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Categoria: Ciofi, scritti e interventi

I - L’oscuramento politico-mediatico del lavoro.

1. Sappiamo poco dell'Italia, per gran parte un Paese sconosciuto. Viviamo in una realtà virtuale, che la tragedia della ThyssenKrupp all’improvviso ha drammaticamente squarciato. Chi sono gli operai italiani? E i lavoratori dipendenti, che costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione attiva? Di loro si sa poco, e anche loro sanno poco di se stessi. Ci voleva una tragedia nazionale, come è stata quella di Torino, per gettare un fascio di luce su un mondo oscurato dalla tenebra mediatica, nel quale vivono milioni di donne e di uomini in carne e ossa.

Improvvisamente abbiamo scoperto che esistono gli operai, e che vivono in un altro mondo: nel sottosuolo della società, nell’isolamento e nella solitudine, come ci hanno confermato gli scarni funerali di Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Giuseppe Demasi, eroi civili vittime di un sistema costruito sulla ricerca spasmodica del profitto e sullo sfruttamento senza limiti della persona umana. La città è rimasta distante e quasi impassibile. Non c’è stato un generale moto d’indignazione e di partecipazione, come forse è inevitabile quando il denaro viene elevato a principio supremo della vita, e diventa la stella polare che dovrebbe illuminare il cammino di ogni individuo, nell’arricchimento facile e nell’egoismo nemici della solidarietà.

Entità inessenziali nel modello di società dominante, nell’economia come nella politica, se non come puri strumenti della valorizzazione del capitale, gli operai e i lavoratori dipendenti non compaiono nel mondo delle immagini costruito dai media e dalla comunicazione. E perciò non esistono nell’immaginario e nel senso comune della nazione. Paradossalmente, essi vengono chiamati in vita dai media quando in realtà sono morti, e di una morte particolarmente crudele e tragicamente spettacolare, come nell’esplosione della linea cinque alla ThyssenKrupp. Ma solo ciò che vive può morire: nella realtà, la loro morte è la prova della loro esistenza in vita.

Non è difficile scoprire l’arcano di questo orribile paradosso. Esso risiede in una contraddizione profonda, ma sempre più evidente, che investe il capitalismo del XXI secolo uscito vittorioso dalla “guerra fredda”. Quanto più si diffondono nel mondo i rapporti di produzione capitalistici, quanto più cresce il numero dei lavoratori globali e la ricchezza da essi prodotta, tanto più il capitale affina gli strumenti della sua egemonia e del suo dominio: fino al punto di teorizzare l’insussistenza del suo antagonista storico, il lavoro. Mai come oggi la ricchezza del mondo dominato dal capitalismo globale si presenta, ricordando Marx, come una «immane raccolta di merci»[1], e mai come oggi il capitale medesimo, proprio per poter esercitare il suo dominio, o - come altri sostengono - la sua dittatura[2], ha bisogno di oscurare, manipolare e infine cancellare la presenza dei produttori di tale ricchezza.

La rutilante invasività dell’«immane raccolta di merci» penetra in tutti i pori della società e tenta di sedurci ogni istante dai teleschermi in ogni angolo del pianeta, ma dei lavoratori - della loro vita, dei loro pensieri, dei loro sentimenti, delle loro azioni - raramente si trova una traccia. Non solo sui teleschermi, o nella realtà immaginaria costruita dal sistema dei media secondo gli stereotipi dell’ideologia dominante. E non solo nel senso comune diffuso dalla cultura di massa, ma anche nell’assetto della società reale, come pure nei sistemi politici emersi dalla transizione del “secolo breve” verso il nuovo secolo. E’ il dominio onnivoro delle merci, cioè delle cose, sugli esseri viventi. Il massimo dell’alienazione.

2. Nel 2005 ho viaggiato in Italia alla scoperta di questo mondo solitamente sconosciuto e ignorato, di certo molto complicato e persino contraddittorio, che per brevità e con qualche approssimazione chiamiamo mondo del lavoro. Ho visto tante cose diverse, che andrebbero tutte analizzate con cura e con continuità portate alla luce: la grande capacità contrattuale degli sperimentati operai metallurgici e la persistente robustezza della Camera del Lavoro di Brescia, che tra i suoi iscritti ha molti lavoratori che votano Lega e centro-destra; l’enorme diffusione del lavoro nero tra S. Giuseppe Vesuviano e Ottaviano, una enclave brulicante di cinesi e microimprese su cui si regge l’intero sistema-moda napoletano, dove invece il sindacato è un’entità sconosciuta; l’avanzamento inesorabile della precarietà nei rami alti della ricerca come l’astrofisica d’avanguardia, o alla Casaccia, il centro pilota alle porte di Roma dell’Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente (Enea), dove non si fanno concorsi pubblici dalla metà degli anni Ottanta del secolo passato; la dissipazione dissennata di abilità manuali, di competenze tecniche, di un ricco patrimonio culturale compiuta con la “terziarizzazione” dello stabilimento ex Olivetti di Scarmagno, una volta all’avanguardia dell’informatica nel mondo; e molte altre cose ancora.

Ma ciò che mi è apparsa come una vera novità, e maggiormente mi ha colpito, è stata la scoperta di una nuova classe operaia diffusa e giovane, tra i venti e i trent’anni, composta prevalentemente da italiani e da meridionali, concentrata in fabbriche medie e medio-grandi, che sono il cuore produttivo del Paese. Una classe lavoratrice con contratti a tempo indeterminato, considerata privilegiata da lavoristi e sociologi neoliberisti perché non sottoposta alla concorrenza di mercato degli outsider (diversamente detti precari), che vive invece nell’incertezza per l’insufficienza del salario, la bassa qualità o l’assenza dei servizi che penalizzano soprattutto le donne, le preoccupazioni per il presente e per il futuro. Una difficile condizione materiale e psicologica, impastata di difficoltà quotidiane, di insicurezza, infelicità e assenza di prospettive, che di fatto rende precaria la vita.

