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Da “Il lavoro senza rappresentanza”.
Non la fine del lavoro, ma la sua presenza in forme nuove e diverse
dal passato ha reso possibile l’accrescimento della ricchezza
globale e di ogni singolo Paese in beni materiali e immateriali, di
cui si sono appropriati i detentori del capitale. Se il lavoro fosse
scomparso, si sarebbe estinto anche il capitale, poiché non c’è vita
per il capitale con la morte del lavoro. Per dirla con il vecchio
Adam Smith, il “lavoro comandato” non è scomparso, ma si è esteso ed
è diventato ancora più subalterno al potere di comando del capitale.
Fallace – in questo quadro - si è dimostrata la teoria, su cui
D’Alema immaginava di costruire le sue fortune politiche, che aveva
decretato la crescita senza limiti del lavoro autonomo e
dell’impresa. Al contrario, negli ultimi anni è aumentato il lavoro
salariato e dipendente, che insieme a inedite (e ignorate)
caratteristiche ha assunto una nuova centralità nel processo di
produzione della ricchezza. (70)
In sintesi, analogamente a quanto avviene nel resto d’Europa, il
lavoro non scompare ma si diversifica e si trasforma, e pur restando
centrale nell’economia e nella società, è stato reso ancor più
subalterno al capitale: la dinamica del rapporto salari-profitti ne
è la dimostrazione più classica ed evidente. A sua volta, questa
dinamica rovesciata rispetto al passato, con i salari che vanno giù
e i profitti che vanno su, è espressione eloquente, e convincente
più di un intero trattato di economia politica, dell’accresciuto
sfruttamento della forza-lavoro nel cuore del processo produttivo.
Le tendenze europee emergono in modo molto più accentuato in Italia,
e ciò vale innanzitutto per la distribuzione del reddito. Secondo la
Banca d’Italia, la quota del reddito da lavoro dipendente sul valore
aggiunto “al costo dei fattori”, è scesa nettamente dal 70,6 per
cento al 65,4 per cento nel corso degli anni novanta . Alla fine
degli anni novanta, secondo i calcoli di Alvi, la quota di reddito
nazionale destinata ai salari, pari al 56,4 per cento nel 1980,
scende al 40,1 per cento con una picchiata di oltre 16 punti,
stimata in cifra assoluta intorno ai 300 mila miliardi di lire. Di
contro, la quota di profitti e rendite sale nello stesso periodo dal
43¸6 per cento al 59,9 per cento. Agli inizi degli anni novanta i
salari erano a quota 47,3 per cento, con i profitti e le rendite al
52,7 per cento.
In definitiva si è realizzata una gigantesca redistribuzione del
reddito a contrario, ossia – come si dice con il linguaggio in uso
nella foresta di Sherwood - è stato tolto ai poveri per dare ai
ricchi. Basterebbe questo dato elementare per ripensare a fondo le
politiche della sinistra, che d’un sol colpo ha cancellato
dall’album di famiglia non solo Marx, ma anche Beveridge e Keynes,
senza potersi consolare con il mito di Robin Hood. Peraltro, la
penalizzazione del lavoro rispetto al capitale viene confermata
dall’andamento dei salari. Infatti, alla metà degli anni novanta, l’Istat
rilevava che la crescita dei profitti “è associata non soltanto a
una dinamica dei salari reali inferiore a quella della produttività
del lavoro, ma anche a una diminuzione del livello del salario
reale". Nel 2003 l’Istat medesimo ha constatato che tra il 1993 e il
2002 il reddito lordo pro capite reale (cioè, al netto
dell’inflazione) “ha subìto una riduzione del 3,4 per cento mentre
nella media Ue è cresciuto del 6,8 per cento”.
Il prezzo pagato dai lavoratori dipendenti per risanare il Paese e
consentirne l’entrata in Europa secondo i parametri di Maastricht è
stato altissimo: Nicola Cacace lo ha calcolato in quasi quattro
milioni di lire per testa ogni anno dal 1993 al 1999, corrispondenti
a tre punti di un Pil di più di due milioni di miliardi di vecchie
lire .
