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La crisi della
rappresentanza
Dalle analisi dell’Itanes (Italian national election
studies), un programma di ricerca presso l’Istituto
Cattaneo di Bologna, viene la conferma che le sinistre non
hanno più radici consistenti nella base operaia e popolare
del Paese, da cui tradizionalmente traevano forza e
consensi. |
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Da
“Il lavoro senza rappresentanza”.
...Risulta da queste analisi che nelle elezioni politiche del 2001
i Ds “‘catturano’ appena il 16,4 per cento del voto degli operai
nelle imprese private”, e che perciò “la ‘classe operaia’ (…)
appare nettamente sottorappresentata nel principale partito della
sinistra”. D’altra parte, prendendo in considerazione il voto
operaio di Rifondazione comunista, il quadro non cambia, anzi
peggiora: infatti per Rifondazione “vota solo l’11,5 per cento
degli operai delle aziende private”. Poiché il partito di
Berlusconi, tra i medesimi lavoratori del settore privato,
raggiunge una percentuale del 30,6 per cento, un valore quasi
doppio rispetto a quello dei Ds, si deve constatare che “anche la
somma delle percentuali dei voti operai per Ds e Rc risulta
inferiore al consenso ottenuto da Forza Italia”.
Non c’è dubbio che questa sia un’innovazione rilevante nella
conformazione del sistema politico in Italia. E infatti lo
scienziato sociale, nella sua imperturbabilità, commenta:
“Certamente, questo è un esito meritevole di assoluto rilievo”.
Politicamente è però qualcosa di più, è l’accertamento
dell’avvenuto espianto dal fondamento sociale più profondo della
sinistra di matrice operaia e popolare, nelle sue diverse
configurazioni e culture.
Nella scala del voto attribuito ai Ds dalle diverse classi e
categorie sociali, all’ultimo posto con il 12,8 per cento stanno i
disoccupati, preceduti dagli operai e impiegati esecutivi privati
(con il 16,4 per cento, come abbiamo visto), a loro volta
sopravanzati dai commercianti e artigiani (16,8 per cento) e dagli
imprenditori e professionisti (19,5 per cento), mentre al vertice
troviamo i dirigenti e impiegati pubblici compresi gli insegnanti
(30,2 per cento), e i dirigenti e impiegati privati (25,3 per
cento). Una graduatoria pressoché rovesciata del voto attribuito a
Forza Italia, dove al vertice si situano le casalinghe (45 per
cento) e i disoccupati (42 per cento), mentre in fondo stanno in
ordine decrescente i dirigenti e impiegati privati (22,8 per
cento), gli studenti (20,3 per cento), i dirigenti e impiegati
pubblici insieme agli insegnanti (12,3 per cento).
Sono dati confermati da una ricerca Unicab pubblicata da l’Unità,
che mette in luce l’addensamento del corpo elettorale dei
Democratici di sinistra nei ceti medio-alti. In altre parole, il
voto diessino è direttamente proporzionale al livello del reddito:
quanto più questo è alto, tanto maggiore è il consensi. Emerge con
tutta evidenza l’apparente paradosso secondo cui le fasce sociali
più povere votano in maggioranza per la destra, e costituiscono la
massa di gran lunga prevalente della non partecipazione al voto.
Infatti, “dove il disagio è più forte (disoccupati, famiglie a
basso reddito, pensionati) la percentuale di consenso espressa ai
partiti è stata del 50 per cento contro il 95 per cento di chi
vive in condizioni di agio”.
Il fatto che i Ds e Rifondazione messi insieme abbiano raccolto
oggi meno voti operai di Forza Italia dimostra non che gli operai
e i lavoratori dipendenti si sono dileguati dalla società,
ingoiati dagli ideologismi del “nuovo pensiero” e dalla “civiltà
dell’informazione”, ma che essi votano in stragrande maggioranza
per il partito dei padroni. Un risultato senza precedenti
nell’Italia democratica, che ci parla con eloquenza della
mutazione genetica dell’intera sinistra italiana, analoga a quella
del Psi di Craxi negli anni ottanta, secondo la classica
definizione di Francesco De Martino. Ma, nello stesso tempo, un
effetto catastrofico, che va ben al di là di una sconfitta
elettorale.
A conclusione di un decennio - questo è il punto d’approdo della
cosiddetta transizione dalla prima alla seconda Repubblica – una
parte decisiva della società italiana, il lavoro salariato e
dipendente, oggi non dispone più di un’autonoma e libera
rappresentanza in cui riconoscersi. Si è aperto un vuoto nel
sistema politico, con ripercussioni evidenti sull’assetto
democratico dell’Italia e in tutti i campi della vita civile,
sociale, culturale. (9, 10, 13, 14).
la numerazione
fra parentesi si riferisce alle corrispondenti pagine del libro |
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