Una condizione che ho potuto constatare alle Acciaierie Valbruna di Vicenza (1.000 dipendenti circa, di cui il 70 per cento proveniente dal Mezzogiorno, produzione di acciaio speciale inox programmata fino al 2010), alla Ducati di Borgo Panigale (anche qui circa 1.000 dipendenti, di cui metà operai e 150 addetti alle corse, il resto quadri, ingegneri e amministrativi), alla Stmicroelectronics di Catania (leader nei semiconduttori, 4.768 addetti al momento della mia visita, di cui il 73 per cento al di sotto dei 35 anni e il 93 per cento laureati o diplomati). Ovunque, pur nella evidente diversità delle situazioni, le lavoratrici e i lavoratori con i quali mi sono incontrato si sono dimostrati insoddisfatti e scontenti, soprattutto della politica, dalla quale si sentono lontani, emarginati ed esclusi. Ovunque, alla mia rituale domanda, hanno risposto di non avere memoria di incontri o riunioni con dirigenti politici interessati alle loro condizioni di lavoro e di vita.

Non esiste una forma della politica o un partito nei quali questa nuova classe lavoratrice si riconosca e si trovi a suo agio. Lina, in un incontro con i rappresentanti sindacali della Fiom alla Ducati, si è espressa così: «I lavoratori non associano il lavoro alla politica. Per loro, lavoro e politica sono due termini separati».  Dunque, una incomunicabilità pressoché totale tra la politica e la società profonda dove si crea la ricchezza reale della nazione, una frattura vera e propria tra i partiti e il cuore produttivo del Paese, costituito dalla classe lavoratrice d’inizio secolo. Sono fenomeni che vanno oltre l’assenza della rappresentanza del lavoro, e in prima persona chiamano in causa la sinistra, la sua cultura, il suo modo di essere e di fare politica.

Oggi, la nuova classe lavoratrice che ho incontrato in Italia  è politicamente dispersa e dominata perché frantumata non solo nei processi produttivi, ma anche nelle culture di riferimento. Vive nella frustrazione, senza cognizione di sé, della sua storia, della sua funzione. E non ha l’ambizione di farsi classe dirigente, di trasformare con se medesima il Paese perché non possiede gli strumenti politici e culturali adatti allo scopo. Un problema dei lavoratori, certo, che però sta di fronte all’intera società. Un passaggio stretto e decisivo che la sinistra deve affrontare, se vuole uscire dal minoritarismo e dal contrattualismo parasindacale per competere sul terreno  del consenso.

 

II - Gli operai e i lavoratori dipendenti: una specie in vie d’estinzione?

3. All’inizio di questo secolo è cominciata davvero un’altra storia: gli idoli sono crollati, non esistono icone da portare in processione né modelli da imitare. Il tempo della retorica è finito, e un nuovo inizio della sinistra può nascere solo dall’analisi critica della realtà. Allora è necessario prendere atto non che il lavoro è stato cancellato dal capitalismo vincente, ma che la classe lavoratrice del XXI secolo si presenta in forme completamente diverse dal passato, che chiedono di essere indagate, portate alla luce e rese politicamente significative.

Abbattere il muro degli ideologismi e dei luoghi comuni, sovente presentati come la quintessenza del pensiero postnovecentesco entro il cui perimetro troppo spesso si trincera ed agisce il ceto politico, è una prima necessità elementare per portare alla luce la realtà ed elaborare un pensiero critico del mondo in cui viviamo. Perciò prendere in esame e mettere insieme alcuni dati quantitativi sulla conformazione della società italiana non è un esercizio inutile, giacché questi stessi dati ci aiutano a smontare le fantastiche costruzioni di una società immaginaria, funzionali al dominio del capitale e della finanza.

Cominciamo dagli operai, classificati ormai come una specie in via di estinzione ed aumentati invece in Italia di 900 mila unità tra il 2000 e il 2006, secondo dati Istat elaborati dal Corriere della sera[3]: il contrario esatto della tendenza “verso una società che non ha più operai”, come si legge in un libro di Gaggi e Narduzzi[4] magnificato dal professor Giavazzi, autorevole editorialista dello stesso Corriere e da altri non meno autorevoli “liberisti di sinistra”. In sintesi: gli operai, che erano 7 milioni 081 mila nel 2000 (pari al 34 per cento degli occupati) sono aumentati fino a 7 milioni 980 mila nel 2006 (35 per cento degli occupati), con un incremento del 13 per cento. Tra questi otto milioni, solo il 33 per cento sono donne, su un totale così distribuito: 5 per cento in agricoltura (un punto in meno rispetto al 2000), 48 per cento nell’industria (quattro punti in meno ), 47 per cento nei servizi (cinque punti in più). Da notare che nello stesso periodo gli imprenditori sono diminuiti del 34 per cento, da 525 mila a 346 mila. Vale a dire che alla supposta centralità dell’impresa corrisponde il dominio di una minoranza che si restringe.

L’aumento del lavoro operaio, seppure diversamente distribuito tra agricoltura, industria e servizi, si situa all’interno di una più generale tendenza all’espansione del lavoro dipendente, che coinvolge l’Italia, come l’Europa e il mondo. Nel 2006, su un totale di 22 milioni 988 mila occupati, i lavoratori dipendenti erano in Italia 16 milioni 915 mila (73,58 per cento, di cui 475 mila in agricoltura, 5 milioni 456 mila nell’industria e 10 milioni 983 mila nei servizi), gli indipendenti (autonomi) 6 milioni 073 mila. Nel 1996, su un’occupazione complessiva di 20 milioni 125 mila unità, i dipendenti erano 14 milioni 272 mila, gli indipendenti (autonomi) 5 milioni 853 mila[5]. Come si vede, l’incremento degli occupati si è realizzato in misura largamente preponderante a carico del lavoro dipendente.

