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Socialismo e Capitalismo
di
Paolo Ciofi
Il lungo e problematico dibattito sul
socialismo, che per oltre un mese ha occupato le colonne de la
Repubblica, è stato chiuso da Eugenio Scalfari con una
dichiarazione perentoria di non trasformabilità del capitalismo:
questa è la società in cui viviamo, dai suoi confini non si esce.
Dalla critica, e dalla crisi, del socialismo siamo approdati così
alla visione di un capitalismo perenne. Se ne deve dedurre che “i
nuovi schiavi del mercato globale” – questo il titolo dello scritto
scalfariano – sono destinati a rimanere tali? Che anche un laico
come Scalfari è stato folgorato dal dogma della fine della storia?
Interrogativi legittimi e non
trascurabili, ma la Repubblica e il suo fondatore sono
il veicolo e la fonte di un pensiero che tende a cristallizzarsi in
senso comune in gran parte dell’opinione pubblica e della sinistra.
Conviene perciò, quando si ragiona sui caratteri della società del
nostro tempo e sui fondamenti della libertà, non fermarsi alle
apparenze e misurarsi con le categorie portanti di un pensiero che è
approdato all’idea della non trasformabilità del sistema. E che,
per questa ragione, fornisce il vero retroterra culturale del
partito democratico prossimo venturo. Come vedremo, le sorprese non
mancano.
In sintesi, le argomentazioni di
Scalfari ruotano attorno ad alcuni punti fermi, che costituiscono
altrettante verità, assunte come dimostrate e inconfutabili.
1. La non trasformabilità del
sistema significa che lottare per una società diversa, di tipo
socialista, fondata sulla liberazione e la più ampia libertà delle
donne e degli uomini, e pensare una nuova e più avanzata formazione
economico-sociale rispetto al capitalismo del XXI secolo, non ha
senso. In altri termini, taglia corto Scalfari in replica a
Bertinotti, “l’uscita dal capitalismo è una bubbola”. Sarebbe come
andare a caccia di farfalle sotto l’arco di Tito perché il capitale,
come il lavoro, “è uno dei fattori della produzione” e di esso non
si potrà fare a meno “fin tanto che ci sarà bisogno di produrre beni
e servizi”, cioè fino a quando questi non ci saranno dispensati
dalla natura e dal dolce far niente, allorché “saremo rientrati nei
giardini dell’Eden”. Ne deriva, secondo l’argomentare fatale (e
formalistico) di Scalfari, che oltre il capitalismo non si può
andare. E’ arrivato il momento che la storia si fermi, e tutti noi
ci mettiamo l’anima in pace: a quanto pare, noi umani figli della
modernità possiamo camminare solo all’indietro, o girare in tondo.
2. Il capitalismo ha i suoi
difetti, ammette Scalfari. Ma la precarietà del lavoro, “il
monopolio oligarchico della conoscenza tecnologica”, “l’impresa come
mito totalizzante della cultura economica”, “le disuguaglianze
indotte dalla modernizzazione della società” e infine forme diverse
“di vera e propria schiavitù”, a ben vedere, “sono fenomeni
esistenti da sempre”, sebbene oggi siano “resi intollerabili dalla
globalizzazione”. La loro radice sta, anche in questo caso, in
ragioni “oggettive” e quindi non estirpabili. Vale a dire “nella
necessità di accumulazione del capitale, che non è un fenomeno del
capitalismo, ma della scarsità di risorse”. “Essa impone che vi sia
una differenza tra ricchezza prodotta e ricchezza consumata. Impone
che una parte sia risparmiata, accumulata e investita per accrescere
la base produttiva”. E per non essere frainteso, Scalfari precisa:
“Lo schiavismo è servito come il risparmio forzato e il risparmio
spontaneo incoraggiato da appropriati livelli del tasso di
interesse”. Il risparmiatore paragonato allo schiavo nell’interesse
superiore del capitale mi sembra una novità su cui riflettere. Anche
per misurare non il tasso d’interesse, ma il tasso di libertà nella
società contemporanea.
