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Categoria: Ciofi, scritti e interventi

Settima puntata - 16 giugno 2005

Nel mondo dei semiconduttori l'azienda siciliana è tra le più importanti. O fa un salto avanti nella ricerca e nell'innovazione o rischia un drastico ridimensionamento. Il ruolo dello stato italiano, coproprietario insieme a quello francese, per fermare la crisi.
L’annuncio del taglio di 3.000 lavoratori “fuori dall’Asia”, dato dal nuovo Ceo della St-microlectronics Carlo Bozotti il 16 maggio, ha prodotto un risultato atteso e un fatto nuovo. Da una parte, la riammissione alla negoziazione in Borsa del titolo ST sospeso in attesa di comunicazioni. Dall’altra, lo sciopero europeo del 27 maggio in tutti i siti del colosso mondiale dei semiconduttori. A Catania la partecipazione è stata dell’80-90% compresi gli impiegati, e anche questo è un fatto nuovo.
Ormai - dopo un silenzio impenetrabile che durava da mesi - l’azienda ha reso esplicite le sue scelte, e la minaccia della disoccupazione incombe: 1200 gli “esuberi” annunciati in Italia, di cui 210 nel sito catanese. Sebbene già nel 2004, in seguito alla chiusura degli stabilimenti di Rennes, Ottawa, Bristol e Rancho Bernardo, le Rsu avessero segnalato l’avvicinarsi di un passaggio ineludibile. O si fa un passo avanti sulla via dell’innovazione (come era previsto con la lavorazione di fette di silicio da 30 cm nel nuovo modulo M6), o il sito di Catania è destinato al ridimensionamento e alla retrocessione, con conseguenze distruttive per migliaia di giovani e ragazze, per la qualità del lavoro, per l’avvenire stesso dell’area catanese e della Sicilia.
Gli occupati, senza contare l’indotto che dà lavoro a 3.000 persone, sono attualmente 4.768. Di questi, il 42% ha meno di 30 anni, il 73% meno di 35. Il 93% è laureato o diplomato: in una regione che negli ultimi anni ha visto riprendere la fuga dei “cervelli” questi sono dati di rilievo. Una conformazione dell’occupazione e della forza lavoro, peraltro, che si rispecchia nella composizione delle Rappresentanze sindacali di base, in particolare della Fiom, dove incontri l’operaio e il tecnico, l’ingegnere e il fisico, e una presenza femminile particolarmente combattiva. E’ una realtà nuova che si fa sentire, anche all’interno del sindacato, per il modo incisivo di porre i problemi dei diritti e della qualità dello sviluppo.
Visto da qui, il percorso della ST a Catania ha facce diverse. Da un lato dimostra che in Sicilia può nascere e svilupparsi un’industria ad alto contenuto tecnologico, un punto di eccellenza italiano nel mercato mondiale. La purezza del silicio qui è al top. Nel modulo M5, dove si lavorano fette da 20 cm ormai a bassa redditività, gli operatori sembrano astronauti, coperti come sono da camici integrali per non inquinare l’ambiente. La dottoressa Sipala mi fa notare che un granello di polvere su una fetta di silicio può provocare una catastrofe. Perciò l’ambiente è mille volte più pulito di una camera operatoria dove si fanno trapianti a cuore aperto. Insomma, capacità tecniche e manageriali non sono in discussione.
Tra i primi produttori globali di semiconduttori dopo Intel, Texas Instrument, Samsung, Toshiba e Philips, ST non è nota al grande pubblico, ma fornisce i componenti essenziali a Nokia innanzitutto, e poi a Sony, Ibm, Bosch, e così via. In altre parole, ST vuol dire telefonia, dvd, computer e molto altro ancora. In breve, questa è la moderna industria di base per nuove industrie, soprattutto per le innumerevoli applicazioni dell’elettronica e dell’informatica. In queste stanze batte il cuore manifatturiero dell’industria del XXI secolo.
Il dottor Carmelo Papa, fisico catanese e vicepresidente della corporation alla guida del gruppo MLD (Microcontrollori, Lineari & Discreti), sottolinea che l’eccellenza raggiunta qui è dovuta a tre fattori: l’intuizione dell’ingegner Pistorio, oggi alla vicepresidenza della Confindustria, di puntare sul manifatturiero di alta qualità e sull’innovazione; l’abbondanza di “cervelli (“Catania - annota - regge benissimo il confronto con altre sedi universitarie in Italia e all’estero”); la forte incidenza, a vario titolo, di incentivi pubblici. Il management ha capito le “grandi opportunità offerte dal Sud a settori high tech”, sebbene persista l’insufficienza della dotazione energetica, delle risorse idriche e dei trasporti (del ponte sullo stretto la ST non sa che farsene, il problema è l’aeroporto).
Dunque, in Sicilia si può, il nuovo può nascere. E potrebbe anche crescere. Ma non cresce, e anzi oggi rischia di essere strozzato: ecco l’altra faccia della medaglia. La ST ha ricevuto nel passato una quantità rilevante di contributi dallo Stato difficilmente quantificabile tra incentivi, esenzioni dagli oneri sociali, finanziamenti diretti e indiretti per la ricerca, e così via. In omaggio al “libero mercato” l’intervento pubblico massicciamente permane, ma non è trasparente. E qui non ha indotto un nuovo sviluppo del territorio, articolato e plurale: la ST ha succhiato risorse per se stessa, la mitica Etna Valley non è decollata.
