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Appunti
L'operaio e il brigatista
articolo di Paolo
Ciofi scritto per il numero due della
"Rivista
aideM" *
Negli ultimi mesi è cresciuta
l’attenzione dei media verso i problemi del lavoro. E se qualcosa è
cambiato, sicuramente ciò è dovuto anche all’effetto traino che le
reiterate denunce del Presidente della Repubblica hanno avuto.
Bisogna guardare “con particolare sensibilità - aveva dichiarato
Giorgio Napolitano già nel suo messaggio di fine anno - a chi lavora
in condizioni pesanti e per salari inadeguati, a cominciare dagli
operai dell’industria. E non si può tollerare la minaccia e la
frequenza degli infortuni cui è esposta la sicurezza, e addirittura
la vita, di troppi occupati, specie di chi, italiano o straniero,
lavora in nero”.
Parole chiare, su cui si
potrebbe costruire un intero progetto culturale e politico. E
tuttavia non si può dire che il tema del lavoro, e del lavoro
operaio in particolare, sia al centro dell’attenzione del circo
mediatico nazionale. Né che costituisca materia viva da indagare per
nuove analisi della società reale. O per nuove narrazioni che ci
parlino della vita, delle azioni e dei pensieri delle donne e degli
uomini che praticano un lavoro manuale o intellettuale, e che di
questa società sono parte decisiva.
Una volta, ai tempi d’oro di Santoro,
gli operai, per dimostrare di esserci, si arrampicavano sulla torre
dell’Alfa Romeo o si seppellivano per mesi nelle miniere del Sulcis.
Adesso non basta. E anche se volessero mettere sul mercato i propri
affetti, richiamare all’ordine i propri partner via Ezio
Mauro, dichiararsi follemente innamorati a mezzo stampa, gli operai
e le operaie oggi non ce la farebbero. Non hanno i soldi, non sono
portatori sani (e sorridenti) del Dio denaro, e non hanno come
confidente Maria Latella. Forse, come nel celebre film di Peter
Cattaneo, dovrebbero mettersi in mutande e presentarsi in tal guisa
a Bruno Vespa. Ma non è detto che anche così riuscirebbero a bucare
lo schermo.
Naturalmente, non tutto nel mondo della
comunicazione è al servizio dei potenti. Spazi di libertà ancora
esistono come dimostrano, per esempio, le inchieste di Report.
E tuttavia, gli operai trovano visibilità e vanno in prima pagina
soltanto in circostanze particolarmente negative e tristi. E’ penoso
rilevarlo, ma paradossalmente il sistema dei media fa vivere gli
operai solo (e non sempre) nell’attimo in cui la morte li ghermisce:
come è successo nel novembre scorso a Campello sul Clitunno, in
circostanze insolitamente crudeli, violente e spettacolari.
Oppure quando si scopre, grazie all’inchiesta dei giudici di Milano,
che le reclute delle nuove brigate rosse, cresciute non in un buco
nero della società ma nel centro delle modernità “postfordista”
lungo l’asse Torino-Milano e nel mitico Nord Est, sono
principalmente operai di fabbrica iscritti alla Fiom Cgil, che è la
punta più avanzata del sindacalismo industriale. E sono giovani.
Stupore, sconcerto, banalità, tante
chiacchiere al vento dei dichiaranti e presenzialisti di
professione. Ma soprattutto strumentalizzazioni a mani basse. E una
difficoltà vera ad analizzare e a capire la società reale e le sue
pulsioni: ancora una volta, politica e sistema dei media si sono
date la mano dentro l’autoreferenzialità di un accattivante mondo di
cartapesta che non è quello dei governati e dei subalterni, del
Paese reale.
Hanno fatto bene la Cgil e la Fiom a
non alimentare alcun equivoco e a dichiarare a testa alta che non
accettano lezioni di democrazia da chicchessia, essendo esse stesse
un pilastro della democrazia, come dimostra tutta la loro storia. La
condanna del terrorismo e dell’omicidio come pratica politica doveva
essere -ed è stata - netta, limpida, senza appello. Perché si tratta
di un arretramento di civiltà, anzitutto. E poi perché il terrore è
il contrario del conflitto, che ha bisogno di partecipazione e
protagonismo: sindacato e brigatismo sono semplicemente
inconciliabili.
Ditelo
anche a La Malfa junior, che vuole sciogliere la Fiom a
maggior gloria dell’impresa e a danno certo della democrazia. E
fatelo sapere a Mario Pirani, che nel chiuso della sua
autoreferenzialità ha partorito un pensiero di valore assoluto,
quando ha scritto che il nuovo brigatismo rosso ha le sue radici
nell’“ideologia” del “precariato come condizione generale del mondo
del lavoro”.
Dovremmo
sentirci tutti più tranquilli, soprattutto per i nipoti, da quando
Pirani ha scoperto che il precariato è solo un prodotto immaginario
del pensiero. Ma non c’è solo Gianni Rinaldini, segretario della
Fiom, a denunciare la realtà vera del lavoro. E’ stato Gianni Billia,
compianto presidente dell’Inail, a osservare che molti imprenditori
ragionano così: “Se ho la flessibilità e uso una persona per due
giorni, perché la devo denunciare?”. E aggiungeva, constatando un
dato di fatto: “La continua ricerca di flessibilità ed efficienza
della produzione dà al nostro Paese il primato degli incidenti sul
lavoro a livello europeo”.
E’ solo una parte, per troppo tempo
misconosciuta e tollerata, della dura realtà del lavoro. Poi c’è
tutto il resto, e la presenza di una nuova, giovane classe operaia
che ormai costituisce l’ossatura del sistema industriale del Paese.
Chi sono questi sconosciuti? Cosa pensano? Che idea hanno della
politica e della democrazia? Perché sono questi giovani operai, tra
i 20 e i 30 anni, perlopiù con regolare contratto di lavoro, a
scegliere la strada del brigatismo, della clandestinità e della
lotta armata? In proposito Pirani e tanti altri guru non sanno, non
indagano e non hanno nulla da dichiarare. Lo chiamano
giustificazionismo, e invece proprio qui sta il centro del
problema.
La verità è che le nuove generazioni
operaie sono lontane dalla politica (e spesso la disprezzano) perché
la politica le ignora e le esclude. Il loro pensiero è che per mezzo
di questa politica non si possa cambiare nulla della loro
penosa e ingiusta condizione di lavoro e di vita. L’ho potuto
constatare io stesso, quando sono entrato in diverse fabbriche del
Nord Est per un’inchiesta del manifesto.
I partiti? Mai visti in fabbrica.
Assenti e lontani, ti chiedono solo il voto tramite i media per la
gestione del loro potere. Il sindacato? C’è e cerca di fare,
ma non basta. E allora? Allora si può aprire un vuoto di proporzioni
gigantesche. Perché i giovani operai si sentono (e sono) emarginati
ed esclusi: come i casseurs che hanno incendiato le periferie
parigine, come tanti ultras che sfasciano gli stadi.
Dice il
Presidente che occorre dedicare particolare attenzione a chi lavora
in condizioni pesanti e per salari inadeguati. Ha ragione. Ma se al
centro della politica deve stare il lavoro (come prescrive la
Costituzione), allora non basta qualche cosa in più: semplicemente,
bisogna rovesciare i canoni della cultura dominante e della
comunicazione. E rivoluzionare il sistema politico.
19 febbraio
2007
Paolo Ciofi |
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