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Il
lavoro al femminile
In Italia non esiste una ricerca complessiva sulla
condizione del lavoro femminile, a riprova di una
“disattenzione” evidente delle forze politiche e sociali. |
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Da
“Il lavoro senza rappresentanza”.
...Tuttavia, se si intendesse costruire un sistema di indici
adatto a misurare la svalorizzazione del lavoro nell’età della
globalizzazione (e bisognerebbe farlo), non c’è dubbio che la
condizione del lavoro femminile sarebbe tra di essi uno dei più
rilevanti e significativi. Infatti, nonostante le conquiste delle
donne nel secolo passato in concomitanza con il generale avanzamento
dei diritti del lavoro, alcuni segnali sono oggi del tutto negativi:
nettamente più elevata è la disoccupazione femminile (lo scarto tra
lavoro femminile e lavoro maschile è del 33,9 per cento in Italia
contro una media Ocse del 18,6 per cento, e nel nostro Paese è
occupata solo una donna su due contro una media Ocse del 69 per
cento), persiste (e si aggrava) il differenziale retributivo in
contrasto con il dettato della Costituzione, massiccia e spesso
preponderante è la presenza delle donne nei lavori atipici e
precari.
In questo quadro, alcuni diritti storici della donna che lavora
vengono attaccati e distrutti senza apprezzabili reazioni, spesso
nel silenzio degli stessi movimenti femminili e femministi. Così, il
divieto al lavoro notturno, introdotto in Italia nel 1997 e presente
in Francia fino dall’Ottocento, è stato cancellato in entrambi i
Paesi in omaggio a un malinteso “principio di uguaglianza”, sancito
dalla Commissione europea: come se fosse normale per gli esseri
umani, donne e uomini, lavorare di notte. Se si può convenire con le
critiche mosse da una parte del pensiero femminista al movimento
operaio per avere sottovalutato l’importanza delle relazioni
interpersonali e di sesso, dando luogo a una visione ipertrofica del
sociale, questo non giustifica oggi il vuoto di ricerca e
d’iniziativa intorno ai diritti delle donne che lavorano. Perché,
muovendo da una conquista di valore universale, non si è posto il
problema di proibire il lavoro notturno anche per gli uomini?
Affrontare il problema in questi termini non sarebbe un paradosso, o
addirittura una provocazione, in un assetto socio-politico in cui i
diritti delle persone vengano prima degli interessi del capitale.
Resta il fatto che aver applicato quel “principio di uguaglianza”
come un dogma ha portato a un’indubbia regressione. (51, 52)
la numerazione
fra parentesi si riferisce alle corrispondenti pagine del libro |
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