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«Regressione civile» ha
detto il presidente della Repubblica, parlando dello stato in cui
versa l’Italia. E certamente l’espressione forte segnala un
malessere profondo, che si manifesta in tutti i campi della vita del
Paese. I rappresentati delle classi dirigenti (della politica,
dell’economia, dei corpi sociali) plaudono deferenti, ma non
sembrano voler cambiare rotta. Al contrario, dopo aver ascoltato i
discorsi dei massimi esponenti del potere confindustriale e
bancario, Marcegaglia e Draghi, tutti si sono dichiarati d’accordo
con tutti in un embrasson nous entusiasta e un po’ vacuo,
come di chi si bea di se stesso sulla nave che affonda. Viene a
galla il partito unico degli interessi dominanti, che ci sovrasta
incontrastato al di là della temporanea collocazione al governo o
all’opposizione: Berlusconi e Veltroni applaudono Marcegaglia, che
esalta Draghi («la ricetta è la stessa»), che a sua volta è
applaudito da Cicchitto e Bersani e così via, con i sindacati dei
lavoratori a far da comparse consenzienti. Non è un bel segnale,
come se questa classe dirigente sia esente da ogni responsabilità, e
non sia le stessa che ha portato l’Italia sull’orlo del collasso.
Nella circostanza i vari
Ichino, Salvati, Nicola Rossi e compagnia, sempre pronti a scoccare
i loro dardi acuminati in nome del “liberismo riformista”, si sono
trovati con la faretra vuota. Eppure mai come questa volta le
Considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia sono
apparse povere e scontate, prive di una analisi convincente dello
stato reale del Paese. Draghi ha dato ragione a tutti, facendoci
sapere (ancora una volta) che occorre tagliare la spesa pubblica e
alzare l’età pensionabile giacché il problema fondamentale è la
competitività, e che perciò la centralità è del capitale, anche se i
salari sono bassi: di conseguenza non ci si potrà fermare «finché la
flessibilità non riguarderà l’intero mercato del lavoro». Ha
denunciato il grave squilibrio del Mezzogiorno, ma in sostanza ha
difeso il comportamento delle banche, giudicate molto «accorte»
anche se ha sollecitato maggiore trasparenza.
In definitiva
un’autoassoluzione, dovuta anche al fatto che i bilanci degli
intermediari bancari italiani sarebbero stati «solo marginalmente
toccati» dalla crisi indotta dai mutui subprime: sebbene un
esperto come Soros abbia osservato che, quando circolano nel mondo
45 mila miliardi di dollari di titoli “atipici”, nessuno può
sentirsi sicuro. La perorazione finale in favore dei giovani è stata
perfettamente in linea con la moda liberista, secondo cui la
contraddizione di fondo che segna il lavoro contemporaneo è tutta
interna al lavoro medesimo, tra insider e outsider,
tra padri ipergarantiti e giovani privi di diritti, non più tra
capitale e lavoro. La conseguenza è che Draghi ha ignorato del tutto
la questione cruciale della società italiana, e cioè la crescita
delle disuguaglianze dovuta principalmente al trasferimento di 10
punti di Pil dai salari ai profitti. Una redistribuzione a
contrario della ricchezza di dimensioni gigantesche. Come a
dire: andiamo avanti su questa strada che porta verso il collasso, e
se non all’imbarbarimento alla «regressione civile».
L’ultimo Rapporto Istat,
che ci ha messo sotto gli occhi lo stato reale di un Paese assai
depresso, è stato liquidato con un cinico déjà vu dal
Corriere della sera. Niente di nuovo sotto il sole, e siccome
ormai si teorizza che i fatti non contano, il primo quotidiano di
questo povero Paese, per esorcizzare i salari di fame, neanche li
nomina e usa questa elegante circonlocuzione: «il tema della quarta
settimana, ovvero delle difficoltà di un consistente numero di
famiglie italiane nel programmare gli acquisti al supermercato verso
fine mese, una evidente dimostrazione di come sia arduo far quadrare
il bilancio delle entrate e delle uscite». «Se ne parla da
quattro-anni-quattro», insiste con straordinaria volgarità il
Corrierone, come se fosse un dato ormai acquisito che la metà delle
famiglie italiane debba vivere con 1.900 euro al mese, e che il 66
per cento non riesca a risparmiare.