Non è questa la sede per un’analisi circostanziata delle dinamiche dell’occupazione nell’Italia del cosiddetto postfordismo (o postcapitalismo). Qui basti osservare che sull’aumento dei posti di lavoro influisce in modo rilevante la regolarizzazione dei lavoratori extracomunitari, come pure l’inclusione dei Paesi dell’Est nell’Europa a 27. D’altra parte, secondo un criterio estensivo assai discutibile, che di fatto trasforma in occupazione la sottoccupazione e la precarietà, vengono considerate occupate le persone di 15 anni e più che in una settimana abbiano svolto almeno un’ora di lavoro retribuito alle dipendenze, ovvero almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente[6].

Se dunque, anche per effetto dei criteri contabili, il tasso di disoccupazione, calcolato come rapporto tra le persone in cerca di occupazione e le forze di lavoro, è sceso nel 2006 al 6,8 per cento, per altro verso indicatori idonei a misurare la dinamicità e la capacità inclusiva di un sistema, come il tasso di attività (62,5 per cento in Italia contro il 69,7 per cento dell’Ue a 27 nel 2005) e il tasso di occupazione (57,6 in Italia contro il 63), sono tra i più bassi in Europa e i più bassi in assoluto tra i Paesi industrialmente avanzati, al di sotto anche di Spagna, Portogallo e Grecia[7]. Senza contare che ci appartiene il più basso livello di occupazione femminile (45,3 per cento contro il 56 per cento dell’Ue a 27), e uno dei più alti livelli di disoccupazione giovanile in Europa (24 per cento contro il 18,7). Tutti segnali dell’eccezionale disagio e della generalizzata svalorizzazione del lavoro, tipici della modernità declinata all’italiana.

Resta comunque il fatto che il lavoro dipendente non scompare, ed anzi si estende e si diversifica anche in Italia. Come osserva il Censis nel suo Rapporto 2007 sulla situazione sociale del Paese, si conferma anche per quest’anno la riduzione del lavoro autonomo, mentre cresce l’occupazione dipendente che ormai si situa ben oltre il 70 per cento[8]. Non ci poteva essere, e non c’è stata, la fine del lavoro nel movimento perenne del capitale: al contrario, per il duplice effetto della rivoluzione tecnologica e della dittatura del capitalismo liberista, si sono accelerate e approfondite le trasformazioni del lavoro. Di conseguenza, è rimasto nel cielo dell’ideologia (come un caciocavallo appeso, direbbe don Benedetto) il fulminante pensiero di una società depurata delle scorie del conflitto, che traendo dall’immaterialità dei processi e dall’egemonia dell’impresa la propria spinta propulsiva, avrebbe dovuto via via affievolire la presenza del lavoro alle dipendenze e cancellare la dualità capitale-lavoro, fino al definitivo superamento delle contraddizioni del capitale.

 

4. L’ideologia neoliberista ha costruito al riguardo uno schema perfetto, che però è andato in mille pezzi al confronto con la realtà: in presenza della tendenza all’estinzione del lavoro dipendente, cade la necessità di rappresentarlo politicamente nei sistemi democratici; ergo, cade anche la distinzione fondamentale tra destra e sinistra, e la sinistra stessa cambia natura. In conclusione resta il capitale, unico sovrano globale che signoreggia urbi et orbi. La dimostrazione che non c’è più distinzione tra destra e sinistra, come ha sempre sostenuto Tony Blair[9], starebbe (tautologicamente) nel fatto che alle forze politiche null’altro si chiede se non la gestione dell’esistente. Alla fine, l’unica differenza consisterebbe solo nell’abilità e nella competenza con cui si gestiscono gli interessi del Capitale. Anche Massimo D’Alema ha espresso la stessa opinione: “Noi vogliamo mettere la politica al servizio della competitività. Questa è l’essenza di un moderno centro-sinistra”[10].

In verità, in tutti questi anni, la componente dei Ds che si autodefinisce “riformista”, e che insieme alla Margherita ha dato vita al Pd, continuamente ha oscillato tra i due poli della subalternità e del conservatorismo. Subalternità, perché non è stata all’altezza di elaborare un’autonoma cultura critica che fosse in grado di motivare un punto di vista alternativo rispetto alla cultura d’impresa. Conservatorismo, perché non si è attenuta al fondamentale criterio metodologico scoperto già da Nicolò Machiavelli, secondo cui la vera innovazione in politica si dà muovendo dall’analisi della “realtà effettuale” e non “dall’immaginazione di essa”[11].

Pendolando tra conservatorismo e subalternità, i “riformisti” hanno considerato irrilevanti e superflui i vecchi lavoratori definiti “ottocenteschi”, ma d’altro canto non hanno dato voce e prospettiva alle aspirazioni dei nuovi lavoratori dell’immateriale e dell’informatica. Sono rimasti distinti e distanti dalla “realtà effettuale” del lavoro, sostanzialmente estranei alle tematiche dell’innovazione tecnologica che ha rivoluzionato il modo di lavorare e di produrre. E così hanno aperto la strada all’insediamento della destra nella classe operaia e tra i ceti popolari.

Il dato più evidente, e immediatamente percepibile, del cambiamento nella configurazione del lavoro dipendente è rappresentato dall’espansione delle attività terziarie in concomitanza con il ridimensionamento dell’industria manifatturiera tradizionale. Il settore terziario, in continua crescita, è diventato dominante sia nella formazione del Pil che in termini di occupazione, in misura tale da assorbire oggi in Europa circa il 70 per cento della manodopera, mentre l’industria è scesa sotto il 30 per cento. Ma il terziario non è un settore omogeneo, configurandosi al contrario come un vasto e contraddittorio campo multifunzioni, nel quale attività tradizionali come l’amministrazione pubblica e il commercio si sommano con i picchi più avanzati dell’innovazione (informatica, comunicazione e informazione, cultura e spettacolo), cioè con attività di tipo prevalentemente industriale che producono beni immateriali.

