|
La sinistra in Europa e la crisi globale.
Incontro italo-tedesco promosso
dall’Associazione per il rinnovamento della
sinistra e dalla Fondazione Rosa
Luxemburg
.
Roma
14, 15 giugno 2010
La sinistra e il socialismo
Introduzione di Paolo Ciofi
Ci troviamo nel mezzo di una
crisi che per la sua profondità , la sua durata
ed estensione, sollecita un cambio di paradigma,
un cambio di sistema. E’ la crisi del
capitalismo reale dominante - sotto la cui
dittatura sono venute mutando le culture, i
simboli, il senso comune di grandi masse - che
si configura come una crisi generale: muovendo
dall’economia, investe infatti l’intero ambiente
sociale e naturale, colpisce la democrazia e la
politica come strumento di trasformazione,
riduce la persona umana a un’unica dimensione
economica e mercantile. Dunque una crisi di
civiltà, i cui sviluppi ulteriori possono
portarci anche verso imprevedibili e drammatiche
strette.
Come, e con quali
strumenti, affrontarla? Come far sì, in questa
condizione e per avviare il cambiamento, che
coloro i quali la subiscono, in primo luogo gli
operai, le donne e gli uomini lavoratori
dipendenti, privati e pubblici, acquistino
coscienza di sé e diventino protagonisti di una
nuova stagione di lotte? E con essi i giovani,
ma anche gli anziani, tutte quelle forze della
società e della cultura che nella crisi soffrono
il trauma della precarietà, dell’emarginazione,
dell’esclusione? Sono i nodi non semplici che si
presentano di fronte a noi, di fronte a una
sinistra che non voglia essere solo
nominalistica, che non sia cioè né una sinistra
del capitale né un rissoso pulviscolo di
predicatori senza popolo.
L’esigenza, sempre
più avvertita, è quella di un’idea generale che
apra una prospettiva di cambiamento e, al tempo
stesso, quella di una grande concretezza.
Prospettiva di cambiamento, di cui vanno
delineati però anche i percorsi: senza di che
muore ogni speranza. Concretezza dell’azione
quotidiana: perché nel vortice della crisi si
costruiscano risposte agibili e praticabili
nell’esercizio della democrazia e della
solidarietà. Non è sufficiente sottolineare la
necessità di declinare in modo nuovo i principi
di libertà e uguaglianza, di sviluppo pieno
della personalità di ognuno e di ciascuna, di
riconversione ecologica e sociale del modello
economico: occorre indicare con chiarezza gli
ostacoli che si frappongano alla loro
affermazione, portare allo scoperto i fallimenti
del pensiero e della pratica liberisti,
formulare adeguate proposte, mettere in rete
tutte le forze interessate al cambiamento.
Non bastano per questo scopo
i movimenti sociali. Non basta il sindacato. Ci
vuole la politica, una politica che esca dal
perimetro autistico in cui è rinchiusa, e dalla
penombra opaca che l’avvolge. In ogni caso, è
indispensabile muovere dall’analisi critica
della realtà, cioè del capitalismo dominante,
delle sue trasformazioni e contraddizioni, che
stanno portando il pianeta verso una catastrofe
umana e ambientale. Lungo questa linea di
ricerca ci siamo mossi in questi anni come Ars,
e per questo abbiamo voluto promuovere insieme
alla Fondazione Rosa Luxemburg l’incontro di
oggi e domani.
Non ci
è sfuggito che i nostri amici e compagni
tedeschi abbiano avvertito con forza l’esigenza
di ridefinire i fondamenti di una sinistra nuova
e al tempo stesso di formulare concrete proposte
di cambiamento, come emerge dal documento
programmatico che la Linke
sottoporrà all’approvazione del prossimo
congresso. Né può essere sottovalutato, e anzi
dovrebbe essere oggetto di grande attenzione, il
fatto che, superando antiche e consolidate
fratture, nella Germania Federale, cioè nel
cuore dell’Europa più avanzata, esista oggi un
partito come la Linke,
ormai stabilmente insediato nella società e nel
sistema politico. Un partito che rinomina il
socialismo come trascendimento della società
attuale, e la sinistra come espressione dei
lavoratori e dei movimenti. Socialismo e
sinistra: due parole sepolte sotto le macerie
del “socialismo reale” e rese incomprensibili
dal gergo imprenditoriale adottato dalla
socialdemocrazia.
Dopo aver richiamato in
sintesi le ragioni che ci hanno indotto a
promuovere questa iniziativa, mi limiterò adesso
a fornire alcune indicazioni tematiche e qualche
appunto su cui si potrebbe orientare la
discussione di oggi, lasciando alla giornata di
domani i temi maggiormente legati all’attualità
politica e programmatica.
Una prima riflessione credo
vada fatta sugli ultimi (ma non definitivi)
approdi della crisi, che ne chiariscono
ulteriormente il carattere e la drammaticità.
