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La crisi economico-finanziaria ha un andamento duale che
nell’Occidente avanzato sta distruggendo il lavoro come
fattore coesivo della società e, con esso, la
democrazia. Come Cristo sulla croce, il lavoro continua
a essere trafitto dai colpi laceranti e molto dolorosi
della precarietà e della disoccupazione, della cassa
integrazione, dei bassi salari, della cancellazione dei
diritti e del welfare.
Sul versante opposto, le
multinazionali, le grandi banche e la finanza, dopo aver
incassato enormi sovvenzioni pubbliche, hanno
ricominciato a macinare profitti da capogiro e a
generare potenti movimenti speculativi: come Goldman
Sachs, ma non solo, che sembra confondere il mercato con
il reato, avendo espropriato milioni di persone con i
mutui subprime.
Siamo al punto da non poter escludere
l’esplosione di una nuova bolla dalle conseguenze
imprevedibili. Il caso della Grecia parla chiaro. Ma, al
di là degli aspetti parassitari e degenerativi della
finanza, il capitalismo del XXI secolo, per effetto
delle sue interne contraddizioni, sta spingendo il mondo
ben oltre i limiti della sostenibilità ambientale e
umana.
Nel nostro Bel Paese, baciato dalla
fortuna di essere gestito da un supermiliardario che in
questi mesi ha accresciuto le sue già fantastiche
entrate (un suggerimento: doni qualcosa in beneficienza,
magari una villa, in coerenza con il partito
dell’amore), i dati segnalano un taglio netto dei
redditi (-2,8%) e dei consumi (-1,9%). Mentre la
disoccupazione reale, secondo un’analisi della Cgil, si
avvicina al 12%, una quota da record assoluto. Senza
contare che nei primi tre mesi di quest’anno, rispetto
allo stesso periodo del 2009, la Cassa integrazione ha
messo insieme ben 302.217.009 ore, con un aumento del
133,9%.
Nessuna meraviglia, dunque, se i temi
del lavoro e dell’occupazione stanno in cima ai pensieri
degli italiani, come ci dicono le puntuali osservazioni
di Ilvo Diamanti. C’è invece da preoccuparsi, e molto,
per il fatto che nella comunicazione e nel sistema
politico questi temi occupano un posto del tutto
irrilevante: solo il 4-5% del tempo a disposizione dei
Tg nazionali di tutte le reti Rai e Fininvest, come ha
fatto notare lo stesso Diamanti. Un problema ormai
scottante per gli operatori dell’informazione, per la
loro professionalità e indipendenza.
Se la mancanza di visibilità della
questione lavoro è diventata un fattore costitutivo
della crisi della democrazia, questa stessa crisi, e la
sua torsione verso la dittatura del capitale, è invece
ben visibile nella privatizzazione della politica,
nell’esproprio della partecipazione e dei beni comuni,
nella impossibilità di decidere, da parte di milioni di
salariati e dipendenti, non solo sugli indirizzi
politici del paese, ma anche - attraverso il voto sui
contratti che li riguardano - sul proprio destino di
lavoratori.
Per stare ai fatti: quando si
stabilisce che il Parlamento, espressione della
sovranità popolare, può fissare un tetto alle
retribuzioni di magistrati e parlamentari, come di tutti
i cittadini, ma non dei manager, cioè dei funzionari del
capitale, vuol dire che il principio
democratico-liberale di uguaglianza è stato rovesciato
nel suo contrario. In altri termini, non in nome del
popolo ma della sovranità del capitale, si tutela una
casta di privilegiati super partes ed extra legem.
Se a ciò poi si aggiunge che una
notevole parte del padronato, in forma più o meno
mascherata, auspica la piena libertà di licenziamento,
il cerchio si chiude. Su un versante, una casta di
privilegiati, legibus soluti come nelle monarchie del
Settecento. Sull’altro, una classe di paria postmoderni,
sottocitadini privati del diritto al lavoro, che solo li
fa cittadini a pieno titolo. In sintesi: ai dipendenti
la libertà di licenziamento; ai grandi proprietari e ai
funzionari del capitale la libertà di arricchimento.
In questo doppio canone della
libertà, in cui si santificano insopportabili
disuguaglianze moltiplicate dalla crisi, sta il tarlo
che svuota la democrazia. C’era bisogno di aspettare i
libri del giudice Posner e i commenti di Guido Rossi per
capire che la crisi economica sta diventando una crisi
della «democrazia capitalistica»? E che, per molti
aspetti, stiamo già con un piede dentro un capitalismo
senza democrazia?
Non basta dire, come sostiene
Reichlin (ed era ora!), che non esiste «vocazione
maggioritaria» se non c’è «la rappresentanza politica
(non solo il voto) delle classi subalterne». Se non si
pensa il lavoro come fattore unificante della società
non c’è possibilità di uscire in maniera stabile da una
crisi che chiede un cambio del paradigma economico e un
diverso modello socio-ambientale. Ma senza la
partecipazione diretta e consapevole dei lavoratori, in
grado di configurare un altro modello di democrazia, non
si va da nessuna parte, se non nel precipizio della
crisi.
Per fare anche un solo passo nella
direzione giusta, oggi c’è bisogno di illuminare i nessi
che tengono insieme le diverse facce di questa crisi, e
di costruire una visione del mondo reale muovendo da un
punto di vista alternativo a quello del capitale. Per
questo, ciascuno dovrebbe uscire dal proprio guscio e
avventurarsi in uno spazio comune, quello della politica
partecipata.
I lavoristi da soli non ce la fanno,
come non ce la fanno gli ambientalisti, i giuristi, i
comunicatori (per non parlare dei comici). E separati
non ce la potranno fare perché, di fronte alla
dimensione globale del capitale, che è sostenuta da una
generale visione politica, essi dispongono di una
visione solo parziale, seppure significativa, che non è
in grado di mettere in movimento la massa degli
oppressi.
Paolo Ciofi
Scritto per Cometa,
trimestrale di critica della comunicazione
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