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Ignudi e felici nel mercato globale (secondo
Brunetta)
di Paolo Ciofi
Articolo che
comparirà su prossimo numero di Cometa, trimestrale di
critica della comunicazine.
Per dare un
calcio definitivo alla Repubblica democratica fondata
sul lavoro e mandarla a farsi fottere nella discarica
della storia insieme al socialismo, il ministro Renato
Brunetta, beatificato dalla signora Stefania Craxi tra i
socialisti illustri insieme a Giulio Tremonti, Maurizio
Sacconi e Franco Frattini, dopo aver illustrato se
stesso, i sudditi e il sovrano nella lotta titanica
contro i fannulloni, ha scelto la via della peggior
politica: quella della simulazione e dell’inganno
secondo le vecchissime regole del cardinale Mazzarino.
L’illustre ministro, docente universitario oltreché
socialista, non può farci credere di non sapere qual è
il significato dell’articolo uno della Costituzione, che
all’Italia democratica ha dato il soffio della vita.
Sarebbe davvero troppo, anche per uno scolaretto delle
elementari. Eppure, per motivare la necessità di
cambiare l’intera Carta muovendo dai principi
fondamentali, in questo momento di crisi nera in cui
operai e ricercatori sono costretti a salire sui tetti,
operatori dell’informazione a scioperare e a scendere in
piazza, mentre disoccupazione e cassa integrazione hanno
raggiunto vertici mai visti alimentando una guerra tra
poveri, a Brunetta non è mancato il coraggio di
dichiarare: «Stabilire che l’Italia è una Repubblica
democratica fondata sul lavoro non significa
assolutamente nulla». Come a dire: siccome il
fondamento del lavoro nell’architettura dello Stato
democratico non vuol dire niente, e anzi è un inutile
ingombro, togliamolo di mezzo. E voi operai, tecnici,
ricercatori, precari, disoccupati, immigrati, donne e
uomini del braccio e della mente che dal lavoro ricavate
i mezzi per la vita, tutti voi starete meglio. Felici e
ignudi come Adamo nel paradiso terrestre, vi
presenterete sul mercato spogliati di tutele, di diritti
e della libera rappresentanza sindacale e politica. Che
volete di più? Resta però un problema. Cancellati il
lavoro e i lavoratori come soggetti protagonisti della
Repubblica democratica, su quale fondamento dovrebbe
poggiare la costruzione della Nuova Repubblica? Sul
capitale? Sul mercato e sulla concorrenza? Sulla
finanza, che è la forma tossica e parassitaria in cui si
manifesta oggi il capitale? Vale a dire sulla potenza
della ricchezza e del denaro e sul potere assoluto dei
detentori dei mezzi di produzione e di comunicazione, su
quella inedita forma di dominio che Edward Luttwak ha
definito dittatura del capitale e che ci ha portato alla
crisi globale? Sarebbero questi i nuovi principi coesivi
della società e della nazione? Il ministro non lo
dice, lo lascia solo intravedere. Perché la sua pur
notevole capacità di simulazione non riesce a occultare
del tutto una tendenza che viene da lontano, e che
dall’inizio del secolo ha acquistato maggior forza per
la concomitanza di tre fattori: le straordinarie
trasformazioni tecnologiche e scientifiche del lavoro;
il gigantesco spostamento dei rapporti di forza a
vantaggio del capitale; la subalternità culturale e la
debolezza politica della sinistra su scala planetaria.
Nel dubbio, il volenteroso Brunetta avrebbe potuto
chiedere lumi al suo datore di lavoro, che è del ramo,
ne sa sicuramente di più ed è anche politicamente più
accorto. Del resto, e non c’è da sorprendersi, il
sovrano-imprenditore e il suo manager
nell’amministrazione pubblica hanno un antenato comune
in Benedetto Craxi detto Bettino, il padre nobile della
“Grande Riforma”, che per primo mise a tema il
cambiamento della Costituzione per adeguarla al
rampantismo milanese e agli spiriti animali del
capitale. E’ il passaggio storico di una parte della
sinistra dall’idea della trasformazione a quella della
governabilità: la società non si trasforma, si governa;
i sistemi non si cambiano, si stabilizzano. Adeguando le
istituzioni alle esigenze dell’economia e del mercato,
alle richieste dell’impresa, che vuole mano libera nella
fabbrica e nei rapporti di lavoro, nella società e nello
Stato. In altre parole, al di là delle apparenze, il
leader del Psi si sottomette alla cultura del capitale,
all’idea che l’impresa capitalistica sia il motore della
società e della storia, e perciò debba essere liberata
da ogni vincolo e condizionamento. Qui sta il vero punto
di convergenza tra il berlusconismo e il craxismo, tra
il Cavaliere e Brunetta, tra il padrone e il manager del
partito-azienda. Se Craxi si è vantato di aver
«allentato la briglia sul collo del cavallo che poteva e
voleva correre» attaccando la Cgil e la scala mobile, il
Cavaliere pronuncia parole che equivalgono a un editto:
«la libertà economica (che lui identifica nella libertà
d’impresa, ndr) è un diritto spirituale e civile come la
libertà politica e religiosa». E perciò, in nome della
irresistibile spiritualità dei dané, già nel 2001,
davanti a 6.000 industriali radunati a Parma nelle
assise della Confindustria, sostiene che la
«Costituzione va cambiata» perché «dimentica le imprese»
e «risente dell’ideologia sovietica». A riprova cita
l’articolo 41, che suona così: «L’iniziativa economica
privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con
l’utilità sociale o in modo da recare danno alla
sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». Tirando
le somme, ci dovrebbero essere pochi dubbi sul fatto che
in questi anni è stato portato un attacco sistematico al
lavoro come fondamento della Repubblica democratica
muovendo da due fronti: da un lato, distruggendo i
controlli e le garanzie di tipo sindacale e politico,
sociale e istituzionale, poste a tutela dei lavoratori,
e quindi a salvaguardia della coesione della società e
dell’unità della nazione; dall’altro, arando il terreno
per preparare una riscrittura della Costituzione volta a
cambiare l’intero assetto dello Stato e a legittimare la
dittatura del capitale. Forse in questo attacco
convergente, che ci fa vedere come la lotta di classe
non sia affatto archiviata, il contributo del ministro
poteva essere più intelligente. Ma non ci si venga a
dire che quando dichiara di voler eliminare il lavoro
come fondamento della Repubblica cancellando l’articolo
uno, l’iperattivo Brunetta non sappia che in tal modo
mira a tranciare il nesso che nella Costituzione lega il
principio di libertà e il principio di uguaglianza.
Questa acquisizione storica fortemente innovativa
verrebbe distrutta per tornare al buon tempo antico: ai
tempi del Mazzarino appunto, quando il sovrano regnava,
il ricco comandava e lo sfruttato doveva soltanto
subire. Paolo Ciofi
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