La crescita del settore è anche l’effetto dell’inclusione in esso di segmenti nel passato incorporati nella fabbrica fordista e successivamente esternalizzati, allo scopo di ottenere congiuntamente - con la “fabbrica terziarizzata” - la compressione dei costi e la valorizzazione finanziaria del capitale. Nell’insieme, il raggruppamento per convenzione denominato terziario sembra ricomprendere tutto ciò che statisticamente sta fuori del primario (agricoltura) e del secondario (industria tradizionale), piuttosto che definire quantitativamente e qualitativamente le nuove attività emerse dalla rivoluzione tecnico-scientifica. Sarebbe perciò necessaria una nuova generale riclassificazione delle attività umane del XXI secolo, anche allo scopo di valorizzarne contrattualmente e socialmente i diversi profili professionali, culturali e scientifici.

In ogni caso, è risultata infondata l’opinione, largamente diffusa già negli ultimi decenni del secolo passato sebbene non dimostrata, secondo cui la diffusione di nuove professioni ed attività, insieme al declino dell’organizzazione del lavoro fordista-taylorista e alla terziarizzazione dell’economia, avrebbe inesorabilmente eroso e ridimensionato il lavoro dipendente a vantaggio di quello autonomo[12]. Si deve invece constatare che le trasformazioni in atto non hanno sminuito l’importanza del lavoro dipendente, in crescita ovunque nel mondo. E non poteva essere altrimenti, dal momento che i rapporti di produzione capitalistici mai sono stati così estesi. Si può dunque affermare che il lavoro dipendente, nelle sue continue trasformazioni e diversificazioni, e perciò in forme del tutto diverse dal passato, assume una nuova centralità nell’economia e nella società del XXI secolo, in ragione della sua quantità ma anche della sua presenza qualitativa.

 

III - Flessibili e precari: ma la persona che lavora non è un semilavorato

5. I dati parlano chiaro: oggi in Europa i lavoratori dipendenti si situano in una posizione che oscilla tra il 70 e il 90 per cento della forza-lavoro. E i beni materiali e immateriali prodotti dall’ingegno umano in questa fase della storia sono per la maggior parte frutto del loro lavoro. Nella loro infinita diversificazione, e nella loro irripetibile individualità, i lavoratori sono il fattore portante della civiltà moderna, ma il loro peso nell’economia, nella società e nella politica appare irrilevante. Il lavoro non è morto, è stato semplicemente rovesciato il rapporto di forza che lo lega al capitale. Ma svalorizzando e schiacciando il lavoro, il capitale opprime l’intera società e la soggettività della persona. E’ un passaggio di civiltà, di cui la precarietà è l’espressione più evidente.

Infatti, se si va al di là del puro galleggiamento sulla superficie dei fenomeni, viene in chiaro che la precarietà non è un semplice status giuridico e contrattuale derivante dalla presenza di innumerevoli rapporti di lavoro “atipici”, bensì una condizione sociale e di vita imposta dalla flessibilità del lavoro: dal lavoro reso flessibile, vale a dire del tutto funzionale alle esigenze dell’impresa, pura variabile dipendente dal ciclo produttivo e dagli alti e bassi del mercato, e perciò impiegato con piena discrezionalità. La flessibilità del lavoro è la modalità concreta, storicamente determinata, con cui si configura oggi il modo di produzione capitalistico nella fase della globalizzazione.

Il criterio di fondo nell’applicazione della forza-lavoro, vista esclusivamente come un costo da abbattere, consiste nel regolarne il flusso in modo tale che le sue prestazioni «vengano erogate, e dunque retribuite, solo quando siano effettivamente utilizzabili - ossia valorizzabili – in un dato tempo e luogo: non prima, non dopo, non altrove»[13]. E’ l’applicazione alle donne e agli uomini in carne ed ossa, alla persona umana, dello stesso principio che si usa nello sfruttamento massimo, cioè scientifico, delle macchine e dei materiali per estrarne il più alto profitto.

Esso si fonda sul metodo “del giusto in tempo”, universalmente riconosciuto e applicato nel processo di lavoro globale, secondo cui nessuna materia prima, nessun semilavorato o componente o servizio deve arrivare nel punto in cui deve essere assemblato o fornito se non nel momento “giusto” in cui sarà utilizzato. Ciò che ha consentito di eliminare i costi di stoccaggio e di magazzino, e di pianificare la produzione solo dopo aver organizzato la domanda. Il punto terminale di questo processo, reso possibile dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, è l’uomo flessibile: «colui o colei che viene possibilmente occupato, in termini di ore e di prestazione, solo a fronte d’una domanda effettiva, solo giusto in tempo, e che solo per quel tempo sarà retribuito»[14].

Nelle reali condizioni del lavoro del XXI secolo, che si definiscono nel rapporto con il capitale, tutti i lavoratori finiscono col diventare flessibili, e quindi precari. E’ un dato di fatto non opinabile, da indagare e assumere fino in fondo. Una realtà di enorme portata, spesso oscurata e addirittura capovolta, perché ridefinisce la nuova base materiale e culturale su cui si può costruire l’unificazione del lavoro salariato e dipendente, e nella dimensione non solo nazionale, ma anche europea e mondiale.

La continua e persistente rappresentazione di una frattura tra garantiti e precari, tra insider e outsider, prendendo atto di differenziazioni presenti e ben visibili, è in realtà volta a esaltare una presunta e insanabile contrapposizione di interessi interna al mondo del lavoro nell’intento di frantumarlo, spostando il fronte del conflitto tra gli stessi lavoratori. Un’operazione di ampia portata funzionale agli interessi dell’impresa, che vorrebbe un rapporto diretto con milioni di individui tra di loro separati e in competizione, cancellando il contratto nazionale e il diritto al lavoro: proprio nel momento in cui si compie il massimo sforzo per frantumare il lavoro, e renderlo completamente prono e subalterno, viene negata e messa fuori campo la dualità lavoro-capitale.

Dall’altra parte, sul versante della rappresentanza sindacale e politica dei lavoratori, che si è consolidata nel Novecento in un’altra fase del capitalismo, e dunque principalmente innervata sugli operai industriali stabilmente occupati all’interno degli Stati nazionali, le inevitabili difficoltà a comprendere la fase nuova e ad aprirsi alle esigenze dei lavoratori dell’era informatica e digitale non possono diventare insormontabili, pena la completa subalternità al capitale. E’ necessario un grande sforzo innovativo, perlomeno pari a quello compiuto nel passaggio dell’Italia da Paese agricolo a potenza industriale, se si vuole costruire un movimento dei lavoratori e delle lavoratrici libero e autonomo, in grado di rappresentarsi in modo ampio, autorevole ed efficace sul terreno politico e sociale.

