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C’è stato lo sciopero generale promosso
dalla Cgil. E poi la significativa e partecipata
manifestazione unitaria del 13 marzo a Piazza del Popolo.
C’è stato anche lo sciopero della fame di alcuni giorni,
portato avanti con un atto insolito e generoso da Paolo
Ferrero e Roberta Fantozzi per richiamare l’attenzione sulla
lesione gravissima inferta ai diritti dei lavoratori dal
provvedimento del governo recentemente approvato alla
Camera. Cresce, nel frattempo, in modo drammatico il numero
dei licenziati, dei disoccupati, dei cassintegrati.
Ma, nonostante tutto ciò, non si può dire
che la questione del lavoro abbia assunto il ruolo centrale
che le spetta nel dibattito e nelle iniziative delle forze
politiche di centro sinistra. Si attende con trepidazione la
decisione del Presidente della Repubblica: controfirmerà, o
rinvierà alle Camere il disegno di legge del governo? Ma i
partiti, salvo qualche lodevole eccezione, non sembrano aver
colto l’eccezionalità del momento e la necessità di compiere
una vera e propria svolta per portare al centro della
propria azione il tema del lavoro.
E’ stato detto, a proposito della
manifestazione del 13 marzo, che si è trattato di una
«piazza costituzionale», e a ragione. Ma a dir la verità,
tutte le manifestazioni popolari e sindacali di questi anni,
a cominciare da quella grandiosa del 2002 al Circo Massimo,
che respingendo l’attacco frontale all’articolo 18 poneva
drammaticamente il tema della rappresentanza politica del
lavoro, sono state manifestazioni e piazze costituzionali.
La novità dunque non sta qui e il cuore
del problema non è questo, ma il fatto che le sinistre -
comunque denominate e collocate, al governo o
all’opposizione - non sono state in grado, nella lunga
transizione dalla “prima” alla “seconda” Repubblica, di dare
uno sbocco politico al malessere del Paese, e fino ad oggi
non hanno posto al centro della loro azione la lotta per la
difesa e per l’applicazione dei principi costituzionali, a
cominciare dal lavoro. Così hanno contribuito a scavare un
doppio fossato: con il fondamento della Repubblica, ma anche
con la base della società.
Oggi, nella tempesta della crisi, appare
sempre più chiaro che i lavoratori dipendenti non hanno
alcun peso nel sistema politico, dal quale sono stati
sostanzialmente espulsi. E qui, in questa pesante torsione
unilaterale della rappresentanza, da cui si vorrebbe far
nascere una dittatura costituzionalizzata del capitale sul
lavoro, sta la radice più profonda della crisi democratica
alimentata dalle azioni scomposte di un plurimiliardario
sovversivo.
Esattamente su questa questione decisiva,
che è insieme ideale e pratica, s’impone oggi un salto di
qualità nell’analisi e nell’agire politico. Senza di che la
costruzione di un programma comune e di un’alternativa al
berlusconismo appare un’impresa impervia e di dubbia
efficacia. Eppure c’è ancora chi fatica a comprendere che il
Cavaliere si è presentato sin dal suo primo apparire sulla
scena politica non già come semplice alternativa di governo,
bensì come alternativa di sistema, cioè come eversore
dell’ordine democratico costituzionale.
Brunetta ha di recente gettato la
maschera dichiarando che la Repubblica fondata sul lavoro
non significa niente. Ma Berlusconi, già ai suoi esordi, si
è ispirato a un principio esattamente opposto a quello
costituzionale: la centralità dell’impresa, da cui discende
- sono sue parole - «la libertà economica», «diritto
spirituale e civile come la libertà politica e religiosa». E
in nome di questa libertà ha sostenuto che la «Costituzione
va cambiata» perché «dimentica le imprese» e «risente
dell’ideologia sovietica». Citando a riprova l’articolo 41,
che suona così: «L’iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in
modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla
dignità umana».
Oltre alle parole ci sono i fatti: il
gigantesco trasferimento di ricchezza dai salari ai profitti
e alle rendite, il dramma della precarietà e della
disoccupazione, i diritti sociali sotto attacco, la
depenalizzazione dei reati economici, la finanza che
imperversa e il dilagare dell’economia criminale. Insomma,
una generale svalorizzazione del lavoro, che sta
distruggendo il principale fattore coesivo della società e
dell’unità della nazione.
Se questo è il vero nodo che ci stringe,
è pensabile di poter difendere il sistema democratico
costituzionale rimanendo nel perimetro pur essenziale delle
regole e del conflitto tra istituzioni, mentre è in atto un
massacro sociale? La verità è che non basta dire: «regole».
Nella democrazia configurata dalla Costituzione non c’è
bilanciamento reale dei poteri se non c’è centralità del
lavoro. A maggior ragione se il lavoro del XXI secolo, nella
sua complessità e nelle sue moderne articolazioni, non
dispone di un’autonoma e libera rappresentanza politica.
I lavoratori, nel nostro impianto
costituzionale, non sono poveri cristi da assistere
compassionevolmente nella sventura della malattia e del
licenziamento, ma persone libere che partecipano
«all’organizzazione politica, economica e sociale del
Paese». Se vogliamo essere concreti e incidere nella realtà
dobbiamo affrontare di petto questo ineludibile nodo
politico. Come si può reggere una Repubblica fondata sul
lavoro, se i lavoratori non hanno voce in capitolo?
Non basta neanche dire: «lavoro e
Costituzione». Occorre essere più chiari e stringenti.
Perché il lavoro nella Costituzione non è solo generatore
della ricchezza della nazione, è anche fattore costitutivo
della persona e fondamento dell’uguaglianza e della libertà.
Insomma, non è più una semplice merce, ma un diritto
inalienabile della persona. Compito di chi vuole battere il
berlusconismo per costruire un’alternativa sarebbe quello di
mettere i principi costituzionali con piedi per terra e
farli camminare insieme a milioni di persone. E’ difficile?
Certamente. Ma dopo tanti silenzi e sottovalutazioni adesso
sarebbe il caso di provarci. Paolo Ciofi
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