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Categoria: Ciofi, scritti e interventi

Quinta puntata - 8 giugno 2005

Una volta si chiamava tessile-abbigliamento, adesso si chiama “Napoli filiera moda”. L’esposizione molto accattivante sta alla Mostra d’Oltremare, il centro propulsore che l’alimenta a San Giuseppe Vesuviano. Lanterne rosse in via Astalonga, e occhi a mandorla che ti osservano dalle botteghe cariche d’ogni sorta di mercanzia: siamo sotto il Vesuvio, e questa è una singolare China town alla napoletana.
Quanti sono i cinesi a San Giuseppe? Chi dice 3.000, chi 5.000. Difficile accertarlo. “Qui le cifre sono più ballerine che altrove”, osserva Enzo Barbato, ex operaio dell’Alfa Romeo di Pomigliano d’Arco dove è stato segretario della Camera del Lavoro, che da queste parti è di casa perché alcuni suoi vecchi compagni si sono trasformati in piccoli imprenditori. Sta di fatto che l’ultimo censimento segnalava più residenti provenienti dalla Cina a San Giuseppe – un Comune di 27.000 abitanti – che nell’intera città di Napoli, e oggi i cinesi costituiscono qui uno dei perni su cui ruota l’intero sistema moda.
Da lavoranti si sono trasformati in commercianti e terzisti, ossia in concorrenti, mi fa notare Enzo Speranza, presidente del Consorzio AssoCampania. Da una parte, riforniscono gli ambulanti che “fanno mercato” nella regione e nel Mezzogiorno con prodotti di qualità medio-bassa a prezzi stracciati. Dall’altra, come scrive Maurizia Sacchetti dell’ “Orientale” di Napoli in un documentato saggio, proprio i laboratori gestiti dai cinesi consentono alle ditte italiane committenti di abbassare i costi: “un’attività produttiva della quale si servono, tramite intermediari, anche le grandi firme italiane”, “uno strano outsourcing locale che non ha bisogno di trasporto né di dogane”.
Il capoluogo del distretto della moda è una sorta di colata  di cemento che ha sepolto gli antichi noccioleti e si torce lungo le falde del Vesuvio in una sequenza impressionante di palazzoni e palazzine, in cui si mescolano e si confondono abitazioni laboratori magazzini negozi rivendite. L’abusivismo è la regola: non c’è un’area industriale né piano regolatore in uno dei territori più popolati d’Italia, in cui sono insediate 8.000 imprese con 10.000 addetti, di cui solo 2.000 considerati regolari secondo dati dell’Ires Cgil. Qui convivono in un intreccio inestricabile tre tipi d’impresa: quelle che hanno un marchio e vanno direttamente sul mercato, le terziste che lavorano per un capocommessa, e le “nere” con diverse gradazioni fino al nero totale (vale a dire quelle che sono ufficialmente inesistenti perché non hanno partita Iva, con la conseguenza che non esistono neanche i lavoratori).
Il paragone con il mitico Nord Est, che qualcuno pure ha azzardato, mi sembra improprio: sebbene illustri firme del Nord Est abbiano abbondantemente pescato in questo mare. E poi è difficile che in quella parte d’Italia un Comune venga commissariato per infiltrazioni camorristiche, o che un distretto comprenda Ottaviano, la roccaforte di don Raffaele Cutolo. Del resto, dopo un periodo di relativa calma, qui la criminalità è tornata a farsi sentire.
Fare impresa in queste condizioni è indubbiamente difficile. Ma qui c’è una diffusa capacità imprenditoriale da sostenere, mi dice Luigi Giamundo, presidente della sezione tessile e abbigliamento dell’Unione industriali di Napoli, che incontro nella sua azienda. E noi, aggiunge, “vogliamo fare un salto di qualità puntando su innovazione, formazione e internazionalizzazione. Ciò comporta l’intervento della politica, l’approvazione di un piano regolatore, la fissazione di regole da rispettare per tutti”.
Una contestazione del neoliberismo per far crescere il “libero mercato”? Lui chiarisce che qui si è riusciti ad approdare all’agognata sponda del mercato quando hanno contestato qualcuno (“diciamo Benetton”) che voleva imporre ai terzisti napoletani un prezzo irrisorio per un stock di camicie: o è così, o vado in Turchia.