Non avendo tagliato le unghie alla speculazione
né avendo posto sotto controllo i movimenti dei
capitali al momento dell’esplosione della crisi
del credito un paio di anni fa, il debito delle
banche e delle istituzioni finanziarie è stato
posto dai governi a carico dei bilanci pubblici.
Tramutato così il debito
privato in debito pubblico, con effetti
destabilizzanti sugli equilibri finanziari degli
Stati, sulla tenuta dell’euro e sull’intera
impalcatura dell’eurozona, i governi europei di
ogni colore tagliano adesso senza ritegno la
spesa pubblica, scaricando di nuovo i costi
della crisi sui lavoratori dipendenti e
autonomi, uomini e donne, giovani e anziani,
esentando i grandi percettori di profitti e
rendite, vale a dire i grandi ricchi e chi lucra
sulla speculazione. Una manovra non solo
pesantemente ingiusta, ma anche depressiva, che
spinge verso un ulteriore avvitamento della
crisi, con conseguenze sociali ancora più gravi
ed esplosive.
E’ stato detto che questa è
una crisi da bassi salari, nel senso che, a
differenza della fase fordista, quando il
capitale riuscì a contrastare la caduta del
saggio dei profitti attraverso alti salari che
sostenevano i consumi, il potere d’acquisto
espresso oggi dal monte salari non garantisce
sbocchi sufficienti al potenziale produttivo
esistente.
Già Marx aveva notato che la
speculazione offre alla sovrapproduzione
momentanei canali di sbocco, ma proprio perciò
accelera lo scoppio della crisi e ne aumenta la
virulenza. In realtà essa ha origine nel
fondamento stesso del capitale come rapporto
sociale, e nella conflittualità insita in questo
rapporto, che il dominio del capitale medesimo,
nel suo movimento perenne, non riesce comunque a
risolvere. L’economia di carta non è altro che
un acceleratore della crisi: un castello che
crolla nel momento in cui John Ford, l’operaio
indebitato di Detroit, non è in grado di onorare
il conto, come si è visto nella vicenda dei
mutui
subprime.
Oggi appare chiaro che il
limite del capitale è il capitale
stesso,
giacché l’assetto dell’economia e della società
è ordinato non al soddisfacimento dei bisogni
umani nell’equilibrio con la natura, ma alla
autovalorizzazione dei capitali, ossia
all’ottenimento del profitto indipendentemente
da ciò che si produce: la produzione per la
produzione, in cui il produttore diretto, cioè
l’uomo, non è il fine ma solo un mezzo da cui
estrarre un plusvalore. La storia del
capitalismo è una storia di crisi ricorrenti
proprio in ragione di questo limite interno.
Con l’attuale globalizzazione
finanziaria - e questa è una seconda
considerazione da tener presente – il capitale
ha tentato di superare il suo limite operando in
una duplice direzione: da una parte, ha
trasferito colossali quote di ricchezza dai
salari ai profitti e alle rendite; dall’altra,
ha elevato il debito al ruolo di moltiplicatore
dei consumi in regime di bassi salari. In
presenza della compressione del potere
d’acquisto, abbiamo assistito al miracolo della
crescita dei consumi finanziati con
l’indebitamento di massa, dopo che gli Stati
Uniti avevano invaso il mondo di dollari.
Contestualmente l’area della
privatizzazione lucrativa si è estesa a
dismisura ed è diventata universale. Si dice
privatizzazione, ma in realtà assistiamo a un
vero e proprio esproprio generalizzato dei beni
comuni, di risorse naturali, di fonti di
energia, di proprietà pubbliche e private, che
alimenta le guerre nel mondo e la conflittualità
nei territori
dei diversi Paesi. Esproprio che non
risparmia neanche le pensioni, come l’intero
sistema del welfare. Anche la proprietà
azionaria dei piccoli risparmiatori viene di
fatto espropriata da chi comanda nei
conglomerati transnazionali. L’effetto
complessivo non può essere altro che un aumento
gigantesco di insopportabili disuguaglianze, nel
mondo e in ogni Paese.
Quando poco più di mille
cosiddetti proprietari universali dispongono
della stessa quantità di ricchezza disponibile
per due miliardi e mezzo di persone, vuol dire
che il peso dell’oligarchia che opprime il mondo
è diventato insostenibile. In un mondo del
genere, quasi un miliardo e mezzo di individui
sopravvive sulla base di consumi valutabili in
un dollaro al giorno, mentre pochi milioni,
designati con l’etichetta asettica di “individui
ad alto valore netto”, guadagnano oltre 1000
dollari l’ora. Questo è un mondo sottosopra, che
per respirare ha bisogno di un generale
rivoluzionamento, vale a dire di essere liberato
dall’attuale soffocante sistema di rapporti di
produzione e di proprietà.