3. Le disuguaglianze sono il
motore “della società globalizzata”. Tuttavia non c’è ragione di
stupirsi, o di indignarsi, né – tanto meno – di protestare, giacché
esse sono, per così dire, un “fenomeno naturale” che trascende il
capitalismo e la globalizzazione. Infatti, secondo Scalfari, “le
disuguaglianze e il principio stesso di disuguaglianza fanno parte
della natura della nostra specie”. Anzi, “di tutte le specie viventi
e all’interno di ciascuna di esse. In sé non è un principio
negativo, al contrario, è inerente alla vita stessa poiché non c’è
albero del bosco che sia uguale all’altro né foglia dello stesso
albero che sia esatta copia dell’altra”. E’ vero, ma nel nostro caso
non si tratta di accertare che il gelsomino è diverso dal giglio, o
che Eugenio non è uguale a Paolo. Questo lo sapevamo già. Il
problema è chiarire le cause delle disuguaglianze economiche e
sociali, e gli effetti che queste hanno sulla conformazione della
società e sulla vita di ogni persona: è un tema che ha a che fare
con la libertà di tutti e di ciascuno. E stupisce che Scalfari
misceli in un unico impasto ingredienti che non stanno insieme come
le disuguaglianze sociali, le differenze biologiche, le diversità
naturali. Traslando dal sociale al naturale la categoria della
disuguaglianza, assunta come generale e onnicomprensiva, in realtà
egli si preclude la strada a un’analisi differenziata sulle
dinamiche nuove della società e sulla libertà delle persone nell’età
della globalizzazione.
4. Sostiene poi Scalfari che, in
base al “principio dei vasi comunicanti”, nel mondo globalizzato si
è messa in moto “un’azione livellatrice” che “ha ravvicinato le
disuguaglianze”. La tesi - come si vede - non appare del tutto
coerente con le precedenti asserzioni, secondo cui la disuguaglianza
è il motore della globalizzazione, la quale a sua volta genera
disuguaglianze intollerabili. In ogni caso, non risulta
sufficientemente motivata. Tuttavia, osserva il fondatore de
la Repubblica, “è accaduto così che diversi livelli di
salario e diverso godimento dei diritti provocassero trasferimenti
imponenti di persone da un luogo all’altro del pianeta e altrettanto
imponenti de-localizzazioni di imprese in cerca di situazioni meno
protette e più competitive”. E così conclude: “non c’è forza al
mondo” che possa impedire questo processo, “né economica né politica
né militare”. In definitiva, una lettura fondata sull’inevitabilità
di un processo considerato oggettivamente progressivo, che però non
è in grado di chiarire le ragioni della crescita vertiginosa dei
conflitti e della violenza, delle guerre e del terrorismo: “la
globalizzazione ha messo in moto la tendenza verso il livellamento
con le conseguenze che ne derivano di abbassamento del tenore di
vita di chi si trova ai livelli più elevati e di innalzamento per
chi soffre dei livelli più bassi. Movimento incomprimibile, che può
tutt’al più essere rallentato e gradualizzato ma non certo
impedito”. Insomma, il pensiero non è critico, ma conforme (in
apparenza) ai processi reali.
5. In conclusione, se queste
sono le verità del mondo di oggi, e se tali sono le tendenze in
atto, null’altro resta da fare se non mettersi nella giusta
posizione per seguire la corrente, e per gestire saggiamente
l’esistente, ossia il capitalismo globale. “Dove portano queste
constatazioni?”, si domanda Scalfari. E si risponde: “Esattamente
all’accettazione del riformismo, cioè alla gradualità per temperare
processi comunque inevitabili”. Egli non vede che questa fase del
capitale globale, assoggettando il lavoro fino a ricondurlo allo
stato “naturale” di merce, mettendo a rischio persino l’equilibrio
antropologico e ambientale del pianeta, richiede una nuova e inedita
visione della libertà e dell’uguaglianza, dunque della democrazia,
che superi gli antichi schemi novecenteschi. L’approdo, per lui,
comunque è chiaro. Ma non sta nel gradualismo, bensì nel riformismo
senza socialismo, cioè senza riforme che trasformino il capitalismo.