Giamundo è tra quelli che hanno conquistato lo sbocco sul mercato, e qui alla “baco moda” tutto è tirato a lucido nel segno della modernità. Solo 18 dipendenti, che provvedono all’ideazione, preparano le collezioni e i modelli impiegando il Cad e le più sofisticate tecnologie. Predisposta la collezione, si raccolgono gli ordini presso la rete di vendita, quindi si affida la confezione ai terzisti, infine - rientrato il prodotto finito – si procede alla distribuzione. Dunque, la manifattura è tutta all’esterno, nel distretto o all’estero, comunque fuori dalle mura dell’azienda.
Certo, bisogna colpire quelle forme di lavoro nero “che si concretano in pratiche ignobili”, come lo sfruttamento dei bambini e l’impiego di dipendenti “in condizioni di pericolo o di sottomissione”. Però il bello della microimpresa, su cui si regge l’intero distretto, sta nella possibilità di gestire la propria attività “con il nucleo familiare e con poche risorse”, e di “appoggiarsi a catena ancora ad altri opifici esterni”. Questo consente una “flessibilità a fisarmonica”, “una flessibilità in entrata e in uscita”, insomma la flessibilità totale: “un modello vincente che ormai viene copiato anche dalle grandi fabbriche”.
Che il capocommessa sia veneto o campano, non fa però alcuna differenza. Alla fine, il meccanismo del prezzo “scafazzato”, cioè ridotto all’osso, si scarica sull’ultimo anello: la persona che lavora, in genere una ragazza china sulla macchina  per cucire, molto spesso straniera, che quando va bene riceve un salario appena sufficiente per vivere. 800 euro, se è un’ operaia provetta e se lavora tutte le settimane del mese.
Ma questi sono tempi di crisi nera. Angelo Ercolano, ex operaio dell’Alfa che ora fa il trapuntista, ha 50 anni e dice di non avere memoria di una crisi così. La riduzione del potere d’acquisto è drastica, e d’altra parte la fisarmonica della flessibilità si contrae. Secondo la Cgia, nel periodo 2000-2004, i posti di lavoro nel tessile hanno avuto in Campania un crollo del 50%, mentre le esportazioni sono diminuite del 30%. Ma bisogna considerare che, a fronte di oltre un milione e mezzo di addetti regolari nella regione, si valuta che vi sia - secondo stime Ires - mezzo milione di irregolari, dei quali circa la metà totalmente al nero. Si deve quindi ritenere che le cifre ufficiali sui posti di lavoro perduti siano notevolmente sottovalutate.
La Campania è la regione italiana più giovane, ma anche quella con tassi di disoccupazione giovanile da far spavento: 65% nel 2003 nella fascia di età 15-24 anni, 53% nella fascia 25-29 anni, che restano comunque stratosferici anche considerando l’occupazione irregolare. Il professor Ugo Marani, presidente dell’Ires Cgil Campania, è convinto che non si possa impostare correttamente una politica per l’occupazione e il lavoro muovendo dal mercato del lavoro: “il punto di partenza dovrebbe essere strutturale”.
E qui emerge un dato preoccupante. La grande impresa scompare, ma la piccola non cresce, anzi manifesta una tendenza al nanismo. In Campania è morta la siderurgia, è in coma l’auto, la motoristica, la costruzione di treni. Un intero apparato industriale sta scomparendo, mentre cresce un terziario particolarmente dequalificato. Qual è l’alternativa? Bisognerebbe definire una strategia, ma una visione strategica non c’è. Questa è un’opinione che ho trovato molto diffusa.
Anche il sindacato soffre in questa condizione. Ines Picardi, segretaria della Filtea, mi aveva messo sull’avviso: parlare con le operaie e gli operai a San Giuseppe Vesuviano è pressoché impossibile. I sindacati confederali non esistono, vi sono qua e là piccole strutture di servizio, i consulenti del lavoro e naturalmente gli avvocati. “E’ un mondo molto chiuso, per noi impenetrabile, in cui l’elemento prevalente è l’arte di arrangiarsi”. Ma anche in aziende famose come Marinella e Kjton, in cui il padrone fa di tutto per gestire direttamente i rapporti con i dipendenti, la Cgil non è presente. Insomma, c’è un problema di rappresentanza, in una situazione oggettivamente difficile.