Siamo diventati un Paese
di straricchi e di poveracci, se è vero che tra il 2000 e il 2007 il
reddito medio per abitante ha perso ben 13 punti nella classifica
dell’UE, e se oggi i nostri salari sono tra i più bassi dei Paesi
industrializzati. Questo non è un déjà vu, bensì l’effetto di
un declino, di cui non sono sicuramente responsabili i lavoratori,
ma coloro che li impiegano alle loro dipendenze. Il Rapporto Istat
mette in evidenza che quasi la metà delle imprese realizza forti
profitti non in ragione di innovazioni tecnologiche e organizzative,
ma in conseguenza del supersfruttamento dei lavoratori: allungamento
della giornata lavorativa e bassi salari. E qui sta il cuore del
problema. Come ha osservato Nicola Cacace, i profitti «da molti anni
crescono a ritmi quattro volte superiori a quelle dei salari», e ciò
significa che «da anni la ripartizione dei frutti della produzione e
della produttività tra salari, profitti e rendite è così iniqua da
umiliare la classe lavoratrice e da nuocere all’intera economia».
Non sono fatti che
distraggono il governatore dalle sue astratte compatibilità. Ma di
sicuro è semplicemente grottesco ritenere di poter incrementare la
produttività espropriando i produttori dei frutti del loro lavoro.
Eppure questo è successo a partire dagli anni 80. Geminello Alvi,
nel passato giornalista del Corriere, ha fatto i suoi calcoli
che nessuno ha smentito: « Nel 2003 ai lavoratori toccava il 48,9
per cento del reddito; nel 1972 era il 59,2 per cento».«Ora la quota
del lavoro è circa la stessa del 1951, dell’Italia prima del boom,
non troppo distante da quel 46,6 per cento che era la povera quota
del 1881». Un bravo dunque al Corriere, che considera un
déjà vu questo vero e proprio terremoto sociale, di cui l’Italia
sta pagando un prezzo elevatissimo in termini di arretramento
storico e di disgregazione. Ma non ci si può poi meravigliare, di
fronte a questa realtà, se siamo in presenza dei sintomi di una vera
e propria regressione civile.
Di qui una semplice e
ineludibile considerazione: la questione del salario è diventata,
dal punto di vista economico e sociale, la questione centrale
dell’Italia d’inizio secolo. E lo è anche perché l’aumento dei
salari reali produce un effetto moltiplicatore, che può rovesciare
la tendenza del Paese verso il declino. Alzare i salari reali vuol
dire, infatti, motivare chi lavora e dare qualche maggiore certezza
per il futuro alla persone, donne e uomini, giovani e anziani,
italiani e stranieri. Vuol dire ridurre i motivi di concorrenza,
talvolta anche sleale, tra i lavoratori per accrescere quelli di una
cooperazione solidale. Vuol dire spingere l’impresa verso
l’inevitabile innovazione tecnologica, per accrescere la propria
quota di mercato. Vuol dire, infine, aumentare il potere d’acquisto
complessivo, e dunque gettare le basi per la ripresa del Paese.
Parlo di un aumento dei
salari reali, non di trucchi contabili da mettere a carico del
fisco, cioè degli stessi lavoratori dipendenti che pagano le tasse,
e neanche di incentivi al supersfruttamento, ma di un vero e proprio
trasferimento di ricchezza dal monte profitti e rendite al monte
salari. C’è bisogno, in altre parole, di un cambiamento del modello
distributivo, orientato all’abbattimento delle rendite, oltre che
all’aumento delle retribuzioni, e all’impiego del profitto in
investimenti volti a incrementare l’innovazione e la ricerca, e con
esse la produttività. Un modello sobrio, che contrasti gli sprechi,
i consumi superflui, la distruzione del territorio e dell’ambiente,
che metta al centro non le compatibilità astratte del capitale, ma
le persone, le donne e gli uomini in carne essa. Opposizione, questo
dovrebbe essere il tuo terreno. Se ci sei, batti un colpo.
Paolo Ciofi |
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