Il riformismo è trasmutato nel suo contrario, ovvero in una
componente (mite?) del neoliberismo volta alla conservazione di
questo capitalismo.
E’ eccessivo sostenere che il pensiero
scalfariano è approdato a una forma modernizzante di
neoconservatorismo? O vogliamo dire, più banalmente, che il
liberalismo progressista di una certa borghesia “illuminata” ha
subìto l’egemonia incontrastata del pensiero unico neoliberista? In
ogni caso, appare indubbio che, per dare fondatezza al riformismo
come puro “temperamento” (e non cambiamento) dei processi in atto,
ossia per motivare le ragioni del partito democratico, Scalfari è
costretto a interpretare questa globalizzazione capitalistica come
un processo “oggettivo”, volto al livellamento delle disuguaglianze.
Ma all’origine, come egli stesso nota
(e qui siamo obbligati a penetrare nella natura più intima del
capitalismo), c’è esattamente “una definizione inesatta” del
capitale, inteso puramente e semplicemente come “fattore della
produzione”. Un dato “tecnico”, cristallizzato nelle macchine e
negli strumenti di lavoro, senza di che la produzione sarebbe
impossibile. E poiché in qualsiasi forma di produzione non si può
prescindere né dagli strumenti né dal lavoro, ecco che il
capitalismo si trasfigura in un dato “oggettivo”, “naturale”, al di
fuori del tempo e dello spazio. Esso è la Produzione, anzi
l’Economia: la trascendenza metafisica del capitale si incarna nel
capitalismo vivente come ordine “naturale” delle cose. E da questo
ordine non si può uscire, pena la distruzione della Produzione,
dell’Economia e dunque della Società. I peccatori sono avvertiti:
dopo il capitalismo c’è la fine del mondo.
Nell’impianto
scalfariano si perviene così a un’identificazione perfetta
dell’esigenza dell’accumulazione, che può manifestarsi ed essere
pensata nei modi più diversi come l’esperienza storica dimostra, con
l’accumulazione capitalistica, considerata l’unico modo possibile di
pensare, gestire e formare l’accumulazione medesima. Ma specialmente
dopo il palese fallimento della “rivoluzione manageriale”, che ha
tradito l’aspettativa di una gestione puramente tecnica e asettica
del capitale e della sua riproduzione, un simile approccio non trova
riscontro nella realtà.
Abbiamo a che fare,
invece, con la specificità del modo di produzione capitalistico, e
con la modalità specifica del capitale, che prima di tutto è un
rapporto sociale. Se, come ci ricorda Marx, “ la ricchezza delle
società in cui predomina il modo di produzione capitalistico si
presenta come una ‘immane raccolta di merci’ ”, il detentore degli
strumenti della produzione deve trovare sul mercato una merce
speciale, il cui impiego produca un valore maggiore del suo costo,
cioè del valore necessario alla sua riproduzione. Sappiamo che
questa merce non è il lavoro bensì la forza-lavoro, che si presenta
come “l’insieme delle attitudini fisiche e intellettuali che
esistono nella corporeità, ossia nella personalità vivente d’un
uomo”. L’uso di queste attitudini in cambio del salario produce un
plusvalore, che misura il grado di sfruttamento dei lavoratori, da
cui hanno origine il profitto e l’accumulazione del capitale.
