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Declina il
lavoro, declina il paese
Il capitale, soprattutto nei suoi gruppi dominanti, è
stato in ogni modo agevolato dalla mano ben visibile del
potere politico, mentre la mano invisibile del mercato è
apparsa rattrappita e inefficace. |
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Da “Il lavoro senza rappresentanza”.
...I salari hanno fatto jumping e i profitti sono saliti alle
stelle, in una grande beneficiata che dagli anni ottanta è durata
senza sosta per tutto il decennio successivo. Il costo del lavoro e
la spesa sociale da tempo galleggiano vergognosamente in Italia ai
livelli più bassi d’Europa. Imposte, tasse e contributi, nonostante
ciò, sono stati tagliati a beneficio dell’impresa: il capitale ha
ottenuto tutto e anche di più, ma i problemi strutturali
dell’economia italiana non sono stati avviati a soluzione. Anzi, ad
essi se ne sono aggiunti di nuovi. Insomma, se non avevamo dubbi sul
fatto che l’equazione di Milton Friedman non avrebbe funzionato, è
tempo di prendere atto che anche il liberismo più temperato del
centro-sinistra, penalizzando il lavoro, non può produrre risultati
apprezzabili.
La disoccupazione strutturale non è stata sostanzialmente intaccata.
Né è stato avviato a soluzione il problema del Mezzogiorno. Ma se,
come ormai prevalentemente si ritiene, la consistenza strutturale di
un’economia si misura, oltre che sul livello di disoccupazione,
anche sul tasso d’occupazione definito come rapporto tra occupati e
popolazione in età da lavoro, allora la situazione è ancora più
preoccupante. Dati e circostanze che dimostrano – en passant – non
che i bassi salari sono condizione di un’alta occupazione, ma - al
contrario – che un’alta disoccupazione tiene bassi i salari.
Proprio nella fase in cui sono esplosi rendite e profitti, il
capitalismo italiano ha mostrato tutti i suoi limiti di
competitività sul mercato mondiale. I salari sono tra i più bassi
dei Paesi industrializzati, ed è stato realizzato il più cospicuo
taglio del costo del lavoro in Europa, ma le imprese italiane hanno
perso costantemente quota: nel quinquennio 1995-99 le nostre
esportazioni sono cresciute del 24 per cento, contro il 41 per cento
dei Paesi maggiormente industrializzati, e di fronte a un incremento
del commercio mondiale pari al 39 per cento. E’ mancata la ricerca,
la capacità progettuale, l’attitudine a lavorare sui tempi
medio-lunghi. Soprattutto è mancata, e persiste nella sua assenza,
l’innovazione: tecnologica e scientifica, di organizzazione e di
prodotto. L’idea, diffusa in lungo e in largo, che in Italia il
centro dell’innovazione sia il capitale si è dimostrata
un’invenzione costruita a tavolino, o meglio un falso ideologico
smentito dalla realtà.
Tra la via dell’innovazione e la via dell’abbattimento del prezzo
della forza-lavoro, i capitalisti italiani hanno scelto quest’ultima
e i risultati parlano da soli. Dipendiamo dall’estero per ricerca,
informatica, hardware e software. Siamo fuori pressoché da tutti i
settori di punta a livello mondiale, e a malapena riusciamo a
competere in settori maturi e non particolarmente avanzati come il
legno, l’arredo, le calzature, l’agroalimentare e le macchine
utensili, o in nicchie particolari, soprattutto nel lusso per gruppi
privilegiati e per straricchi. Del resto, il fatto stesso che il
capo degli industriali D’Amato sia noto per la produzione di cartoni
da imballaggio la dice lunga sulle caratteristiche strutturali del
moderno capitalismo di casa nostra.
L’Italia è ormai un Paese tecnologicamente dipendente: tra
improvvide privatizzazioni e spericolate operazioni di alcuni
“capitani di sventura” abbiamo perso posizioni e opportunità nella
siderurgia e nella meccanica, nella chimica e nella farmaceutica,
nell’elettronica e nell’informatica. Posti di fronte alla necessità
di innovare, i pochi grandi gruppi privati hanno piegato verso
l’involuzione, scegliendo la via del pronto incasso e della finanza.
Il caso della Fiat è emblematico: sia della mancata innovazione, sia
dell’assenza di una strategia industriale.
In verità è assai dubbio che si possa parlare, ormai, di un sistema
industriale italiano. Soppressa e smembrata l’industria pubblica,
non abbiamo più grandi competitori a livello mondiale, ad eccezione
forse dell’Eni, né significative presenze in alcuni settori
trainanti, e le nostre produzioni prevalenti appaiono orientate
soprattutto verso le fasce più tradizionali del mercato dei consumi.
Invece di un sistema-Paese, sembra affermasi un assetto frastagliato
in tanti sottosistemi, mentre giganteggia il nanismo delle imprese,
la cui dimensione media è oggi di 3,9 addetti per unità locale.
Quindi, il problema italiano non sta nel costo del lavoro, ma
nell’assenza di una strategia dei pubblici poteri, e soprattutto
nella mancanza d’iniziativa dei privati imprenditori, che non hanno
dimostrato – al di là della propaganda – un’effettiva capacità
d’innovazione.
Se si guarda al capitalismo italiano per quello che è, spogliato
della retorica e degli orpelli con i quali viene imbellettato da
vecchi dottori e da nuovi re magi, che strologano sulle sue virtù e
promettono di “spalmare” ricchezza su tutti noi, esso si mostra in
realtà come un assetto iniquo, privo di slanci e di capacità
innovativa, generato (e protetto) con l’appoggio dello Stato,
cresciuto sui bassi salari e sulle furbizie delle svalutazioni
competitive. Storicamente così è stato, ed oggi la storia si ripete
in forma di farsa: non il punto più avanzato e il centro
dell’innovazione, ma un fattore di arretratezza del Paese, il vero
punto debole del nostro sistema economico-politico.
Questo hanno dimostrato di essere i capitalisti italiani. Aggressivi
e arroganti all’interno contro il lavoro, subalterni e proni
all’esterno verso i più forti. La loro incapacità innovativa, e la
loro attitudine ad arricchirsi sulle spalle dei lavoratori e della
nazione, hanno segnato in modo illuminante e significativo il
passato decennio. Ma come si è visto, il dominio del denaro non fa
di per sé innovazione, e la dittatura della finanza addirittura la
ottunde. (70, 71, 72)
la numerazione
fra parentesi si riferisce alle corrispondenti pagine del libro |
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