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Categoria: Ciofi, scritti e interventi

La proprietà privata celebra il suo trionfo, raggiungendo il massimo della potenza, con la privatizzazione del corpo umano nel momento in cui le persone vengono espropriate di sé medesime: del corpo (e dell’anima), ossia della vita, che viene comprata e venduta.

Da "Il lavoro senza rappresentanza". Non mi riferisco al turpe commercio degli organi, per il quale muore un numero crescente di esseri umani, bensì alla possibilità di brevettare la mappa del genoma applicando il principio della "proprietà intellettuale".

Chi saranno i padroni dei geni? La proprietà sarà privata, ai fini di realizzare un profitto? O si riproporrà il tema del controllo sociale e della proprietà pubblica nell'interesse della collettività?

Uno dei maggiori studiosi americani di bioetica, Arthur Kaplan, ha espresso il timore che "le informazioni genetiche vengano impiegate contro i singoli individui, dai datori di lavoro per non assumerli, dagli assicuratori per non assicurarli e così via; e ha chiesto una legge sulla privacy genetica". La scienziata indiana Vandana Shiva cita il caso di John Moore, malato di cancro in California, e del medico che lo aveva in cura, il quale brevettò una sequenza del Dna del suo paziente rivendendola poi alla  multinazionale Sandoz: si calcola che il valore economico di questa sequenza superi i tre miliardi di dollari.

Osserva in proposito Jeremy Rifkin che "se non si blocca la possibilità di brevettare la vita umana, per l'uomo si prospetta una nuova schiavitù". Infatti, "se ciascun gene venisse brevettato, in meno di dieci anni tutti e 100 mila i geni della razza umana avranno un proprietario". Perciò l'economista americano ha annunciato di voler intraprendere un'azione legale contro l'Ufficio brevetti degli Stati Uniti che aveva autorizzato la brevettazione dei geni.

Nell'età della globalizzazione, in relazione alla centralità che hanno assunto le tecnologie dell'informazione e le biotecnologie, la proprietà privata trova nei "prodotti dell'ingegno" e nella "proprietà intellettuale", vale a dire nel sapere e nella scienza, un nuovo immenso territorio per le sue scorrerie ben al di là dei tradizionali mezzi di produzione. In questo caso il brevetto non è altro che la sanzione giuridico-legale della proprietà privata sul sapere e sulle conoscenze scientifiche. E ça va sans dire che chi detiene tale proprietà, o addirittura la monopolizza, esercita un controllo effettivo sul mondo e ne condiziona gli sviluppi reali. Non a caso i brevetti sulla "proprietà intellettuale" sono diventati il patrimonio più rilevante degli Usa, con un peso crescente nelle esportazioni: 10 per cento nel 1947, 37 per cento nel 1986, 50 per cento nel 1994.

Privatizzando sapere e conoscenze, con il sistema dei brevetti e con l'accordo sottoscritto in sede Wto sui diritti di "proprietà intellettuale" legati al commercio (Trips, Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights), in realtà si ottiene il risultato esattamente opposto a quello propagandato dalle grandi multinazionali, ovvero si alzano barriere contro la circolazione di conoscenze e informazioni, rendendole impraticabili alla fruibilità pubblica: il comportamento delle multinazionali del farmaco nei Paesi poveri travolti dall'Aids è in proposito tragicamente esemplare.

In definitiva, i Paesi poveri non possono utilizzare beni e tecnologie brevettati dai Paesi ricchi se non al prezzo di salatissime royalty, ma in pari tempo sapere e risorse dei primi vengono trasformati in "proprietà intellettuale" dei secondi con effetti cumulativi devastanti. Scrive Vandana Shiva: "Invece di pagare al Sud del mondo il dovuto per l'uso delle conoscenze indigene, gli Stati Uniti affermano che il Sud del mondo deve 202 milioni di dollari in royalty relative al settore agro-chimico e due miliardi e mezzo di dollari per settore farmaceutico".

"I Paesi industrializzati detengono il 97 per cento di tutti i brevetti del mondo. Nel 1995, gli Stati Uniti da soli raccoglievano la metà delle royalty pagate nel mondo. Dieci Paesi concentrano nelle loro mani il 95 per cento dei brevetti statunitensi e mietono il 90 per cento dei proventi e delle tasse di licenza internazionali, mentre il 70 per cento delle royalty e delle licenze di cambio globali riguardano imprese multinazionali tra loro affiliate o in qualche modo legate. Le cinquanta imprese più importanti possiedono un quarto di tutti i brevetti in vigore negli Stati Uniti". Secondo la studiosa indiana, questa è la nuova forma che il colonialismo ha assunto nell'era della globalizzazione.(159-160).

I processi reali che attraversano oggi l'America testimoniano che "le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè la classe che è la potenza materiale dominante nella società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché ad essa in complesso sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione materiale". In proposito, il liberal Galbraith osserva che, essendo una delle più solide realizzazioni della teoria economica, "benché certamente non una delle più ammirevoli", "la capacità di adeguare la visione del processo economico (...) a specifici interessi economici e politici", oggi la teoria deve soprattutto dimostrare che la ricchezza svolge "una importante e utile funzione sociale", ovvero che i ricchi rivestono "una funzione di pubblica utilità, forse addirittura vitale, perché assicurano l'esistenza stessa delle classi benestanti". Di conseguenza altre due esigenze vanno riconosciute, cui deve corrispondere la teoria economica: "l'opposizione all'intervento statale" e "la deresponsabilizzazione sociale nei confronti dei poveri". "Costoro, membri della sottoclasse funzionale, ormai socialmente immobilizzata, devono venire considerati, attraverso teorizzazioni molto credibili, gli artefici del loro stesso destino".

All'estremo opposto, risulta smaccatamente apologetica, perché in aperto contrasto con i dati di fatto, la teoria che dichiara ormai irrilevante la proprietà sui mezzi di produzione, e perciò insussistente la contraddizione tra "chi ha" e "chi non ha", sostituita da quella tra "chi sa" e "chi non sa". In realtà, gli enormi investimenti necessari nei settori di punta inducono a spostare l'attenzione sul modo in cui l'innovazione scientifica e tecnologica può produrre profitti, ricercando nuove vie d'accesso alla disponibilità dei capitali. Come ha sperimentato Craig Venter, fondatore della Celera Genomics, che ha decifrato la mappa del genoma grazie all'installazione di 800 computer superveloci della Compaq, più potenti di quelli del Pentagono.

Sta di fatto che le idee e le dottrine dominanti, ricomposte entro canoni generali fino a costituire un "pensiero unico", si diffondono e si trasformano in senso comune per il tramite dei media, tv e carta stampata, che costituiscono un pilastro fondamentale della democrazia dei ricchi. "Di conseguenza – incalza Galbraith – idee quali la percezione dello Stato come un inutile e dispendioso fardello, la presunta capacità autolesionista dei poveri, l'utile funzione sociale di copiose remunerazioni a favore dei più ricchi (...) acquistano autorevolezza e il consenso del pubblico. Tali convinzioni si trasformano inevitabilmente in verità". La politica, a sua volta, tende a trasformarsi in un mondo virtuale, nel quale vivono e dominano tali verità.(204, 205, 206).

la numerazione fra parentesi si riferisce alle corrispondenti pagine della prima edizione del libro