Siamo all’abc del modo di produzione
capitalistico, ma proprio dai fondamenti più elementari occorre
necessariamente muovere oggi, giacché il pensiero neoliberista
prescinde totalmente dalla realtà dello sfruttamento, e dunque dalle
radici più profonde della disuguaglianza. Nella compravendita della
forza-lavoro sul mercato capitalistico non c’è uguaglianza di
condizione sociale tra la classe dei capitalisti detentori dei mezzi
di produzione, di comunicazione e di scambio, che acquista, e la
classe dei lavoratori dipendenti, che vende. Questa sostanziale
disuguaglianza fa si che la specificità della transazione in cui si
configura il rapporto di lavoro non sia assimilabile ai contratti
retti dal diritto civile, che presuppongono condizioni di parità tra
i contraenti. Per tutelare i lavoratori e i loro diritti, e per
conquistare più alti livelli di libertà, sono necessari altri
strumenti, come la contrattazione collettiva, e altri interventi: di
tipo sindacale, politico e istituzionale. Non basta, quindi,
affermare l’uguaglianza di tutti davanti la legge e la libertà della
persona perché libertà e uguaglianza siano effettive.
Il fatto che il pensiero neoliberista
assuma il modo di produzione capitalistico come soluzione del
problema della libertà di fronte al fallimento del cosiddetto
“socialismo reale” nell’ex Unione Sovietica e alla globalizzazione
del capitale appare una pura mistificazione, che non riesce a
nascondere la realtà di un sistema percorso da contraddizioni
crescenti. E’ stupefacente che Scalfari, il quale pure aveva
salutato la svolta di Occhetto come un passaggio “da Bandiera rossa
alla Marsigliese” - vale a dire dalla rivoluzione del 1917 a quella
del 1879, che sulle sue bandiere aveva scritto la parole Libertà,
Uguaglianza, Fraternità – sostenga oggi che la disuguaglianza è la
base della libertà, secondo il più classico dei canoni
neoconservatori. E se proprio non si vuole avere memoria delle
grandi lotte per l’uguaglianza e la libertà combattute in Italia e
in Europa nel Novecento dal movimento operaio e dalla sinistra
comunista e socialista, bisognerebbe ricordare almeno gli
ammonimenti di un liberaldemocratico come Norberto Bobbio.
Già nel 1989, in polemica con Giuliano
Amato, il filosofo torinese sosteneva che il liberal-socialismo
(all’epoca di esso si trattava e non del liberismo puro e semplice)
non appariva uno strumento adatto a misurarsi con le tensioni
dell’epoca, giacché nella confusa mistura di liberalismo e
socialismo che andava producendo non si era trovato un punto di
equilibrio, né si era potuta formulare una nuova carta dei diritti
sociali e individuali. Bobbio non si stancava di ripetere che “non
basta fondare lo Stato liberale e democratico per risolvere i
problemi”. E riproponeva con insistenza il suo imbarazzante
interrogativo: “Sono in grado le democrazie di risolvere i problemi
che il comunismo non è riuscito a risolvere?”
Cosa rispondiamo noi oggi, dopo
l’esportazione della democrazia con le armi e l’esplosione del
terrorismo planetario? E in presenza dell’intensificazione dello
sfruttamento, della crescita paurosa delle povertà e delle
migrazioni di massa, che hanno indotto gli Stati Uniti, 17 anni dopo
il crollo del muro di Berlino, a pianificare la costruzione di una
nuova grande muraglia al confine del Messico, lunga 1.500 chilometri
con una spesa di un miliardo di dollari? Cosa diranno questi
costruttori di nuovi muri? Che si tratta di un presidio a difesa
della libertà in nome della società aperta?
Scalfari dice che la disuguaglianza è
la base della libertà, ma i processi in atto non gli danno ragione:
le disuguaglianze prosciugano la libertà e isteriliscono la
democrazia. Né si può sostenere, d’altra parte, che con la
globalizzazione – secondo “il principio dei vasi comunicanti” – le
disuguaglianze tendano ad attenuarsi, come dimostrano le analisi di
economisti e sociologi di diverso orientamento (Galbraith, Gray,
Reich, Stiglitz, Gallino, ecc.). Alle medesime conclusioni perviene
Silvano Andriani nel suo recente saggio sull’ascesa della finanza,
ampiamente recensito su la Repubblica, sulla base di
un’approfondita analisi dei dati disponibili.