Nella stanza della Nidil, dove sono indaffarati a seguire l’infinita casistica del lavoro atipico, avverti subito che questo è il nodo cruciale. Fabrizio Matarazzo è molto netto: “Non c’è solo la difficoltà di tenere i rapporti dentro una realtà tanto composita, è che i ragazzi sono devastati dal primo impatto con l’impresa. Si avvicinano al lavoro con speranza, e questa diventa subito delusione, amarezza, disincanto. Si sentono esclusi”. Ma cosa significa questo, se non che il lavoro, per l’effetto congiunto della precarietà e dei bassi salari, non dà più accesso alla cittadinanza, cioè all’esercizio dei diritti fondamentali? Se è cosi, si tratta di una questione enorme, che attiene al destino di ognuno e insieme alla democrazia.
Proprio perciò bisognerebbe concentrare l’attenzione sui giovani e su questi lavoratori nuovi, cancellati nei diritti e come persone. Anche perché, nell’internazionalizzazione della produzione e dei saperi, di cui il sistema moda è un esempio, il lavoro viene frantumato localmente, ma diventa sempre più centrale globalmente. Giovani contro anziani? Outsider contro insider? Italiani contro cinesi? Padani contro napoletani? O costruzione di una “filiera del lavoro”? Proviamo a cambiare paradigma.
Una volta si chiamava tessile-abbigliamento, adesso si chiama “Napoli filiera moda”. L’esposizione molto accattivante sta alla Mostra d’Oltremare, il centro propulsore che l’alimenta a San Giuseppe Vesuviano. Lanterne rosse in via Astalonga, e occhi a mandorla che ti osservano dalle botteghe cariche d’ogni sorta di mercanzia: siamo sotto il Vesuvio, e questa è una singolare China town alla napoletana.
Quanti sono i cinesi a San Giuseppe? Chi dice 3.000, chi 5.000. Difficile accertarlo. “Qui le cifre sono più ballerine che altrove”, osserva Enzo Barbato, ex operaio dell’Alfa Romeo di Pomigliano d’Arco dove è stato segretario della Camera del Lavoro, che da queste parti è di casa perché alcuni suoi vecchi compagni si sono trasformati in piccoli imprenditori. Sta di fatto che l’ultimo censimento segnalava più residenti provenienti dalla Cina a San Giuseppe – un Comune di 27.000 abitanti – che nell’intera città di Napoli, e oggi i cinesi costituiscono qui uno dei perni su cui ruota l’intero sistema moda.
Da lavoranti si sono trasformati in commercianti e terzisti, ossia in concorrenti, mi fa notare Enzo Speranza, presidente del Consorzio AssoCampania. Da una parte, riforniscono gli ambulanti che “fanno mercato” nella regione e nel Mezzogiorno con prodotti di qualità medio-bassa a prezzi stracciati. Dall’altra, come scrive Maurizia Sacchetti dell’ “Orientale” di Napoli in un documentato saggio, proprio i laboratori gestiti dai cinesi consentono alle ditte italiane committenti di abbassare i costi: “un’attività produttiva della quale si servono, tramite intermediari, anche le grandi firme italiane”, “uno strano outsourcing locale che non ha bisogno di trasporto né di dogane”.
Il capoluogo del distretto della moda è una sorta di colata di cemento che ha sepolto gli antichi noccioleti e si torce lungo le falde del Vesuvio in una sequenza impressionante di palazzoni e palazzine, in cui si mescolano e si confondono abitazioni laboratori magazzini negozi rivendite. L’abusivismo è la regola: non c’è un’area industriale né piano regolatore in uno dei territori più popolati d’Italia, in cui sono insediate 8.000 imprese con 10.000 addetti, di cui solo 2.000 considerati regolari secondo dati dell’Ires Cgil. Qui convivono in un intreccio inestricabile tre tipi d’impresa: quelle che hanno un marchio e vanno direttamente sul mercato, le terziste che lavorano per un capocommessa, e le “nere” con diverse gradazioni fino al nero totale (vale a dire quelle che sono ufficialmente inesistenti perché non hanno partita Iva, con la conseguenza che non esistono neanche i lavoratori).
Il paragone con il mitico Nord Est, che qualcuno pure ha azzardato, mi sembra improprio: sebbene illustri firme del Nord Est abbiano abbondantemente pescato in questo mare. E poi è difficile che in quella parte d’Italia un Comune venga commissariato per infiltrazioni camorristiche, o che un distretto comprenda Ottaviano, la roccaforte di don Raffaele Cutolo. Del resto, dopo un periodo di relativa calma, qui la criminalità è tornata a farsi sentire.