 

6. Chiarisce bene Gallino che lavoratori flessibili non sono solo quelli coinvolti in rapporti di lavoro “atipici”, o quelli che non avendo diritti e tutele devono necessariamente sottostare al libero arbitrio di chi li assume. Infatti, alla flessibilità dell’occupazione, che è un parametro quantitativo, si aggiunge la flessibilità della prestazione, che in sostanza è un misuratore qualitativo dell’uso della forza-lavoro. Mentre la prima consiste nella possibilità, da parte dell’impresa, di modificare la quantità dei lavoratori utilizzati in relazione all’andamento del ciclo produttivo (che raggiunge ovviamente il massimo in presenza della completa libertà di licenziamento), la flessibilità della prestazione si riferisce invece alla possibilità di variare continuamente le modalità e i parametri d’uso della forza-lavoro impiegata.

Dall’articolazione differenziata dei salari all’uso flessibile degli orari e dei turni fino al ricorso massiccio degli straordinari, si tratta di forme pressoché infinite di applicazione della forza-lavoro rese concretamente possibili, oltre che dalla tecnologia, dai rapporti di forza che intercorrono nel momento dato tra capitale e lavoro. In altre parole, la flessibilità della prestazione coinvolge anche i lavoratori “normali”, che dispongono cioè di un contratto di lavoro a tempo indeterminato, come si è visto in modo drammatico nel caso estremo della ThyssenKrupp. La risultante complessiva, tra flessibilità dell’occupazione e flessibilità della prestazione, è l’incertezza e insicurezza nel lavoro e nella vita, vale a dire una condizione che identifichiamo con la precarietà, e che raggiunge il massimo grado allorché i due livelli della flessibilità si sommano generando un effetto moltiplicatore.

Se la flessibilità della prestazione è un dato soprattutto qualitativo, la flessibilità dell’occupazione rileva la quantità del lavoro instabile e discontinuo, sulla cui dimensione si forniscono cifre spesso inattendibili. Quanti sono, allora, in Italia i lavoratori flessibili nell’occupazione, vale a dire gli occupati in modo instabile e discontinuo? Le stime minimaliste si attestano sotto i 4 milioni, in base alla tipologia dei rapporti “atipici” fissati dalla legge 30/2003. Ma Gallino, analizzando nel dettaglio i dati disponibili, valuta con prudenza tra i 5 e i 6 milioni i lavoratori flessibili “per legge”.

Poi ci sono gli irregolari, quelli al di fuori della legge, che non hanno diritti e non sono tutelati da un contratto di lavoro. Si tratta dei lavoratori dell’economia sommersa, pari a 1,8 milioni. Infine, sono da considerare 3 milioni di persone che svolgono un lavoro a tempo parziale non dichiarato, oppure un secondo lavoro in nero. In totale, se queste stime hanno un fondamento, si arriva a 10-11 milioni di lavoratori coinvolti in modo diretto in forme di lavoro flessibile, altrimenti detto precario[15]. Una cifra enorme, e tuttavia non sufficiente, come abbiamo visto, a delimitare i confini della flessibilità.

In definitiva, se si analizzano i processi reali, emerge che la flessibilità del lavoro non è la risultante di comportamenti regolati come “atipici” o di azioni di soggetti che agiscono fuori delle regole, e neanche di stringenti esigenze organizzative delle imprese cui devono obbligatoriamente sottostare i fattori della produzione, bensì del concreto modo di essere del capitalismo del XXI secolo. Ci troviamo di fronte a processi di dimensione globale, preesistenti nell’economia e nella società, che le leggi hanno parzialmente accompagnato e normato, naturalmente dal punto di vista degli interessi prevalenti, che sono quelli dell’impresa capitalistica.

Se la finanziarizzazione è oggi la forma peculiare del capitale, la flessibilità del lavoro a sua volta è la modalità con cui si esercita la dittatura del capitale nel modo di produzione. Su un versante, la frammentazione dei processi produttivi e la loro dislocazione sul territorio planetario rese possibili dalla rivoluzione informatica; sull’altro, la crescita di un enorme esercito di manodopera di riserva nel mondo: la globalizzazione capitalistica, gigantesco processo di subordinazione del lavoro al capitale, ha come elemento determinante la forza-lavoro a costo zero. Qui sta la radice della flessibilità.

Ricapitoliamo. Il lavoro dipendente si estende, si diversifica e si diffonde in tutto il mondo. Anche in Italia assume una nuova centralità e si conferma fattore portante dell’intera società. Tuttavia, nel rapporto con il capitale, il lavoro è oggi più sfruttato, più debole, più subalterno. E se nel processo produttivo e nel mercato del lavoro domina la flessibilità, le forme della subalternità del lavoro al capitale tracimano ben oltre gli argini della sfera produttiva e dell’economia, per investire l’insieme dei rapporti sociali, la cultura, la politica. In altre parole, siamo in presenza di una generalizzata svalorizzazione del lavoro e dei lavoratori. E questa coincide con il declino e con il rischio del disfacimento del Paese: venuto meno il principio coesivo e unificante costituito dal lavoro e dal suo valore, la società che descrive De Rita si fa poltiglia, o mucillagine[16].

 

IV - L’impoverimento del lavoro nell’Italia ingiusta e disuguale.

7. Ora anche il governatore della Banca d’Italia richiama l’attenzione sui salari italiani che hanno raggiunto il livello di guardia, ma non è una novità. A livelli salariali al limite della sussistenza corrispondono profitti che raggiungono picchi strepitosi: è una tendenza che viene da lontano. Tra il 1993 e il 2003, secondo i calcoli del liberale Alvi, il saggio del plusvalore - che misura lo sfruttamento del lavoro - è cresciuto notevolmente in Italia insieme con la produttività, e il risultato finale è stato il seguente: «i salari reali pro capite nel 2003 sono del 3,5 per cento inferiori a quelli del 1993. Mentre il tasso del profitto è dell’11,3 superiore»[17].