I processi di redistribuzione del reddito a contrario e di nuova
subordinazione del lavoro, insieme alle sue trasformazioni
qualitative, sono tanto più rilevanti sul piano sociale e politico
in quanto anche in Italia, come nel resto d’Europa, il lavoro
dipendente rimane centrale ed è anzi in aumento. Per capire la
dimensione sociale del problema che abbiamo di fronte, e per
individuare con maggiore chiarezza il rapporto che intercorre tra
salario e profitto, ovvero tra lavoro e capitale, bisogna ricordare
che alla fine degli anni novanta secondo l’Istat il totale degli
occupati in Italia era di 21 milioni circa, di cui 15 milioni
dipendenti e 6 milioni indipendenti. Abbiamo a che fare, quindi, con
un gigantesco problema di massa, al cui centro sta il lavoro
dipendente, di gran lunga maggioritario rispetto al lavoro autonomo.
Prendiamo nota di questo dato: oltre il 70 per cento degli occupati,
dopo il terremoto che ha semplicemente capovolto gli equilibri nella
distribuzione del reddito, riceve solo il 40 per cento della
ricchezza prodotta. In altri termini, i lavoratori dipendenti in
crescita si vedono attribuire una quota continuamente decrescente
del reddito nazionale. Può riprendersi l’economia, quando la
distribuzione del reddito è così iniqua, e il potere d’acquisto
della maggioranza delle persone che lavorano si riduce? (46-51).
La svalorizzazione del lavoro, e la spinta a renderlo totalmente
subalterno anche in forme modernamente inedite di rozzo
assoggettamento al capitale, non è l’effetto speciale di un’anomalia
italiana, o il cascame inatteso delle risse nel cortile di casa
nostra, ma un fenomeno globale frutto di tendenze di lungo periodo,
che emergono dalla configurazione del mondo al tramonto del
Novecento, e che fuoriescono dalla viscere del capitalismo vincitore
nella sfida della “guerra fredda”. La dissoluzione dell’Urss e lo
spegnimento del sistema socio-politico denominato “socialismo
reale”, al di là del giudizio di merito che su tale sistema si
voglia dare, obiettivamente hanno determinato un generale
sconvolgimento degli equilibri del pianeta. Sul piano
economico-sociale, nel cuore stesso del modo di produzione
capitalistico, il collasso dell’Urss e del “socialismo reale” ha
prodotto nella dimensione planetaria uno sconvolgimento di analoga
portata, vale a dire un gigantesco spostamento dei rapporti di forza
a danno del lavoro e a vantaggio del capitale.
Questo aspetto in verità non è stato sufficientemente analizzato, ma
in concomitanza con la retrocessione del lavoro a fattore precario e
subalterno, politicamente non più autonomo e assoggettato senza
possibilità di scelta alle libere fluttuazioni del capitale, si è
venuto affermando un capitalismo particolarmente aggressivo,
speculativo e instabile, che mette a rischio la sicurezza del
pianeta dal punto di vista umano e ambientale. Il lavoro, il cui
moto ascendente - pur tra battute d’arresto e tragiche sconfitte –
aveva segnato il Novecento, dopo quasi cent’anni di conquiste nei
Paesi più avanzati, subisce alla fine secolo ventesimo un pesante
ridimensionamento nella società, nella politica e nella cultura, ed
è oggetto di un’offensiva generalizzata a tutto campo: il moto
ascendente, che aveva segnato un avanzamento di civiltà, si
arrovescia nel suo contrario.(99)
Allo scopo di misurare quale sia il peso specifico del lavoro nella
struttura dell’economia e della società si possono usare diversi
indicatori, che è opportuno considerare nel loro insieme.
