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La privatizzazione della politica
La verità è non che si sono dileguate le classi sociali
nella modernità, ma che la classe dei lavoratori salariati
e dipendenti è stata espropriata della politica: cioè
della possibilità di incidere nella realtà effettuale dei
rapporti sociali per trasformarli. |
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Da
“Il lavoro senza rappresentanza”.
...Come sottolinea Marx, “ogni lotta di classe è lotta politica”,
nella quale i subalterni si costituiscono “in partito politico” al
fine di rappresentare i propri interessi e di conquistare diritti,
come fu “per la legge delle dieci ore di lavoro in Inghilterra”.
Quando i lavoratori perdono la loro rappresentanza politica, la
loro capacità e possibilità di autorappresentarsi sul terreno
politico, cessano di esistere come classe autonoma e libera.
Vengono frantumati e dispersi come identità, come diritti, come
interessi; riportati allo stato prepolitico e corporativo;
incatenati al capitale in una condizione di totale subordinazione.
Non per caso Galbraith parla della “sottoclasse funzionale” come
di una classe “immobilizzata”, cioè messa nella condizione di non
poter agire, e quindi di non esistere come tale. Ciò si verifica
quando i lavoratori e i subalterni sono espropriati della politica
come azione collettiva, e la politica viene privatizzata: non più
bene comune, ma funzione del denaro, di cui diviene al tempo
stesso lo scudo e la spada.
La politica viene trasformata in monopolio di una sola classe,
quella dei capitalisti (pardon, degli imprenditori), dei
proprietari, dei dominanti. I dominati non hanno scampo e sono
condannati a restare tali, giacché i singoli vengono espropriati
della possibilità di incidere sul proprio destino al di fuori di
un comune legame che li coinvolga, li organizzi e li rappresenti.
In tal modo si realizza “un totale, indiscriminato controllo del
capitale sul lavoro e, attraverso il lavoro, sulla società
intera”. Questa è oggi la tendenza globale.
Questa è anche la forma che ha assunto – tramite la
privatizzazione della politica - una gigantesca lotta di classe
scatenata su scala planetaria, volta a cancellare i diritti del
lavoro, e a distruggere o impedire ovunque l’autonoma e libera
rappresentanza dei lavoratori. Nel momento in cui si nega
l’esistenza stessa delle classi, in realtà si promuove la più
ampia e totale lotta di classe che si sia mai vista contro il
lavoro, non solo al livello sociale e politico, ma anche al
livello culturale e mediatico. Siamo entrati effettivamente “in
una nuova, inedita fase della lotta di classe” nella quale, a
differenza del Novecento, quando erano i lavoratori che lottavano
per strappare salari e tutele, diritti e democrazia, è oggi il
capitale a promuovere un’offensiva a tutto campo per demolire
queste storiche conquiste. E così, il teorema che dovrebbe provare
l’insussistenza delle classi costituisce la premessa culturale di
tale offensiva, perché paralizza e rende sterile la classe
subalterna nel momento stesso in cui dichiara la sua inesistenza.
E’ ovvio che se scompare il lavoro salariato, scompare con ciò la
necessità di doverlo rappresentare sul terreno politico: il
mascheramento ideologico della realtà raggiunge il suo apice. La
negazione dell’esistenza delle classi equivale al riconoscimento
di una sola classe, sulla quale si dovrebbe conformare l’intera
società. (216, 217)
la numerazione
fra parentesi si riferisce alle corrispondenti pagine del libro |
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