La crescita dei profitti ha prodotto a sua volta un’esplosione senza precedenti delle rendite finanziarie e la formazione pressoché istantanea di enormi patrimoni basati prevalentemente nei paradisi fiscali, con il conseguente ristagno degli investimenti per l’innovazione e la trasformazione del Paese. La cosiddetta patrimonializzazione dell’economia, che ha condannato l’intera società alla stagnazione, si è dimostrata la madre di ogni parassitismo, una vera camicia di forza che ha immobilizzato il Paese. Sono fenomeni ben visibili e noti, ma non inevitabili, dai quali tuttavia la sinistra non sembra aver tratto le dovute conseguenze politiche.

Prosegue Alvi: «Nel 2003 ai lavoratori toccava il 48,9 per cento del reddito; nel 1972 era il 59,2 per cento». Di contro, ovviamente, profitti e rendite si sono innalzati dal 40,8 al 51,1 per cento. Una mutazione di proporzioni gigantesche, che ha addirittura rovesciato il rapporto tra lavoro e capitale rendendo ancora più subalterni i lavoratori nella società. Fino al punto che la quota del lavoro «ora è circa la stessa del 1951, dell’Italia prima del boom», e «non troppo distante da quel 46,6 per cento che era la povera quota del 1881»[18].

Occorre riflettere su questo dato, che segnala un radicale cambiamento qualitativo indotto dal rovesciamento delle posizioni nella società e da un arretramento di portata davvero storica: una minoranza si appropria in modo via via crescente della parte preponderante del prodotto sociale generato dalla maggioranza. E questo fatto nuovo introduce una contraddizione di fondo nella società e negli assetti politici, che tendono a conformarsi sugli interessi di una minoranza acquisitrice al cui vertice si è insediata una vera casta “patrizia” di super ricchi sovrapposta al popolo[19].

I dati più recenti confermano questo stato delle cose. Come annota Nicola Cacace, «l’aumento insufficiente dei salari, addirittura inferiore all’inflazione, è notizia assai cattiva che spiega molte cose, malessere crescente di milioni di famiglie, calo dei consumi e della domanda interna, crescita del Pil inferiore alla media europea». Anche nel 2007 «tutto l’aumento della torta, che ricordiamolo è stato del 4,2 per cento, è andato a profitti e rendite». E’ solo una conferma che i profitti «da molti anni crescono a ritmi quattro volte superiori a quelli dei salari», e ciò significa che «da anni la ripartizione dei frutti della produzione e della produttività tra salari, profitti e rendite è così iniqua da umiliare la classe lavoratrice e da nuocere all’intera economia»[20].

8. Le analisi di Mediobanca sui bilanci delle imprese italiane[21] mettono ben in luce il cambiamento del rapporto tra capitale e lavoro, a conferma che i percettori dei salari e coloro che incamerano i profitti non sono fantasmi del passato, ma classi sociali presenti nel moderno rapporto di produzione e nella società. Dunque, la quota del lavoro sul valore aggiunto delle maggiori imprese, che era del 70,1 per cento nel 1974, scende al 53,4 per cento nel 1996 con un calo costante nell’ultimo decennio, fino a raggiungere il 48 per cento nel 2005. E nel 2006, l’ennesimo “anno d’oro” delle maggiori imprese italiane, «il valore dei beni prodotti da ciascun dipendente è cresciuto del 6,2 per cento a fronte di una variazione positiva dei costi unitari del lavoro pari al 3,3 per cento». In altri termini, le imprese hanno incamerato produttività per 2,9 punti.

Tra il 1996 e il 2005, l’incidenza del lavoro nelle grandi imprese con oltre 2 miliardi fatturato è scesa addirittura al 43 per cento. Contestualmente i dividendi sono cresciuti di 9,5 punti. Tutto ciò avviene indipendentemente da chi governa: come scrive il Corriere della sera, «la continuità del fenomeno la dice lunga sull’irrilevanza della politica rispetto alle tendenze di fondo dell’economia»[22]. Se si allarga lo sguardo, si può osservare che nelle multinazionali manifatturiere europee, nel decennio 1995-2004, la quota assorbita dal lavoro scende dal 65,8 al 57,8 per cento, con un vantaggio quasi uguale dei profitti, che aumentano del 7,4 per cento. Si tratta, sottolinea con la necessaria enfasi Massimo Mucchetti, di «una strepitosa rivincita del capitale più ancora che dell’impresa»[23].

Infatti, i salari reali in Italia sono diminuiti mediamente, secondo l’Ires-Cgil, di 1.900 euro tra il 2002 e il 2007. Nello stesso periodo, imprenditori e professionisti hanno visto crescere le loro remunerazioni di 12.000 euro, mentre le retribuzioni dei dirigenti sono cresciute di 6 punti rispetto a quelle dei dipendenti. Teniamo a mente queste cifre per capire come è fatta la società italiana d’inizio secolo: oltre 14 milioni di lavoratori dipendenti su un totale di 17 milioni vivono con meno di 1.300 euro al mese, mentre circa 7,3 ne guadagnano meno di 1.000[24]. E’ una condizione che non è esagerato definire drammatica per la maggioranza delle persone che lavorano, le quali si trovano a vivere in povertà o sulla soglia di essa.

Precisa l’Ires-Cgil che il salario mensile netto degli italiani è di 1.171 euro, con significative differenze al di sotto della media. Le donne guadagnano 961 euro, i giovani (15-34 anni) 854, gli immigrati extra Ue 856. Persiste un forte divario con il Mezzogiorno, dove i salari medi sono pari a 919 euro, mentre nella piccola impresa (1-19 addetti) si arriva a 866 euro. Gli apprendisti contano solo su 737 euro, i collaboratori occasionali su 769, i co.co.pro. su 899. A vivere con meno di 1.000 euro al mese è anche il 60 per cento degli operai non specializzati e il 40 per cento degli impiegati generici[25]. Questa è la realtà.