Per quanto riguarda i diversi Paesi, si
può osservare un doppio movimento: se i Paesi arretrati che stanno
emergendo, sopra a tutti la Cina, si avvicinano a quelli più
avanzati, “il resto si sta allontanando non solo dai Paesi avanzati
ma anche da quelli emergenti, e spesso con un peggioramento delle
proprie condizioni, anche in senso assoluto”. Se invece si misura la
disuguaglianza sull’intera popolazione mondiale, si può osservare
che essa è aumentata di ben tre punti in soli sei anni secondo il
coefficiente di Gini. In altre parole, siamo in presenza di un
aumento pressoché generalizzato delle disuguaglianze all’interno dei
Paesi.
Rileva Andriani che “per alcuni Paesi
il fenomeno è assai rilevante, e non si tratta soltanto di quelli
emergenti, come Cina e India, nei quali lo scarto tra aree urbane e
rurali sta diventando drammatico, ma anche di quelli avanzati, a
cominciare dai Paesi anglosassoni; anche l’Italia, d’altronde, è in
questo gruppo”. Alcuni dati di sintesi sono comunque significativi.
Nei sei anni considerati, la quota di reddito mondiale diretta al 10
per cento della popolazione più povera è diminuita del 27,3 per
cento, mentre quella assorbita dal 10 per cento più ricco è
aumentata del 10 per cento. In pratica, l’uno per cento più ricco
della popolazione del mondo guadagna quanto il 57 per cento più
povero. Anche fra i diversi Paesi la distribuzione del reddito
appare fortemente polarizzata: il 15 per cento della popolazione
mondiale vive in Paesi con reddito medio pro capite superiore a
20.000 dollari; più dell’80 per cento in Paesi con reddito inferiore
a 8.000 dollari; solo il tre per cento in Paesi con reddito medio
compreso tra gli 8.000 e i 20.000 dollari.
L’analisi dei dati conferma che nei
Paesi avanzati la causa principale dell’aumento delle disuguaglianze
“è il mutamento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro”,
generato a sua volta da un’intensificazione dello sfruttamento, come
è dimostrato anche dal fatto che gli incrementi di produttività sono
stati assorbiti pressoché totalmente da profitti e rendite. Senza
contare che la precarietà del lavoro sta diventando una caratterista
strutturale del capitalismo globale e “cognitivo”, come lo era la
parcellizzazione nella fase del fordismo. Negli Stati Uniti,
ricerche recenti hanno dimostrato che la quasi totalità dei guadagni
di produttività sono andati al 10 per cento più ricco della
popolazione, e dentro questa fascia l’uno per cento ha fatto la
parte del leone.
In Italia, secondo i calcoli di un
liberale come Geminello Alvi, tra il 1993 e il 2003 il saggio del
plusvalore - che misura lo sfruttamento del lavoro - è cresciuto
insieme con la produttività. Dopo un formidabile aumento tra il ’93
e il ’98, questa ha continuato a crescere, seppure della metà.
“Risultato finale: i salari reali pro capite nel 2003 sono del 3,5
per cento inferiori a quelli del 1993. Mentre il tasso del profitto
è dell’11,3 superiore”. La crescita dei profitti e delle rendite,
con la conseguente patrimonializzazione dell’economia (che è la
madre del parassitismo) ha costantemente ridotto la quota del lavoro
nella distribuzione del reddito.
