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Da
“Il lavoro senza rappresentanza”.
In quanto “lavoro concreto”, il lavoro
si materializza nel “valore d’uso” della merce (ossia nella sua
capacità di soddisfare un bisogno); come “lavoro astratto” si
rappresenta nel “valore” della merce medesima (ossia nella quantità
di lavoro in essa incorporato). Per un verso, “ogni lavoro è
dispendio di forza-lavoro umana in forma specifica e definita nel
suo scopo, e in tale qualità di lavoro concreto utile esso produce
valori d’uso”. Per altro verso, “ogni lavoro è dispendio di
forza-lavoro umana in senso fisiologico, e in tale qualità di lavoro
eguale o astrattamente umano esso costituisce il valore delle
merci”.
Per il capitalista detentore dei mezzi di produzione ha importanza
il lavoro “astrattamente umano”, il “lavoro astratto” che genera
valore, quindi plusvalore e infine profitto. Seppure fossero
illuminati dalla luce della carità e animati dagli spiriti del
buonismo, McDonald non fabbricherebbe hamburger per dar da mangiare
agli affamati, Coca Cola non riempirebbe lattine e bottigliette per
dar da bere agli assetati, Giorgio Armani non produrrebbe mutande
griffate per vestire gli ignudi, ma semplicemente per realizzare un
profitto. In altri termini, nel modo capitalistico di produzione il
valore d’uso non è il fine, è solo il mezzo per realizzare il valore
delle merci e incamerare il pluslavoro in esso incorporato. Perciò,
se il fine che muove il capitale è il profitto e non già il
soddisfacimento di un bisogno, per il capitale e la sua
valorizzazione rilevante non è la forma specifica del lavoro bensì
la sua capacità di produrre valore. Questa è la logica del capitale.
Ciò significa che le forme concrete di applicazione della
forza-lavoro possono essere le più diverse e articolate, ovvero che
l’ampiezza e la varietà del lavoro concreto in perenne
trasformazione si possono manifestare in forme del tutto inedite,
all’unica condizione che si produca la valorizzazione del capitale,
cioè che l’uso della forza-lavoro in quanto tale generi un sovrappiù
rispetto al capitale inizialmente investito. Ai fini di realizzare
un profitto dalla produzione di beni o servizi, materiali o
immateriali, che immessi sul mercato indossano l’abito conforme
della merce, il moderno detentore dei mezzi di produzione della
nostra epoca, rampante, competitivo, sofisticato e ipertecnologico,
può dunque sfruttare lavoro concreto nelle forme più varie.
Può impiegare scienziati ben pagati per produrre la sequenza del
genoma, tecnici specializzati per costruire architetture del
software, tute blu nell’industria motoristica e delle automobili,
operai generici nell’edilizia, giovani laureati nei call centers,
donne e uomini in affitto per distribuire avvisi e pubblicità nelle
aree metropolitane, e così via. Può sottoscrivere ricchi contratti
ad personam, rispettare i contratti nazionali, la contrattazione
territoriale e integrativa, o evadere ogni norma contrattuale. Può
impiegare lavoratrici e lavoratori a tempo indeterminato, a termine
o a part-time. Può reclutare consulenti, Cococo, lavoratori autonomi
di “seconda e terza generazione”, atipici e parasubordinati,
italiani e stranieri, legali, clandestini e così via. Questo, e
altro, si può permettere oggi il moderno imprenditore (che per
essere moderno rifiuta persino la sua denominazione doc di
capitalista) perché tutte queste forme di lavoro, pur così diverse e
contraddittorie, dal punto di vista della valorizzazione del
capitale hanno tuttavia una caratteristica comune che le unifica:
l’essere cioè lavoro subordinato che nella sua forma astratta
produce plusvalore.
Come non è decisiva nel processo di valorizzazione la forma della
proprietà del capitale, cioè l’aspetto con cui il capitale si
presenta di fronte al lavoro (capitalista individuale o collettivo,
Srl, Spa, Fondo comune, ecc.), perché discriminante resta la
separazione dei produttori diretti dagli strumenti della produzione,
altrettanto si può dire per le modalità di sfruttamento del lavoro.
Significative da questo punto di vista non sono le diversificazioni
nell’applicazione della forza-lavoro, i diversi regimi contrattuali
(o la loro assenza), le forme giuridiche che dietro il lavoro
autonomo nascondono una reale dipendenza, o i rapporti di lavoro
concepiti come pure “tecnicalità” volte al raggiungimento della
“missione” dell’impresa, ma il fatto che persiste – e si intensifica
- lo sfruttamento delle persone che lavorano.
Decisivo per il capitale non è il lavoro concreto che fa l’operaio
Rossi o il dottor Bianchi, ma il fatto che Bianchi e Rossi eroghino
forza-lavoro, non dispongano della proprietà sui prodotti del loro
lavoro, non abbiano voce in capitolo sugli scopi e le finalità del
processo lavorativo: insomma, che Rossi e Bianchi siano lavoratori
salariati alle dipendenze del capitale con lo scopo della sua
valorizzazione. Giorgio Lunghini dà una definizione del lavoro
salariato, che mi sembra cogliere, nelle novità rappresentate dal
capitalismo del Ventunesimo secolo, la sostanza dello sfruttamento:
“Lavoro salariato è oggi qualsiasi lavoro che in qualsiasi modo,
direttamente o indirettamente, nella fabbrica o nella società, sia
lavoro la cui quantità, qualità e remunerazione dipende dalle
decisioni del capitale circa le modalità economiche e politiche di
riproduzione, e in particolare circa la scelta delle merci da
produrre, delle tecniche di riproduzione e delle forme di
organizzazione del lavoro”.
In altri termini, il capitale si presenta oggi – ancor più che nel
passato - come “una potenza sociale”, che non può essere messa in
moto “se non dall’attività comune di molti membri della società”, i
moderni lavoratori salariati, denominati da Marx – come abbiamo
visto – “liberi lavoratori”, perché dispongono liberamente della
propria capacità di lavoro che vendono sul mercato. Sto parlando,
naturalmente, del capitale in quanto categoria economico-sociale, e
della sua “logica” interna messa a nudo dall’analisi di Marx
medesimo, non delle sue forme fenomeniche che in diverse epoche
storiche e in diversi Paesi si sono manifestate in modi diversi, con
connotazioni più o meno marcate e specifiche, con storie e percorsi
più o meno uniformi e differenziati. Il focus è puntato sul capitale
e sulla sua struttura funzionale, non sui capitalismi e sulle loro
“storie”; e dunque sul lavoro, che “regge” il capitale in quanto
categoria economico-sociale, non sui “lavori”, che producono diversi
beni e servizi. (212-215).
la numerazione
fra parentesi si riferisce alle corrispondenti pagine del libro |
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