Fare impresa in queste condizioni è indubbiamente difficile. Ma qui c’è una diffusa capacità imprenditoriale da sostenere, mi dice Luigi Giamundo, presidente della sezione tessile e abbigliamento dell’Unione industriali di Napoli, che incontro nella sua azienda. E noi, aggiunge, “vogliamo fare un salto di qualità puntando su innovazione, formazione e internazionalizzazione. Ciò comporta l’intervento della politica, l’approvazione di un piano regolatore, la fissazione di regole da rispettare per tutti”.
Una contestazione del neoliberismo per far crescere il “libero mercato”? Lui chiarisce che qui si è riusciti ad approdare all’agognata sponda del mercato quando hanno contestato qualcuno (“diciamo Benetton”) che voleva imporre ai terzisti napoletani un prezzo irrisorio per un stock di camicie: o è così, o vado in Turchia.
Giamundo è tra quelli che hanno conquistato lo sbocco sul mercato, e qui alla “baco moda” tutto è tirato a lucido nel segno della modernità. Solo 18 dipendenti, che provvedono all’ideazione, preparano le collezioni e i modelli impiegando il Cad e le più sofisticate tecnologie. Predisposta la collezione, si raccolgono gli ordini presso la rete di vendita, quindi si affida la confezione ai terzisti, infine - rientrato il prodotto finito – si procede alla distribuzione. Dunque, la manifattura è tutta all’esterno, nel distretto o all’estero, comunque fuori dalle mura dell’azienda.
Certo, bisogna colpire quelle forme di lavoro nero “che si concretano in pratiche ignobili”, come lo sfruttamento dei bambini e l’impiego di dipendenti “in condizioni di pericolo o di sottomissione”. Però il bello della microimpresa, su cui si regge l’intero distretto, sta nella possibilità di gestire la propria attività “con il nucleo familiare e con poche risorse”, e di “appoggiarsi a catena ancora ad altri opifici esterni”. Questo consente una “flessibilità a fisarmonica”, “una flessibilità in entrata e in uscita”, insomma la flessibilità totale: “un modello vincente che ormai viene copiato anche dalle grandi fabbriche”.
Che il capocommessa sia veneto o campano, non fa però alcuna differenza. Alla fine, il meccanismo del prezzo “scafazzato”, cioè ridotto all’osso, si scarica sull’ultimo anello: la persona che lavora, in genere una ragazza china sulla macchina per cucire, molto spesso straniera, che quando va bene riceve un salario appena sufficiente per vivere. 800 euro, se è un’ operaia provetta e se lavora tutte le settimane del mese.
Ma questi sono tempi di crisi nera. Angelo Ercolano, ex operaio dell’Alfa che ora fa il trapuntista, ha 50 anni e dice di non avere memoria di una crisi così. La riduzione del potere d’acquisto è drastica, e d’altra parte la fisarmonica della flessibilità si contrae. Secondo la Cgia, nel periodo 2000-2004, i posti di lavoro nel tessile hanno avuto in Campania un crollo del 50%, mentre le esportazioni sono diminuite del 30%. Ma bisogna considerare che, a fronte di oltre un milione e mezzo di addetti regolari nella regione, si valuta che vi sia - secondo stime Ires - mezzo milione di irregolari, dei quali circa la metà totalmente al nero. Si deve quindi ritenere che le cifre ufficiali sui posti di lavoro perduti siano notevolmente sottovalutate.
La Campania è la regione italiana più giovane, ma anche quella con tassi di disoccupazione giovanile da far spavento: 65% nel 2003 nella fascia di età 15-24 anni, 53% nella fascia 25-29 anni, che restano comunque stratosferici anche considerando l’occupazione irregolare. Il professor Ugo Marani, presidente dell’Ires Cgil Campania, è convinto che non si possa impostare correttamente una politica per l’occupazione e il lavoro muovendo dal mercato del lavoro: “il punto di partenza dovrebbe essere strutturale”.
E qui emerge un dato preoccupante. La grande impresa scompare, ma la piccola non cresce, anzi manifesta una tendenza al nanismo. In Campania è morta la siderurgia, è in coma l’auto, la motoristica, la costruzione di treni. Un intero apparato industriale sta scomparendo, mentre cresce un terziario particolarmente dequalificato. Qual è l’alternativa? Bisognerebbe definire una strategia, ma una visione strategica non c’è. Questa è un’opinione che ho trovato molto diffusa.