Comunque si rigiri il problema, e indipendentemente dal punto di vista dal quale lo si voglia analizzare, resta il fatto che i salari italiani sono tra i più bassi d’Europa e si situano agli ultimi posti nel mondo industrializzato. Negli anni più recenti, sempre secondo l’indagine dell’Ires, il divario si è allargato rispetto ai Paesi dell’Ue, cosicché le retribuzioni medie nette annue sono state nel 2006 pari a: 30.770 euro in Inghilterra, 23.942 euro in Germania, 21.470 in Francia, 16.538 in Italia come in Spagna. Dietro di noi solo Grecia e Portogallo[26].

D’altra parte, una dettagliata analisi dell’Ocse sui 30 Paesi più industrializzati del mondo, che ha preso in esame il salario reale di un lavoratore single nel 2005 (a parità di potere d’acquisto ed espresso in euro) ci collocava inesorabilmente all’ultimo posto tra i Paesi più avanzati, al penultimo nell’area euro (dopo di noi solo il Portogallo), al ventesimo tra i Paesi dell’Europa allargata, al ventitreesimo tra i 30 Paesi considerati (dopo di noi Portogallo, Turchia, Repubblica Ceca, Polonia, Messico, Slovacchia e Ungheria)[27].

V - I lavoratori padroni di se stessi: per la loro libertà e il rinascimento dell’Italia.

9. Sono i dati di una catastrofe, che all’interno di uno spostamento dei rapporti di forza planetari a vantaggio del capitale, si manifesta in modo particolarmente drammatico in Italia. Appellarsi al cosiddetto “cuneo fiscale” per giustificare il vergognoso trattamento economico dei lavoratori, come solitamente fanno i capitalisti italiani, in realtà non ha senso, perché i salari sono più alti anche nei Paesi che superano l’Italia nei livelli del prelievo fiscale, come la Germania e la Francia. Per non dire di un lavoratore belga, il quale con un prelievo che è il più alto al mondo (oltre il 55 per cento del salario lordo) guadagna 3.500 euro in più di un lavoratore italiano[28].

Altrettanto infondate, se non per una strabordante voglia di profitto che certo è molto più moderna della rapace avarizia di Arpagone, appaiono le stanche affermazioni di Montezemolo, secondo cui, mentre c’è bisogno di maggiore flessibilità del lavoro, gli aumenti salariali possono aversi solo in presenza di forti aumenti di produttività. Come è stato osservato, il presidente della Confindustria «sbaglia due volte», giacché «gli studi più attenti hanno mostrato che la crescita bassa di produttività italiana deriva proprio dalle carenze di formazione e dagli eccessi di precarietà del lavoro dei giovani»[29]. E questa è la conferma che i bassi salari sono un formidabile disincentivo all’innovazione.

Proprio la «strepitosa rivincita del capitale» sta all’origine delle disuguaglianze e della povertà che piagano l’Italia. Secondo Eurostat, l’Italia è il Paese più disuguale d’Europa prima di Gran Bretagna e Spagna, e il secondo più povero dopo la Spagna. In sintesi, gli indici ci dicono che in Italia il quinto della popolazione più ricca dispone di un reddito di circa 6 volte superiore a quello del quinto più povero[30]. Un dato confermato dall’indagine Istat sulle condizioni di vita degli italiani diffusa nel dicembre 2006, secondo cui nel nostro Paese il 20 per cento più povero può contare sul 7 per cento del reddito totale, mentre il 20 per cento più ricco dispone del 40,8 per cento[31]. Ciò all’interno di una tendenza che tra il 2000 e il 2004 ha visto crescere i redditi delle famiglie del 13,6 per cento in termini nominali e solo del 3,1 per cento in termini reali. Con una vistosa differenza tuttavia: mentre i redditi dei lavoratori autonomi sono cresciuti di circa il 15 per cento, quelli dei lavoratori dipendenti sono diminuiti di quasi il 4 per cento.

Dall’indagine Istat emerge un quadro desolante dello stato reale dell’Italia: nel 2004 il reddito medio netto per famiglia è stato pari a 28.078 euro, circa 2.340 euro al mese, ma il 62 per cento delle famiglie non ha raggiunto questa soglia, e per il 50 per cento di esse le entrate sono state pari a 22.353 euro, 1.863 euro al mese. In sostanza, metà delle famiglie italiane vive con poco più di 1.800 euro, cioè in condizioni di grave disagio se non di povertà. Una cifra che tuttavia ha bisogno di due specificazioni. Quando è una donna a sostenere la famiglia con il reddito principale, il livello delle entrate si abbassa del 26 per cento. E inoltre: se la famiglia risiede nel Mezzogiorno, il suo reddito di riduce di un quarto [32]. Disuguaglianze intollerabili, confermate dalla più recente indagine della Banca d’Italia su «I bilanci delle famiglie italiane nell’anno 2006», dalla quale si ricava che il 10 per cento delle famiglie italiane possiede il 45 per cento della ricchezza del Paese[33].

Queste cifre sono una dimostrazione inoppugnabile della gestione fallimentare del capitalismo italiano come ceto imprenditoriale e classe dirigente politica, che non rischia, non investe, non innova, e succhia soldi dallo Stato, cioè dai lavoratori dipendenti che pagano le tasse. Si calcola che tra il 2000 e il 2006 le imprese abbiano ricevuto dallo Stato 44 miliardi e 391 milioni di euro, ma la cifra appare approssimata per difetto[34]. Come ci ha ricordato Eugenio Scalfari in tempi non lontani, «il capitalismo italiano è soprattutto querulo. Di solito si vendica con i deboli e si piega dinanzi ai più forti»[35]. Esposto ai venti della globalizzazione, questo capitalismo non è stato all’altezza della prova, dimostrando molta grettezza e poca propensione al rischio, fragilità strutturali e assenza di visione: sia nella versione berlusconiana, sia in quella del “liberismo mite” impersonata dal centro-sinistra.

