplicito. Occorre “una vera e propria rifondazione democratica” perché la Repubblica è stata costruita principalmente da due partiti che rispondevano a “poteri esterni”: “la Chiesa per la Dc, il mondo comunista per il Pci. Questo ha ritardato una vera rivoluzione liberale”. E siccome “non abbiamo ancora preso bene nelle mani il bandolo per ribaltare questa situazione”, è necessario costituire il Pd. Su questo punto Veltroni, Bettini e Rutelli, i figli migliori del generone romano, hanno sottoscritto un patto d’acciaio. Non è un’eresia, ma un fatto nuovo. Una vera e propria cesura storica, un tentativo esplicito di chiudere definitivamente la fase della democrazia italiana incardinata sul modello europeo, che nella dualità lavoro-capitale ha riconosciuto al lavoro non solo la libertà di associazione sindacale, ma anche la dignità di autonomo soggetto politico. Un bipolarismo della politica conchiuso nei confini di una sola classe sociale, volto a rendere organico il potere di comando della borghesia, nell’alternanza tra quelli che lo stesso Veltroni ha definito in altre circostanze un capitalismo “agonistico” e un capitalismo “solidale”. Il Corriere della sera applaude e chiarisce che “lungo la linea della discontinuità” WV “ha spiegato al suo popolo come le grandi narrazioni dei padri costituenti e le culture del Sessantotto abbiano esaurito la propria funzione storica”.
La veltroniana “democrazia che decide” non è dunque un perfezionamento del modello democratico europeo, che nella tensione del conflitto conquista nuovi diritti sociali e nuovi traguardi di libertà, ma la formula della transizione verso il modello americano, in cui il lavoro salariato ed eterodiretto politicamente non ha alcun peso perché non ha rappresentanza. Il modello americano, cioè la liquidazione della Repubblica democratica fondata sul lavoro, e di conseguenza la messa in vendita di conquiste storiche del movimento dei lavoratori (come le pensioni, ma non solo): questo è il passaggio stretto e definitivo che ci attende. Una modernizzazione di sistema, che aspira alla costruzione di un partito della borghesia italiana come non c’è mai stato nella storia d’Italia, ma che per realizzarsi ha bisogno di un arretramento di civiltà. La fine della lunga transizione italiana. E la fine della sinistra, nella rincorsa a nuove alleanze e a nuove alternanze di centro.
Se il mercato diventa l’unico regolatore sociale, si rovescia l’identità democratica da cui siamo nati come Repubblica. Chiarisce bene, di nuovo, il Corriere della sera: Veltroni “non ha proposto improbabili terze vie e riformismi indolori” e si è dimostrato “assai più vicino al Partito democratico americano che all’Ulivo prima e seconda maniera”, avendo “messo in campo idee non dissimili da quelle che è stato possibile ascoltare nelle relazioni annuali della Banca d’Italia e della Confindustria”. Non è una novità assoluta, giacché WV aveva manifestato le stesse intenzioni già nel 1997 da vicepresidente del Consiglio. Per esempio, quando al II congresso dei Ds, elevando un inno alla flessibilità del lavoro e dei salari, aveva attaccato frontalmente il “conservatorismo” della Cgil. Oggi la differenza sta nel tentativo di costruire un partito politico con ampi consensi di massa, liquidando qualsiasi alternativa che non sia un’alternanza interna al capitale. Cofferati, che allora si oppose duramente, adesso è un alleato.
La rivista Newsweek non deroga dalla voga pragmatica anglosassone: Veltroni è “pro business”, quindi va bene. Una sorta di “Italian Bill Clinton”, vale a dire un “centrista”, che “rappresenta un altro passo in avanti nella marcia di politici moderarti che ha portato al potere Merkel in Germania e Sarkozy in Francia”. E il quotidiano della Confindustria, in un articolo intitolato significativamente “Veltroni e le virtù dei ricchi” in cui scava nella “visione del mondo” del sindaco di Roma, osserva che il dato più significativo del discorso del Lingotto è stato la rivalutazione della ricchezza, con cui “si completa la svolta borghese”. “E’ stata un’operazione di metabolismo politico di ingredienti che finora erano stati parte del sogno berlusconiano. Il tycoon televisivo incarna da lunghi anni il mito del successo imperniato sul denaro, l’icona del “sono la prova che chi ha talento ce la può fare”. E’ come se Veltroni avesse intercettato all’origine le spore di questo mito e le avesse sistemate in un ordine diverso”. L’intento è quello di estendere le basi di massa del capitalismo, ringiovanirlo e offrire nuove opportunità. Ma, alla fine, se non ce la fai è colpa tua, che non hai talento e non ci sai fare. In definitiva, l’idea di fondo è che bisogna stimolare le virtù dei ricchi per alleviare le sofferenze dei poveri. Come dice WV, si tratta “di creare opportunità, non di costruire eguaglianza”. E perciò di essere attenti “al dolore di chi ha meno”. >>>segue

*Questo saggio di Paolo Ciofi è anche sui seguenti siti: ARSinistra.it, articoluno.orgEdicolaciociara.it, MegaChip.info. Qui segnaleremo anche  la presenza sulla carta stampata.

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