Anche il sindacato soffre in questa condizione. Ines Picardi, segretaria della Filtea, mi aveva messo sull’avviso: parlare con le operaie e gli operai a San Giuseppe Vesuviano è pressoché impossibile. I sindacati confederali non esistono, vi sono qua e là piccole strutture di servizio, i consulenti del lavoro e naturalmente gli avvocati. “E’ un mondo molto chiuso, per noi impenetrabile, in cui l’elemento prevalente è l’arte di arrangiarsi”. Ma anche in aziende famose come Marinella e Kjton, in cui il padrone fa di tutto per gestire direttamente i rapporti con i dipendenti, la Cgil non è presente. Insomma, c’è un problema di rappresentanza, in una situazione oggettivamente difficile.
Nella stanza della Nidil, dove sono indaffarati a seguire l’infinita casistica del lavoro atipico, avverti subito che questo è il nodo cruciale. Fabrizio Matarazzo è molto netto: “Non c’è solo la difficoltà di tenere i rapporti dentro una realtà tanto composita, è che i ragazzi sono devastati dal primo impatto con l’impresa. Si avvicinano al lavoro con speranza, e questa diventa subito delusione, amarezza, disincanto. Si sentono esclusi”. Ma cosa significa questo, se non che il lavoro, per l’effetto congiunto della precarietà e dei bassi salari, non dà più accesso alla cittadinanza, cioè all’esercizio dei diritti fondamentali? Se è cosi, si tratta di una questione enorme, che attiene al destino di ognuno e insieme alla democrazia.
Proprio perciò bisognerebbe concentrare l’attenzione sui giovani e su questi lavoratori nuovi, cancellati nei diritti e come persone. Anche perché, nell’internazionalizzazione della produzione e dei saperi, di cui il sistema moda è un esempio, il lavoro viene frantumato localmente, ma diventa sempre più centrale globalmente. Giovani contro anziani? Outsider contro insider? Italiani contro cinesi? Padani contro napoletani? O costruzione di una “filiera del lavoro”? Proviamo a cambiare paradigma.

 

Campania, filiera moda scheda

Una volta si chiamava tessile-abbigliamento, adesso si chiama «Napoli filiera moda». L'esposizione molto accattivante sta alla Mostra d'Oltremare, il centro propulsore che l'alimenta a San Giuseppe Vesuviano..

La "filiera moda" sta dentro un assetto economico caratterizzato dalla presenza dominante del terziario. Secondo elaborazioni Ires Cgil, nel 2003 in Campania le imprese operanti nel settore erano 280.714 su un totale di 368.214, con 1.077.820 addetti su un totale di 1.559.231. A Napoli l'attività'imprenditoriale prevalente è senza dubbio il commercio, visto che ben 44 imprese su 100 operano in questo ambito. E sebbene il numero delle imprese presenti nel napoletano sia piuttosto elevato, in rapporto alla popolazione si ottiene una densità imprenditoriale (6,6%) che colloca Napoli al quartultimo posto in Italia. Al contrario, per quanto riguarda la disoccupazione, la provincia napoletana fa registrare il terzo maggior valore del Paese, con il 24,7%. Quanto al reddito pro capite, esso appare particolarmente modesto in relazione a quello di molte Province del Sud e alla media nazionale (10.500 euro contro 15.000).
Nel comparto della moda, comprendente in senso lato il tessile-abbigliamento e il settore calzaturiero e della pelle, l'Ires Cgil ha realizzato nei primi mesi di quest'anno un'indagine a campione, tramite un questionario diffuso tra i lavoratori, di cui riportiamo alcuni dati. La maggior parte delle imprese nelle quali operano gli intervistati, il 44,4%, produce per altri marchi (terzisti) e solo il 24,7% per un marchio proprio, ma spesso nell'ambito del mercato locale o nazionale. La dimensione media è di 22 addetti per impresa, mentre dieci anni fa era pari a 42 addetti. Dalle risposte dei lavoratori si ricava inoltre che poco più della metà delle imprese (51,9%) ha investito per rinnovare impianti, attrezzature e software. Il 58% degli intervistati sostiene che nel settore si fa uso regolare di lavoro nero e/o sommerso per evadere le tasse e contenere i costi di produzione. Il 43,2% afferma che in una situazione del genere sarebbe disposto a denunciare il fatto per non coprire pratiche illegali e per aiutare i propri compagni. D'altra parte, il 34,6% non sarebbe invece disponibile alla denuncia per il timore di ricevere minacce o addirittura per non perdere il posto di lavoro. Il 48,1% degli intervistati sostiene che la criminalità organizzata è penetrata in maniera diretta nel settore.
(scheda a cura dell'Associazione "articolouno").