“Nel 2003 ai lavoratori toccava il 48,9
per cento del reddito; nel 1972 era il 59,2 per cento”. Di contro,
profitti e rendite si sono innalzati dal 40,8 al 51,1 per cento. Un
cambiamento di dimensioni gigantesche, che ha reso ancora più
subalterno il lavoro nella società, su cui la sinistra nulla ha
avuto da dire. Osserva Alvi che la quota del lavoro dipendente “ora
è circa la stessa del 1951, dell’Italia prima del boom”, e “non
troppo distante da quel 46,6 per cento che era la povera quota del
1881”. All’ovvia obiezione che, secondo i canoni del neoliberismo e
del senso comune, nel frattempo sarebbero cresciuti i lavoratori
indipendenti e le partite Iva con la conseguente riduzione della
quota di reddito dei dipendenti, la risposta è la seguente: “Nel
1971 c’erano 2,5 occupati dipendenti per ogni indipendente, nel 2004
sono 3. Il che significa che i dipendenti sono addirittura cresciuti
rispetto ad allora”. E anche questo è un tassello utile per
ricostruire la realtà.
L’analisi dei fatti porta a concludere
che non si può comprendere la portata e la qualità nuova della
disuguaglianza nella fase del capitalismo globale se si oscura
ideologicamente la dualità capitale/lavoro, la contraddizione e la
conflittualità che ne seguono. Non perché in essa dualità si
conchiuda la complessa tematica della libertà e dell’uguaglianza, ma
perché proprio sul principio di disuguaglianza sociale si determina
il rapporto di sfruttamento del lavoro da parte del capitale, che è
il cuore del modo di produzione capitalistico. Con ragione Aldo
Tortorella ha sostenuto che “rimangono valide categorie come quelle
dello sfruttamento e dell’alienazione nei rapporti di produzione
capitalistici”, ma che esse vanno reinterpretate e rivissute col
mutare concreto dei metodi di produzione e della società. “Non è
crollata la teoria critica dell’alienazione del lavoro, ma –
perfettamente all’opposto – è crollata la sua versione dogmatica che
ne rovescia totalmente il segno”.
La globalizzazione di questo secolo si
presenta infatti, prima facie, come un gigantesco processo di
subordinazione e di svalorizzazione del lavoro - cui non sono
estranee forme particolarmente aberranti ed estreme, come la
riapparizione del lavoro servile e schiavistico - in un mondo in cui
sono presenti già oggi oltre tre miliardi di salariati, con una
tendenza alla crescita. Di contro, il capitale celebra la sua
libertà, che dovrebbe consistere nell’abbattimento di ogni vincolo
di carattere sindacale, istituzionale e politico. Mentre il lavoro
viene ricondotto allo stato di pura merce, frantumato e reso
precario, senza diritti né rappresentanza sindacale e politica, il
capitale vola libero per i cieli del mondo, là dove lo portano il
massimo profitto e la forza-lavoro a basso costo.
Alla libertà del capitale corrispondono
la costrizione del lavoro e la mancanza di libertà per milioni di
persone nel pianeta, di cui una delle espressioni più clamorosa e
ignorata è l’assenza di una autonoma e libera rappresentanza
politica delle lavoratrici e dei lavoratori, con la conseguenza di
un’amputazione drastica della democrazia. Ho già notato in altra
sede che in concomitanza con la retrocessione del lavoro a fattore
precario e subalterno, politicamente non più autonomo e incatenato
dalle libere migrazioni del capitale, si è venuto configurando un
capitalismo particolarmente aggressivo, speculativo e instabile, che
mette a rischio il pianeta. La svalorizzazione del lavoro è il
presupposto (e poi anche l’effetto) della valorizzazione del
capitale finanziario, ma la dittatura della finanza moltiplica
l’instabilità globale, diffondendo i germi della violenza e delle
guerre.
La libertà del movimento dei capitali
ottenuta nei trascorsi anni Ottanta, spingendo la finaziarizzazione,
ha prodotto il contrario dell’autoregolazione dei mercati. Ha
generato invece sette crisi finanziarie di portata globale, con
effetti devastanti per i Paesi che l’hanno subita in conseguenza del
movimento speculativo dei medesimi capitali e del loro deflusso.
