Dopo aver definito i pubblici dipendenti fannulloni, i poliziotti panzoni, i chirurghi macellai, e dopo aver mandato la sinistra a morì ammazzata, il Dott. Prof. Brunetta ha avuto un'altra delle sue folgoranti illuminazioni. Ha scoperto - pensate un po'! – che il Belli è un gran poeta.
Non sarà facile rieducare alle regole della civiltà un tale uomo di cultura. Ma non angosciatevi per un così disperante caso umano: proprio un'approfondita lettura del poeta che con i suoi versi ha elevato un monumento al popolo romano potrebbe contribuire alla crescita del Prof. Brunetta.
Lo voglio aiutare, e per cominciare lo invito a leggere il sonetto n 14 di Giuseppe Gioacchino Belli:
“Ar dottor Cafone”
Sor cazzaccio cor botto, ariverito,
ve pòzzino ammazzà li vormijoni,
perché annate scassanno li cojoni
a ch ve spassa er zonno e l'appitito?
Quanno avevio in quer cencio de vestito
dieci asole a ruzzà co tre bottoni,
ve strofinavio a tutti li portoni:
e mo, buttate giù l'arco de Tito!
Ma er popolo romano nun ze bolla,
e quanno semo a dì, sor panzanella,
se ne frega de voi co la cipolla.
E a Roma, sor grugnaccio de guainella,
ve n'appiccicheranno senza colla
sette sacchi, du' scorzi e 'na sciucella.
firmato Pasquino - il sonetto è tratto da: Giuseppe Gioachino Belli, I sonetti. Edizione integrale con introduzione di Carlo Muscetta, Feltrinelli 1965.