La contraddizione è palese, e riguarda in primo luogo le strategie di una multinazionale che nel 2004 ha fatturato 8,76 miliardi di dollari con un utile netto di 601 milioni di dollari, a fronte di una perdita di 31 milioni nel primo quarto del 2005. Ma non è solo questo.
I dirigenti si affrettano a dichiarare che la competizione si fa verso l’alto, non con i Paesi a basso costo del lavoro. E che ricerca e innovazione devono essere continue, altrimenti “ci impoveriamo e dobbiamo rinunciare alle nostre conquiste sociali”, perché ciò che ora è “alto” poi diventa “basso”. I fatti però parlano un altro linguaggio: il taglio drastico della Ricerca & Sviluppo a Catania, la chiusura del centro design di Palermo, il trasferimento a Wuxi in Cina delle lavorazioni previste nel modulo M6 dopo un accordo con la Hynix coreana non sono effetti del caso, bensì la conseguenza di una scelta strategica di fondo, vale a dire dello spostamento del baricentro aziendale ad Oriente, dove già si concentra il 47% delle vendite.
Corporation is corporation, ma non si può mettere lo sviluppo del Mezzogiorno nelle mani delle multinazionali, perché le multinazionali pensano allo sviluppo di se medesime e dei propri profitti. E non si può pensare che la soluzione stia nell’abbandono del territorio e nella fuoriuscita dallo Stato nazionale dopo aver drenato risorse dal territorio e dallo Stato nazionale. Tanto più quando lo Stato, come nel caso di ST, detiene una quota rilevante del capitale azionario. Né la prospettiva può essere quella di una gigantesca guerra tra poveri, che si scatenerebbe su scala globale se si seguisse la via di una competizione tra lavoratori e territori messi all’asta al massimo ribasso.
La Sicilia, come l’Italia, deve definire il suo ruolo in Europa e nel mondo. “Se non ci pensiamo noi - osserva Jole D’Agostino, ingegnere, Rsu Fiom – qui i problemi nessuno li risolve. E senza la lotta non si ottiene nulla”. Il 31 marzo c’era stato uno “sciopero preventivo” di alto contenuto sociale, promosso dalle Rsu di St e da Fiom, Fim, Uilm e Uglm, per segnalare l’esigenza di una svolta, per la salvaguardia della ricerca a Catania, per una politica di sviluppo del Sud. Ma la sordità di partiti e istituzioni è stata totale. A ragione, il segretario della Fiom provinciale Orazio Freni si è dichiarato “profondamente insoddisfatto” per il loro comportamento. Effettivamente, qui si avverte una boria autoreferenziale che può produrre danni irreversibili.
“Vino e turismo sono gli assi portanti del modello Miccichè - osserva Giovanna Marano, segretaria regionale della Fiom -, per il centro-destra la ST sta fuori dello schema”. Forse anche per il ministro dello Sviluppo l’elettronica è un “neo da estirpare”, come per Valletta. Resta il fatto che casinò e turismo da incrementare sulla privatizzazione del demanio non producono né ricchezza né sviluppo, e alla fine saremo tutti più poveri, eccezion fatta per pochi roditori che danno l’assalto ai beni pubblici.
Le sinistre, d’altra parte, hanno qualche motivo su cui riflettere se nelle recenti elezioni Ds, Prc e Pdci messi insieme non superano l’8,5%. Servono una strategia, una politica, ossia una finalità pubblica al servizio della collettività: dunque, un ripensamento profondo del mercato e dello Stato, che non può ridursi al ruolo di mero erogatore di finanziamenti senza contropartite. E per questo serve un punto di vista del lavoro, distinto e autonomo, una visione in cui si fondano contrattazione, programmazione e ruolo dell’impresa. Nelle parole del fisico Boris Di Felice e dell’ingegnere Giuseppe Sessa, entrambi rappresentanti Fiom, è ben presente la complessità della situazione, in una fase riflessiva del mercato dei componenti elettronici.
Giustamente i sindacati chiedono un tavolo nazionale con il governo. Al fondo, c’è una scelta netta da compiere, ovvero se l’Italia, dopo aver abbandonato l’informatica, debba uscire anche dalla produzione dei semiconduttori, rinunciando così a una delle poche possibilità che restano di rimanere agganciata al circuito dell’innovazione e dell’indipendenza economica. La posta in gioco è molto alta, e i lavoratori si trovano immediatamente proiettati su un terreno di lotta che è insieme locale, nazionale e transnazionale. Le Rsu Fiom mostrano di esserne consapevoli quando affermano che “la solidarietà con i lavoratori del polo milanese e con quelli francesi dovrà essere ancora più salda”. Una sfida inedita e difficile, che sta dentro l’esigenza più vasta e globale dell’unità del lavoro.