Nella fase in cui il capitale ha potuto disporre, come mai nel passato, oltre che del potere economico, anche di quello politico e culturale-mediatico per effetto di una generale privatizzazione, l’Italia arretra, è in ansia e senza prospettive, rischia persino la sua identità come nazione. Di cosa si tratta, se non di un fallimento della borghesia post-novecentesca come classe dirigente? Di una crisi di egemonia, che investe l’assetto economico-sociale come quello democratico-istituzionale?

10. Dall’analisi dei fatti si può trarre, sinteticamente, una semplice ma ineludibile conclusione: per evitare il decadimento dell’Italia e l’irrilevanza della sinistra è necessario ricominciare dalle condizioni materiali delle persone che lavorano, spostando il centro di gravità della politica dal capitale verso il lavoro. E’ una scelta di campo, che ha forti implicazioni teoriche e pratiche. Ma è l’unica che la sinistra può compiere, con lucidità e coerenza: fare leva sul lavoro per sollevare, insieme ai lavoratori, se stessa e il Paese. Senza l’asse del lavoro non c’è sinistra, una sinistra che voglia competere sul terreno del consenso e per il governo del Paese. E senza far leva sul lavoro non è neanche praticabile una politica di alleanze, né può crescere una “buona” borghesia. Per il rinascimento dell’Italia e la trasformazione della società è indispensabile una nuova costruzione politica, che dia voce e rappresentanza ai lavoratori  del XXI secolo, e lotti per il loro benessere e la loro libertà.

 

Paolo Ciofi




Note

[1] Karl Marx, Il capitale, Libro primo, Editori Riuniti, Roma 1964, p. 67

[2] V. Edward N. Luttwak, La dittatura del capitalismo, Mondadori, Milano 1999

[3] CorrierEconomia, 8 ottobre 2007

[4] Massimo Gaggi, Edoardo Narduzzi, La fine del ceto medio, Einuadi, Torino 2006, p. 8

[5] www.istat.it

[6] V.www.istat.it

[7] Dati Eurostat. Come è noto, il tasso di attività è il rapporto tra le persone appartenenti alle forze di lavoro (occupati + persone in cerca di occupazione) e la popolazione di riferimento. Nel 2006 il tasso di attività era pari al 62,7 per cento (fonte Istat), mentre il tasso di occupazione – rapporto tra gli occupati e la popolazione di riferimento - era invece al 58,4 per cento. Il tasso di disoccupazione - rapporto tra le persone in cerca di occupazione e le forze di lavoro –  era pari al 6,8 per cento già citato nel testo

[8] V. Censis, XXXI Rapporto sulla situazione sociale del paese, www.censis.it

[9] V. la Repubblica, 29 settembre 1999, Corriere della sera, 2 dicembre 2007

[10] la Repubblica, 28 gennaio 1999

[11] V. Nicolò Machiavelli, Il Principe, Feltrinelli, Milano 1960

[12] Ricerche dell’Ufficio nazionale di collocamento tedesco (Iab) avevano mostrato come il lavoro autonomo fosse diminuito nei Paesi dell’Unione europea a 15 dal 19,1 al 16,6 per cento nell’ultimo decennio del secolo passato, e come, all’interno del lavoro dipendente, fossero aumentate le quote del lavoro part time (dal 13,2 al 17,4 per cento) e di quello a termine (dal 7,8 al 10,6 per cento). Sebbene la dimensione del lavoro autonomo sia assai diversa da Paese a Paese, come pure l’articolazione del lavoro dipendente, si tratta di tendenze che si confermano nei primi anni del nuovo secolo, al cui interno l’Italia si ritrova pienamente. V Iab, Kurzbercht n. 14.

[13] Luciano Gallino, Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità, Editori Laterza, Roma-Bari 2007, p. 30

[14] Luciano Gallino, op. cit., pp. 30-31

[15] L. Gallino, op. cit., p. 25

[16] Censis, XXXI Rapporto sulla situazione sociale del paese, cit.

[17] Geminello Alvi, Una Repubblica fondata sulle rendite, Mondadori, Milano 2006, p. 62

[18] Geminello Alvi, cit., p. 9

[19] Si veda, in proposito, Orsetta Bettini, La classe dei dirigenti, Menabò di Etica ed Economia, giugno 2006. Nella finanza, secondo i dati Consob dell’aprile 2006, i “dirigenti” sono in teoria 3.297 (di cui solo 210 sono donne) e governano 276 società quotate in Borsa, in realtà meno di un quinto di essi concentra 1.552 cariche, vale a dire oltre un terzo di tutte quelle disponibili. Si tratta di una superconcentrazione di ricchezza e di potere, che si situa nell’ambito di famiglie di “specialisti” come i Berlusconi, i De Benedetti, i Ligresti, i Ferrero, i Romiti, i Geronzi, i Caltagirone, ecc., sempre di più interconnesse, direttamente o indirettamente, con il potere politico

[20] l’Unità, 24 dicembre 2007

[21] V.Mediobanca, Dati cumulativi di 2015 società italiane, www.mbres.it. I dati, cui si fa riferimento nel testo, riguardano le imprese italiane con più di 500 dipendenti

[22] CorrierEconomia, 4 settembre 2006

[23] Ivi

[24] Rapporto Ires Cgil, Salari in difficoltà, www.rassegna.it, 19 novembre 2007

[25] Ivi

[26] Fonte Ires Cgil e Ocse, v. la Repubblica del 20 novembre 2007

[27] Le analisi e le tabelle dell’Ocse sono state riportate dai principali quotidiani. Qui si fa riferimento all’ampio servizio della Stampa di Torino del 3 aprile 2006

[28] V. La Stampa, 3 aprile 2006

[29] Nicola Cacace, l’Unità, 24 dicembre 2007, cit.

[30] Vedi Luca Murrau, Polarizzazione del reddito e disuguaglianze in Italia, Menabò di Etica ed Economia, ottobre 2007

[31] www.istat.it

[32] Ivi

[33] www.bancaditalia.it

[34] l’Unità, 16 settembre 2007

[35] la Repubblica, 25 maggio 2001