Perciò tornano ad avere un
senso e un significato molto attuale parole come
sinistra e socialismo: nel cuore dell’Europa e
in altri continenti, soprattutto in America
Latina. Noi abbiamo in mente una sinistra e un
socialismo di tipo nuovo, diversi da tutti i
modelli finora conosciuti e dalle diverse
interpretazioni del passato definitivamente
tramontate all’Est come all’Ovest. Un socialismo
e una sinistra del XXI secolo che potranno
crescere e affermarsi solo nel confronto
permanente con la realtà che cambia, segnata
dalle trasformazioni continue del lavoro, da una
rivoluzione scientifico-tecnologica che non si
arresta, come pure dall’invalicabile limite
ambientale nel modo di produrre e di consumare,
dal rivoluzionamento a tutto campo generato dai
movimenti femminili e femministi, dalle nuove
frontiere della scienza e dei saperi, che un
capitalismo declinante e parassita tende a
distorcere e soffocare.
In proposito, e in
conclusione, vorrei segnalare, indicandone solo
i titoli, alcune questioni che mi appaiono
ineludibili, e che a mio parere richiedono
approfondimenti e sperimentazioni pratiche da
mettere in agenda.
In
primo luogo, la globalizzazione del lavoro.
Ovvero, se vogliamo chiamarlo così, un nuovo
internazionalismo che abbracci le lavoratrici e
i lavoratori, migranti e non, schiacciati e
divisi sotto la dittatura dei proprietari
universali. Da un a parte, siamo in presenza in
Europa di un attacco frontale ai diritti del
lavoro, portato dalla Fiat a Pomigliano fino al
limite estremo che segna un’involuzione di
portata storica. Dall’altra, il lavoro, grazie
all’emergere di Paesi come
la Cina,
l’India, il Brasile, ha raggiunto un livello di
universalizzazione mai visto. Il fatto che esso
riesca ad agire in modo coordinato, prendendo
coscienza di sé e del suo ruolo nelle diverse
parti del mondo, è indispensabile per cambiare
lo stato delle cose presenti. Di certo una
questione enorme, ma non eludibile.
In secondo luogo,
l’unificazione del lavoro. Un passaggio che
richiede un’applicazione metodica e incessante,
capace di guardare oltre i confini del lavoro
novecentesco, centrato fondamentalmente
sull’industria manifatturiera e sull’operaio
massa. Parlo del lavoro al maschile e al
femminile, di quello stabile e precario, di
quello autoctono e migrante, del terziario e dei
servizi, della tecnica e della scienza, della
formazione e dell’informazione. Cercare il filo
conduttore di un discorso comune mi pare il
compito prioritario nella costruzione di una
soggettività politica della sinistra in grado,
per la sua massa critica, di pesare sulle scelte
di fondo e di aprire nuovi spazi di democrazia.
Un compito tanto più urgente perché, di fronte
alla crisi attuale, l’Unione dell’Europa potrà
sopravvivere solo rinnovandosi e ponendo a suo
fondamento nuovi parametri che assegnino al
lavoro una posizione centrale.
In terzo luogo, il nodo
risolutivo della questione proprietaria. Per
troppo tempo sottovalutata e messa da parte, ma
non dal proprietario Berlusconi, che vuole
liberarsi della Costituzione perché fondata
sulla centralità del lavoro e non dell’impresa,
la questione proprietaria trova proprio nella
Costituzione italiana un’impostazione quanto mai
moderna ed efficace, rivolta alla costruzione di
una società del futuro.
Non solo
vi si delineano forme diverse di proprietà,
“pubblica o privata”, e si sostiene che la
proprietà privata deve corrispondere al
principio della “utilità sociale”. Si afferma
anche che, “ai fini di utilità generale”
determinate imprese “possono essere trasferite a
comunità di lavoratori o di utenti”.
Principi quanto mai attuali da far valere
nello svolgimento
drammatico di questa crisi. Principi che nella
doppia sfida della costruzione di una sinistra
nuova e di uno schieramento ampio in grado di
battere la destra dovrebbero stare a fondamento
di un programma di vero rinnovamento. Siamo
dentro l’impianto di una Costituzione che nei
suoi principi generali, a mio parere, indica la
via di una società diversa, di tipo socialista.
E che, proprio perciò, vogliono definitivamente
cancellare: per togliere di mezzo una possibile
e praticabile via di cambiamento. Al contrario,
si tratta di una conquista storica da
rivalutare, e da far pesare in Italia, ma anche
in Europa. E se, come giustamente si sostiene,
“una prospettiva di trasformazione socialista è
nel domani e può spingere ad un più intelligente
lavoro di oggi”, noi italiani per questo lavoro
abbiamo nella Costituzione una vera bussola di
orientamento: non solo per quanto riguarda i
principi di libertà civili, ma anche per ciò che
concerne i fondamenti dei rapporti economici e
sociali.
|