Guardando in casa nostra, si può solo constatare che le politiche di
concertazione adottate dai precedenti governi di centro-sinistra
hanno agito esclusivamente sul costo del lavoro e sui salari, come
ha dimostrato Alvi, ma non hanno prodotto né il risanamento dei
conti pubblici né, tanto meno, il rilancio degli investimenti delle
imprese. I profitti, pure cospicui, si sono tramutati in rendite e
sono serviti per costituire patrimoni basati prevalentemente nei
paradisi fiscali, contribuendo in modo decisivo al declino del
lavoro e del Paese. Non è proprio il caso che i gestori del capitale
s’impanchino a dar lezioni a chicchessia.
L’irresponsabilità sociale dei vertici
finanziari-manageriali richiede un svolta radicale
nell’organizzazione e nelle finalità del modo di produzione. E le
caratteristiche del capitalismo come sistema nell’era della
globalizzazione, con i suoi enormi costi umani e ambientali, fino al
punto di mettere in discussione anche alcune basi sociali della
convivenza civile e della democrazia, sollecitano una trasformazione
e una riforma che non possono essere circoscritte al versante della
redistribuzione della ricchezza, come era nella prassi delle vecchie
socialdemocrazie. Emerge, con sempre maggiore evidenza, il nodo
dell’accumulazione e della formazione delle risorse, insieme a
quello della titolarità della loro allocazione. Solo risalendo alle
sorgenti delle disuguaglianze, si potrà intervenire per modificarne
gli effetti.
Il problema, allora, non è il
riformismo e la sua astratta definizione, bensì l’interrogativo:
quali riforme? e per quale società? In discussione è il privatismo
assoluto sulle condizioni della produzione materiale e immateriale,
nonché sulle medesime condizioni della riproduzione, che si
contrappone non solo al carattere sempre più sociale del lavoro cui
cooperano milioni di persone nel mondo, e agli stessi produttori
diretti, esclusi dalle decisioni e alienati in misura crescente
dagli strumenti e dai prodotti del loro lavoro, ma anche
all’universalismo dei diritti della persona umana. Ribollono, nel
calderone delle disuguaglianze nel mondo e nel Paese, di fronte
all’erosione delle condizioni naturali della vita stessa, un bisogno
di socializzazione e di programmazione, di organizzazione del
mercato orientato alle esigenze umane, e dunque di una più alta e
piena affermazione della libertà della persona, che potremmo
definire nuovo socialismo. In discussione non è qualche correzione
nel sistema, ma il superamento dell’ordine del sistema.
Paolo Ciofi
12 ottobre 2006
Nota bibliografica
Eugenio Scalfari, I nuovi schiavi
del mercato globale, la Repubblica, 24 settembre 2006
Fausto Bertinotti, Il socialismo
nella società ingiusta, la Repubblica, 13 settembre 2006 (il
testo integrale, con il titolo Il socialismo
della libertà, in Liberazione del 14 settembre 2006)
Geminello Alvi, Una repubblica
fondata sulle rendite. Come sono cambiati il lavoro e la ricchezza
degli italiani, Mondatori, 2006
Silvano Andriani, L’ascesa della
finanza, Donzelli, 2006
Paolo Ciofi, Il lavoro senza
rappresentanza. La privatizzazione della politica,
manifestolibri, 2004
Paolo Ciofi, Passaggio a
sinistra. Il Pds tra Occhetto e D’Alema, Rubbettino, 1995
André Gorz, L’immateriale.
Conoscenza, valore e capitale, Bollati Boringhieri, Torino,
2003
Karl Marx, Il capitale,
libro primo, Editori Riuniti, 1964
Aldo Tortorella, Crisi della
sinistra e pensiero critico, manifestolibri, 2006. Edizione
fuori commercio
Aldo Tortorella, Relazione
all’Area dei comunisti democratici, Ariccia 31 ottobre-1
novembre 1991, ciclostilato. |
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