Innanzitutto, i livelli retributivi reali unitamente alla dinamica
dei salari rispetto al Pil e all’andamento del rapporto
salari-profitti, che con la quantità e la qualità dell’occupazione
costituiscono l’intelaiatura degli indici di base; in secondo luogo,
i servizi offerti dal sistema del welfare, e la loro qualità; in
terzo luogo, l’impianto e l’evoluzione del sistema fiscale, che a
loro volta segnalano l’efficacia della funzione redistributiva dello
Stato.Non è una sensazionale scoperta dover constatare che le sonde
lanciate nelle direzioni sopra indicate forniscono tutte una
risposta uniforme e persino monotona: il lavoro è arretrato e ha
perso ovunque significative posizioni.(61).
In realtà, la svalorizzazione del lavoro, i processi in atto che lo
rendono sempre più subalterno e precario, producono effetti negativi
a cascata nell’economia e nella società, sulla tenuta stessa
dell’Italia come nazione ed entità statale unitaria. Infatti la
svalorizzazione del lavoro non attiene esclusivamente alla base
economica e non si identifica perciò con le categorie dello
sfruttamento, della precarietà e deregolazione dei rapporti di
lavoro (o della disoccupazione), sebbene le ricomprenda, ma riguarda
anche le condizioni in cui storicamente vive e agisce il movimento
dei lavoratori. Essa si situa in quel territorio in cui
s’intersecano e si condizionano reciprocamente la struttura e la
sovrastruttura, e coinvolge perciò l’economia e la società, la
cultura e la politica.
E’ un processo di ampia portata, che incorpora in sé un elemento di
primaria importanza, vale a dire la percezione che hanno di sé i
salariati e i subordinati, come singoli e come espressione
collettiva. Perciò l’analisi di quel processo complesso che
definisco svalorizzazione del lavoro non può fermarsi al momento
produttivo e al rapporto diretto che si instaura tra capitale e
lavoro, da cui derivano il profitto e il salario con gli effetti
distributivi che ne conseguono, ma deve prendere in considerazione
anche le condizioni nelle quali, fuori dal ciclo della produzione
dei beni materiali e immateriali, storicamente avviene la
riproduzione della forza-lavoro. Il tema riguarda la formazione e
l’acculturazione delle forze di lavoro prima e durante il percorso
lavorativo (scuola, formazione), la tutela della loro salute
(sanità), la loro cura e il loro mantenimento durante le
interruzioni del lavoro e a conclusione del percorso lavorativo
(previdenza e pensioni), in un contesto che dovrebbe tendere alla
piena occupazione. Siamo nel cuore dello Stato sociale: da come
trovano soluzione tali questioni dipende in larga misura il
benessere dei singoli e dell’intera nazione.(55, 56).
La modernizzazione capitalistica, fondata sullo sfruttamento
intensivo della forza-lavoro, è riuscita nel miracolo di riportare
in vita vecchi fantasmi ottocenteschi che ritenevamo – questi sì -
definitivamente scomparsi, messi in fuga dalle lotte sindacali e
politiche, e perciò inghiottiti nella notte dei tempi. Ricompaiono,
invece, e si diffondono fenomeni come il lavoro minorile; lo
sfruttamento al di fuori di ogni regola dei più deboli, degli
immigrati e dei bambini; la forte penalizzazione del lavoro
femminile; il reclutamento della manodopera senza tutele e garanzie,
e direttamente sulla piazza (caporalato). Dell’intensificazione
dello sfruttamento è indice allarmante il numero elevato di
infortuni e di incidenti mortali sul lavoro. Insomma, siamo in
presenza di un generale processo di svalorizzazione del lavoro. E la
svalorizzazione del lavoro è l’altra faccia della valorizzazione del
capitale, del libero dispiegarsi del suo dominio. (51)
.........................................................
(Il lavoro senza rappresentanza, pp. 43-44).
la numerazione
fra parentesi si riferisce alle corrispondenti pagine del libro |
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