 

Produttore globale scheda

St-microelectronics è un produttore globale di semiconduttori tra i più rilevanti al mondo, nato nel 1987 dalla fusione tra l'italiana Sgs Microelettronica e la francese Thomson Semiconducteurs.
St-microelectronics è un produttore globale di semiconduttori tra i più rilevanti del mondo, nato nel giugno del 1987 in seguito alla fusione tra l'italiana Sgs Microelettronica e la francese Thomson Semiconducteurs. Attualmente il capitale azionario è detenuto per circa il 35% dallo Stato francese e da quello italiano attraverso la Cassa depositi e prestiti, mentre il resto è rappresentato da azioni emesse e circolanti nei vari mercati borsistici.
Il gruppo offre oltre 3.000 tipi principali di prodotti a più di 1.500 utilizzatori, fra i quali Alcatel, Bosch, Daimler Chrysler, Ford, Hewlett-Packard, Ibm, Marelli, Motorola, Nokia, Nortel Networks, Philips, Seagate Technology, Siemens, Sony, Thomson, Western Digital.
La sede principale della società è a Ginevra, quella per gli Usa a Carrollton (Texas) e per l'Asia-Pacifico a Singapore, mentre le attività giapponesi sono basate a Tokio. Le vendite 2004 erano così ripartite: 42% Asia-Pacifico, 27% Europa, 14% Nord America, 12% Mercati emergenti (Europa dell'Est, India, Africa, America Latina, Medio Oriente), 5% Giappone.
I dipendenti sono circa 50.000, distribuiti in 16 centri di ricerca e sviluppo, 39 centri di progettazione, 16 siti produttivi principali e 88 uffici vendita in 31 Paesi.
In Italia, i dipendenti sono circa 10.500, di cui 4.768 a Catania e il resto principalmente nel polo milanese (Agrate e Castelletto).
Nel sito catanese gli occupati sono così suddivisi: 49% nella manifattura, 26% nella ricerca e nel disegno, 25% nel marketing, vendite e amministrazione. Sono presenti nel sito attività di ricerca, sviluppo, produzione e marketing relative a diversi settori della società, tra i quali il gruppo MLD (Microcontrollori, Lineari e Discreti), che copre circa il 20% del fatturato globale della ST, per la maggior parte proveniente da Catania.
Inoltre a Catania sono presenti attività dei gruppi Memorie, Telecomunicazioni, Periferiche per computer, Automobile, Elettronica di consumo e l'Ast (Advanced System Technology). La R&S centrale, già presente a Catania, è in via di smantellamento.

(scheda a cura dell'Associazione "articolouno")