|
|
|
| |
| |
 |
Privatizzazione e precarietà
La vittoria del capitale è stata fulminea e totale. E ciò
ha dato luogo a un assetto denominato da Luttwak
“dittatura del capitalismo”, nel quale – come egli scrive
- si assume che “l’impresa privata sia del tutto liberata
da regolamentazioni governative,... |
|
| |
Da
“Il lavoro senza rappresentanza”.
...senza intromissioni di sindacati efficienti, senza pastoie
sentimentalistiche sui destini dei lavoratori e di intere comunità,
senza l’ostacolo di barriere doganali o restrizioni sugli
investimenti, e infastidita il meno possibile dalla tassazione”.
L’obiettivo “è la privatizzazione di ogni genere di servizi di
proprietà dello Stato e la trasformazione di pubbliche istituzioni,
dalle università e dagli orti botanici alle carceri, dalle scuole e
dalle biblioteche alle case di riposo per anziani, in aziende
private gestite nell’ottica del profitto”, vale a dire, l’estensione
della proprietà privata ben oltre i limiti conosciuti nel Novecento.
(100)
Per dare scacco al lavoro salariato bastano poche mosse, secondo
Luttwak. Prima mossa: “fissare il salario minimo ben al di sotto
della retribuzione media della manodopera non qualificata”. Seconda
mossa: “tagliare il costo complessivo del lavoro, riducendo gli
oneri contributivi”. Terza mossa: “abrogare la legislazione del
lavoro”. E’ evidente che per compiere tali mosse, che equivalgono
all’instaurazione delle “regole” del free market, sono necessarie
precise scelte politiche, ma questa è la società dei vincitori,
ovvero la dittatura del capitale. Prosegue Luttwak: “Mentre tutto
gira più velocemente che in passato, pochi sono in grado di fare la
corsa in testa per sfruttare le occasioni, molti rimangono indietro.
Fino all’avvento del turbocapitalismo le differenze di reddito erano
mantenute compresse e la maratona era corsa da un gruppo compatto.
Oggi il gruppo si presenta molto più diradato, con un distacco
sempre più accentuato tra il brillante manipolo di testa e il grosso
dei ritardatari ansimanti”.
La società americana appare pervasa dall’ansia come mai nel passato,
ad eccezione forse degli anni della Grande depressione, e le parole
di oggi, dominanti nella fase della dittatura del capitale, oltre a
insicurezza, sono instabilità e flessibilità, che è sinonimo di
libertà di licenziare, ovvero – come ha osservato Giorgio Ruffolo–
di una condizione del lavoro “alla mercé del capitale”. Edward
Luttwak può dirlo certamente con cognizione di causa: “La maggior
parte degli americani che lavorano deve contare interamente sul
proprio lavoro per la sicurezza economica, e deve quindi ora vivere
in condizioni di insicurezza economica cronica acuta”. “Poiché
intere industrie nascono e crollano più rapidamente di prima, poiché
le società si espandono, si restringono, si fondono, si separano, si
riducono e si ristrutturano con un ritmo senza precedenti, gli
impiegati di tutti i livelli, eccetto quelli più alti, devono andare
al lavoro la mattina senza sapere se avranno ancora il loro posto il
giorno dopo. Questo è vero praticamente per tutta la classe media
occupata, compresi i professionisti”.
E ancora: “Improvvisi licenziamenti di massa hanno sostituto forme
più blande di mobilità, che potrebbero avere più o meno lo stesso
costo, solo perché servono a far salire il prezzo delle azioni,
magari soltanto per una giornata di forte rialzo (…). Per la
medesima ragione, stabilimenti in grado di dar lavoro a intere
comunità vengono chiusi senza preavviso, probabilmente senza neppure
tentare di incrementarne l’efficienza”. “In questo modo la vita dei
singoli, delle famiglie, delle comunità e anche di intere regioni
risulta stravolta, talora distrutta. La cruda verità delle
statistiche mostra che i dipendenti licenziati non perdono soltanto
il lavoro: spesso perdono la vita, abbreviata dallo stress e
dall’umiliazione, talvolta ci rimettono il matrimonio, o la casa con
il mutuo ancora da estinguere”. “Un’occupazione instabile, seppure
molto ben retribuita, non risulta qualitativamente paragonabile
all’occupazione stabile, con le prospettive di avanzamento di
carriera: serve a sostenere i consumi immediati, non a costruire una
vita”. (105-106)
la numerazione
fra parentesi si riferisce alle corrispondenti pagine del libro |
|
|
|